L’insicurezza economica alla base dei populismi
di Gian Mario Sias
Si è aperto l’evento internazionale organizzato da Crenos e dagli atenei sardi Morelli, Bocconi: «La ribellione degli elettori non deriva da fattori culturali»
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ALGHERO. «Il populismo non è paragonabile a un mal di pancia, è un fenomeno razionale e ha motivazioni economiche, conoscerle aiuta a gestirne le conseguenze politiche». Secondo Massimo Morelli, ordinario di Scienze politiche ed economia all’Università Bocconi di Milano, l’Italia non sta poi così male. «Con il governo del cambiamento si è entrati in un territorio mai attraversato, perché si tratta di un governo composto da due populismi diversi», osserva il docente. «È probabile che grazie a questa anomalia si riesca meglio a scindere l’aspetto più strettamente economico del populismo, al quale va comunque data una risposta – è il parere di Morelli – da quello politico, che invece va bloccato per evitare che accada come in passato, quando ha prodotto il fascismo». Ecco perché, secondo lui, «il caso italiano è il meno grave, perché con un governo populista di una sola bandiera il rischio di populismo politico tout court sarebbe più alto». Nella prima giornata di lavori del nono workshop internazionale di economia promosso dal Crenos e dai dipartimenti di Economia delle Università di Cagliari e Sassari in partnership con numerosi protagonisti della comunità scientifica-economica internazionale si è parlato anche di questo. Da ieri a venerdì oltre novanta studiosi sono radunati nel complesso di Santa Chiara, sede di Architettura ad Alghero, per confrontarsi su credito, politica economica, media economics e health economics. «Da anni le scienze politiche e l’economia si sono concentrate sul populismo, analizzandone cause e conseguenze», precisa Massimo Morelli. «Il dubbio se le origini del fenomeno siano culturali o economiche tende sempre più frequentemente a essere risolto dalla convinzione che sia l’insicurezza economica il vero motore – rivela – non avere un lavoro, non percepire un salario adeguato, la robotizzazione dei processi produttivi, la globalizzazione causano paura». Ed è da quella che poi deriva «una maggiore indisponibilità ad accettare l’altro – aggiunge il prof – la chiusura è una conseguenza secondaria della insicurezza economica, non è un fattore culturale». Morelli e altri studiosi hanno analizzato il populismo in Europa e in America, verificando che «i fattori economici influenzano l’insorgere del populismo in due modi», spiega ancora Morelli. «Quando una persona si sente meno sicura a causa delle politiche attuate dai governi precedenti, che sono fallite, opta senz’altro per chi gli propone qualcosa di più tangibile, come per esempio il reddito di cittadinanza», è la constatazione su cui oggi discute la comunità internazionale. «È riflesso anche il fenomeno per cui la disaffezione verso la politica provoca disimpegno, mancanza di partecipazione, sfiducia nelle istituzioni – continua Morelli – e questo crea l’habitat ideale per l’entrata in scena di movimenti nuovi, ai quali guardano tutti quelli che avevano deciso di astenersi e avevano accumulato livelli di sfiducia notevoli». Come spiega per gli organizzatori il prorettore dell’università di Sassari, Luca Deidda, «il workshop di Alghero è una occasione di interazione, un modo per proporre in anteprima ad altri studiosi i lavori non ancora pubblicati». Domani parlerà di economia dei media Hal Varian, capo economista di Google. Ma ai lavori parteciperanno ricercatori delle più importanti università del mondo, da Harvard a Stanford, dalla London school of economics alla Bocconi, da Bologna a Padova, oltre quelli di Cagliari e Sassari.
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