Bernini boccia Conte: Sud dimenticato
di Umberto Aime
La capogruppo Fi al Senato: Savona ottimo economista ma sbaglia sul no all’euro
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CAGLIARI. Il bersaglio è lì, davanti a lei. È quel governo che il centrodestra mai avrebbe voluto, ma c’è. Capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è in campagna elettorale per le amministrative, ma parla subito di Matteo Salvini, più che del premier Giuseppe Conte, e molto anche del Sud. Anzi, prima del Mezzogiorno: «Nel programma gialloverde non è citato neanche una volta. Assurdo. Gli hanno dedicato un ministero, ma è senza portafoglio. Non ha soldi da spendere. Cosa farà? Purtroppo nulla, se non un po’ di assistenza e l’assistenza non è né lavoro e neanche infrastrutture. Mentre il Sud ha bisogno di un Piano Marshall a lunga scadenza. Ma di tutto questo non c’è traccia nel contratto. Non si parla di Mezzogiorno, figuriamoci della Sardegna». Subito dopo eccola affrontare il nodo del momento: la crisi dell’alleanza di centrodestra. Forse lo fa per alimentare, con intelligenza, quello che dicono da settimane, a Roma: se non ci fosse stata lei, Berlusconi avrebbe impedito alla Lega di firmare con i Cinque stelle. È questa donna dal passo leggero, ferma nel parlare, capace di frasi dolci e pungenti quasi allo stesso tempo, l’ufficiale di collegamento che continua a tenere insieme la Lega a Palazzo Chigi e il Cavaliere fuori dal portone.
Chi è oggi Salvini?
«Il nostro Matteo non è una pecorella smarrita, continua a essere un ottimo politico. Siamo stati noi a non impedirgli di andare al governo. Lo abbiamo deciso, per mettere fine ai surreali traccheggiamenti degli inaffidabili Cinque stelle».
Lo avete lasciato andare?
«Salvini è con noi dal 1994 e con lui governiamo diverse Regioni, dall’anno prossimo spero anche la Sardegna, e tanti Comuni. Quelle sì che sono alleanze serie, mentre quest’ultimo contratto è solo un accordo d’emergenza. Ma al nostro Matteo suggerisco di vigilare, ogni giorno, perché non ci fidiamo del populismo, del pressappochismo e dello statalismo altrui».
La partenza di Conte è stata?
«Col piede sbagliato. Del Sud non puoi dire poco o nulla, o sostenere, come Di Maio, che le etichette non servono, perché bisogna parlare solo dell’Italia nel suo insieme. No, il Mezzogiorno è una priorità».
La Sardegna anche.
«La battaglia per l’insularità in Costituzione è esistenziale. È l’unica strada per ridurre prima e cancellare poi le disuguaglianze con la terra ferma».
Il solo sostegno dell’Italia potrebbe non bastare, serve anche quello dell’Europa.
«Prima di tutto: l’Unione è come un telefonino. Non puoi dire a priori se è buono o cattivo, dipende da come lo usi. In questi anni, i governi di centrosinistra hanno subito l’Europa, dall’immigrazione all’economia, e i nostri interessi sono rimasti schiacciati. Rinegoziamo bene i trattati, ma che non possono essere modificati unilateralmente come fanno credere alcuni».
Vuole cominciare da quelli sugli immigrati clandestini?
«L’ex ministro Minniti ci ha messo un pezza, dopo i clamorosi errori commessi dal centrosinistra, ma non basta. Bruxelles non può ancora lasciare da sola l’Italia, dobbiamo gestire insieme un fenomeno epocale. Anche qui serve un Piano Marshall ma per l’Africa, con interventi “a casa loro”. Poi d’ora in poi arrivi e accoglienze vanno condivisi, con quote reali, fra tutti i Paesi».
Agli Affari europei c’è il ministro sardo Paolo Savona.
«È un ottimo economista. Ma non sono d’accordo con lui quando dice che avremmo solo vantaggi a uscire dall’euro. No, sarebbe l’inizio della fine».
A proposito di ministri: quello per la Famiglia, Lorenzo Fontana, è contro le unioni gay.
«Lo sanno tutti: ero pronta a votare la Legge Cirinnà, poi il governo ha messo la fiducia e c’è stato il mio passo indietro. Sia chiaro: le famiglie arcobaleno sono un dato di fatto, occorre prenderne atto. Vado oltre: Fontana non provare a imporre il tuo credo al resto del mondo».
Forza Italia ha scelto il candidato per le Regionali del 2019?
«No, dobbiamo parlare ancora con gli alleati, compreso il nostro Matteo Salvini».
Deciderà Berlusconi?
«Rispondo con una battuta: se il prescelto dovesse vincere, come sarà, allora Berlusconi si prenderà il merito. Se dovesse perdere, dirà che altri gli hanno suggerito un nome sbagliato».
Chi è oggi Salvini?
«Il nostro Matteo non è una pecorella smarrita, continua a essere un ottimo politico. Siamo stati noi a non impedirgli di andare al governo. Lo abbiamo deciso, per mettere fine ai surreali traccheggiamenti degli inaffidabili Cinque stelle».
Lo avete lasciato andare?
«Salvini è con noi dal 1994 e con lui governiamo diverse Regioni, dall’anno prossimo spero anche la Sardegna, e tanti Comuni. Quelle sì che sono alleanze serie, mentre quest’ultimo contratto è solo un accordo d’emergenza. Ma al nostro Matteo suggerisco di vigilare, ogni giorno, perché non ci fidiamo del populismo, del pressappochismo e dello statalismo altrui».
La partenza di Conte è stata?
«Col piede sbagliato. Del Sud non puoi dire poco o nulla, o sostenere, come Di Maio, che le etichette non servono, perché bisogna parlare solo dell’Italia nel suo insieme. No, il Mezzogiorno è una priorità».
La Sardegna anche.
«La battaglia per l’insularità in Costituzione è esistenziale. È l’unica strada per ridurre prima e cancellare poi le disuguaglianze con la terra ferma».
Il solo sostegno dell’Italia potrebbe non bastare, serve anche quello dell’Europa.
«Prima di tutto: l’Unione è come un telefonino. Non puoi dire a priori se è buono o cattivo, dipende da come lo usi. In questi anni, i governi di centrosinistra hanno subito l’Europa, dall’immigrazione all’economia, e i nostri interessi sono rimasti schiacciati. Rinegoziamo bene i trattati, ma che non possono essere modificati unilateralmente come fanno credere alcuni».
Vuole cominciare da quelli sugli immigrati clandestini?
«L’ex ministro Minniti ci ha messo un pezza, dopo i clamorosi errori commessi dal centrosinistra, ma non basta. Bruxelles non può ancora lasciare da sola l’Italia, dobbiamo gestire insieme un fenomeno epocale. Anche qui serve un Piano Marshall ma per l’Africa, con interventi “a casa loro”. Poi d’ora in poi arrivi e accoglienze vanno condivisi, con quote reali, fra tutti i Paesi».
Agli Affari europei c’è il ministro sardo Paolo Savona.
«È un ottimo economista. Ma non sono d’accordo con lui quando dice che avremmo solo vantaggi a uscire dall’euro. No, sarebbe l’inizio della fine».
A proposito di ministri: quello per la Famiglia, Lorenzo Fontana, è contro le unioni gay.
«Lo sanno tutti: ero pronta a votare la Legge Cirinnà, poi il governo ha messo la fiducia e c’è stato il mio passo indietro. Sia chiaro: le famiglie arcobaleno sono un dato di fatto, occorre prenderne atto. Vado oltre: Fontana non provare a imporre il tuo credo al resto del mondo».
Forza Italia ha scelto il candidato per le Regionali del 2019?
«No, dobbiamo parlare ancora con gli alleati, compreso il nostro Matteo Salvini».
Deciderà Berlusconi?
«Rispondo con una battuta: se il prescelto dovesse vincere, come sarà, allora Berlusconi si prenderà il merito. Se dovesse perdere, dirà che altri gli hanno suggerito un nome sbagliato».
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