Salvatore Zoccheddu, il politico Dc sindaco in due paesi diversi
Ha 96 anni, è stato primo cittadino alla Maddalena e a Cabras negli Anni 60 e 70. I ricordi della guerra: «Presi il tifo prima che il mio sommergibile fosse affondato»
CABRAS. Ci sono vite normali che diventano speciali. In 96 anni si riempiono di dettagli che raccontarle diventa quasi un debito di riconoscenza per chi ha compiuto un cammino tanto lungo. Infatti questa non è la storia di un eroe, forse somiglia più a un omaggio a chi vede davanti a sé l’alba di un nuovo secolo dopo averne contato uno quasi per intero.
Perché una vita sia bella non è necessario aver conquistato i due mondi anche se Garibaldi c’entra con il nostro racconto e anche se il numero due e, in fondo, anche i “due mondi” di garibaldina memoria riemergano sempre nelle parole di Salvatore Zoccheddu e in quella linea che unisce i due estremi di un segmento che quella vita delimita. Da un capo La Maddalena e la gioventù, dall’altro Cabras e la maturità. Sono i due paesi di cui è stato sindaco, sono anche i due teatri in cui ha compiuto i suoi passi.
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Con la memoria che guarda al passato, Salvatore Zoccheddu regala delle fotografie. Pezzi di storia di Sardegna dimenticata cominciando dalla più grande tragedia dell’umanità: la seconda guerra mondiale. «L’ho vissuta tutta e sono stato molto fortunato», racconta. Erano gli anni della giovinezza, quella cantata anche dal fascismo che però portò l’Italia nel conflitto e La Maddalena era un punto strategico nel Mediterraneo con la sua base navale. Ma prima ancora del devastante bombardamento del 1944, Salvatore Zoccheddu rievoca il 1941 e la buona sorte che quell’anno l’accompagnò: «Dovevo essere imbarcato su un sommergibile che avrebbe dovuto compiere una missione in Giappone, ma mi ammalai di tifo. Era una malattia terribile, ma mi salvò perché il gruppo di sommergibili fu intercettato e affondato dalla marina inglese nel golfo di Guinea. Dovevo essere a bordo, invece ero nel letto d’ospedale dove per tre mesi fui alimentato con una sola tazza di latte al giorno». Suona come un monito per chi oggi evoca scontri e guerre con leggerezza.
Poi però le forze tornano e dopo il congedo c’è una nuova chiamata alle armi. È la primavera del 1943, la Fortezza Europa tanto cara a Hitler e Mussolini vacilla sotto i colpi delle forze alleate. Sui cieli della Maddalena volano i bombardieri e in terra è l’apocalisse. «Arrivarono 81 fortezze volanti – ricorda Salvatore Zoccheddu –. Scaricarono sulla base navale migliaia di bombe. Quanto durò? Non l’ho mai saputo, potrei dire venti minuti, forse quaranta. Era un tempo indefinibile». Ma la guerra non è ancora finita. C’è il tempo per indossare la divisa delle Forze alleate e liberare l’Italia dall’assurdità del fascismo con la vita che resta sempre appesa a un filo: «Per tre volte il mio sommergibile è stato silurato, ma ci andò bene».
E così iniziano i giorni durissimi del secondo Dopoguerra e l’esperienza politica. Prima assessore (1957), poi sindaco (1958) a La Maddalena dove svolgeva il suo lavoro da maestro, dovette fare i conti con qualcosa che oggi è ai più sconosciuto: «Erano anni in cui la povertà dilagava, dopo gli anni delle bombe arrivarono quelli della fame. Il compito della politica allora era cercare di far ripartire tutto il sistema dopo che la guerra aveva portato solo devastazione. Col mio incarico di assessore, riuscii a far lavorare circa cento persone e così le tirammo fuori dall’incubo della fame».
Sono gli anni in cui La Maddalena cresce e si affaccia per la prima volta nel mondo del turismo. Succede prima ancora che l’Aga Khan metta piede in Sardegna e che la costa orientale diventi Smeralda. Nell’isola infatti arrivano i francesi. È il 1960 quando Salvatore Zoccheddu si reca a Nizza. «Lì conobbi il presidente del Club Mediterraneé e lo convinsi a dare uno sguardo alla nostra isola. Scelse Cala Garibaldi e lì nacque l’insediamento turistico che portò grandi vantaggi economici». Sono anni particolari, anni di ricorrenze. Nel 1960 e nel 1961 l’isola di Garibaldi celebra consecutivamente il centenario della spedizione dei Mille e quello dell’Unità d’Italia. Arrivano gli eredi di coloro che compirono l’impresa accanto al generale e grandi personalità politiche tra cui l’allora immancabile Giulio Andreotti. Il tutto tra una chiacchiera e l’altra con Clelia Garibaldi, figlia di Giuseppe e di Donna Costanza, una delle domestiche dell’eroe dei due mondi.
È invece nel 1965 che Salvatore Zoccheddu fa un viaggio a ritroso. Torna nella Cabras dov’era nato il padre. Lo accompagna ancora la doppia passione per l’insegnamento e per la politica. Ancora una volta è la Democrazia Cristiana la grande carrozza con la quale arriverà a ricoprire la carica di sindaco. Il primo problema da affrontare è la povertà. «Ma non c’era molta fame a Cabras – ricorda – fortunatamente l’agricoltura e lo stagno consentivano a tutti di sfamarsi. Allora i muggini si pescavano quasi con le mani. Trovai però un paese che doveva crescere, mancavano le fogne e in un anno morirono undici bambini per via delle condizioni igieniche. Fu drammatico». Arrivarono i servizi, arrivò la nettezza urbana, arrivò l’asfalto e iniziarono anche le lotte per il possesso degli stagni che ancora erano gestiti dai cosiddetti baroni. Erano gli anni di don Efisio Carta. «Una bravissima persona – dice Salvatore Zoccheddu –. Non voleva che gli stagni diventassero pubblici perché era preoccupato per i pescatori e forse aveva ragione. Oggi sono rimaste le aspettative, ma gli stagni si sono impoveriti.» E adesso? Si diletta a comporre poesie, ha scritto anche un piccolo romanzo e intanto osserva il mondo dalla sua casa di Solanas e durante i suoi sempre più rari viaggi alla Maddalena: «Guardo gli altri fare disastri». Sorride divertito.
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