La Nuova Sardegna

La crescita dell'Italia deve ripartire dal Sud

Salvatore Mura

Occorre andare oltre l'austerità con scelte coraggiose: soprattutto attraverso il rilancio degli investimenti pubblici crollati a partire dal 2009

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Per capire dove nasce la crisi che attraversa l'Italia basterebbe frequentare i pensionati che vivono con meno di 1.000 euro al mese e devono mantenere i figli disoccupati, i giovani con una laurea che disperati passano dal tirocinio allo stage, i ricercatori che lottano contro il precariato, i piccoli imprenditori che sono oberati dalle tasse, i giovani giornalisti che scrivono gli articoli per pochi euro, i muratori travolti dalla crisi dell'edilizia, gli operai stagionali senza alcuna tutela, i sindaci dei piccoli Comuni che si sentono abbandonati dallo Stato.

Qui nasce la crisi politico-istituzionale, perché è anzitutto una conseguenza derivata della crisi sociale alla quale gli ultimi governi non hanno dato una risposta adeguata alla gravità del fenomeno. Cambiare politica economica, attuare riforme che ridistribuiscano la ricchezza e riducano le disuguaglianze e, al contempo, investire nell'istruzione è il modo migliore per difendere le istituzioni e impedire che personaggi sprovveduti e arroganti conquistino la scena. La politica di austerità avrà forse avuto qualche effetto positivo sulla tenuta dei conti pubblici e sulla finanza, ma si è rivelato uno strumento capace, come pochi altri, di alimentare populismo e antipolitica. E quindi, indirettamente, di indebolire le istituzioni. Se questo è il punto di arrivo, come giudicare le scelte degli ultimi anni?

L'esito delle elezioni del 4 marzo è stato un segnale piuttosto chiaro, che richiede una risposta ai problemi concreti e alle attese della "povera gente", ma gli sconfitti l'hanno compreso? Ora la difesa del capo dello Stato dalle campagne diffamatorie è sacrosanta, ma è altrettanto necessario impegnarsi per l'attuazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Principi che impongono coraggiose scelte di giustizia sociale, fondate anzitutto sul lavoro (non quello precario e senza alcuna tutela). Se la "buona politica" rifiuta questa sfida, prima o poi l'accetteranno le forze populiste (e in qualche modo l'hanno già fatta propria con il reddito di cittadinanza) senza porsi alcuno scrupolo per i conti pubblici.

L'Europa deve comprendere che su questo terreno in Italia si gioca una partita ben più importante di qualche decimale di punto del rapporto fra deficit e Pil. Il comportamento di certi settori della stampa e dei vertici tedeschi rischia di distruggere rapidamente i progressi fatti con l'integrazione europea. In un contributo molto interessante, Pierluigi Ciocca (già vicedirettore della Banca d'Italia e autorevole economista) indica le misure che potrebbero far crescere l'economia italiana. Tra queste ritiene importante soprattutto l'aumento degli investimenti pubblici: «Gli investimenti fissi lordi della PA - scrive - sono crollati da 54 miliardi nel 2009 a poco più di 30 nel 2017. Non bastano neppure all'ammortamento, a mantenere l'esistente. Investimenti pubblici scelti secondo priorità ed efficacemente attuati avrebbero effetti moltiplicativi sulla domanda globale almeno doppi di quelli generati da maggiori spese correnti della PA (acquisti di beni e servizi), trasferimenti a famiglie (quali il bonus da 80 euro) e sgravi a imprese (quali quelli per una sussidiata, improduttiva occupazione)».

Occorre, inoltre, secondo Ciocca, una nuova «strategia per il Sud», che andrebbe «reimpostata come problema di crescita dell'intera Italia». In diverse parti del Mezzogiorno il tasso di disoccupazione è inaccettabile. Aggiunge, infine, che «in Europa il problema non è l'euro. Uscire dall'euro non converrebbe a nessun paese dell'eurozona. Il problema economico europeo è problema di governo intelligente. L'investimento pubblico è, anche a livello europeo, la chiave di volta».

L'impostazione keynesiana, «che in Europa interessi geopolitici e l'ortodossia - tedesca, ma non solo - hanno sinora respinto, deve affermarsi. Il rischio, altrimenti, è che con la prosperità dell'Europa naufraghi lo stesso progetto di un'Unione politica tra pari».

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