L'Europa invasa dalla xenofobia che arriva dall'Est
L'Italia di Salvini e l'Austria "corteggiano" il primo ministro ungherese Orbàn aggiungendosi al gruppo di Visegrad. L'Unione verso lo sgretolamento
Quel vento minaccioso che soffia con forza nei paesi dell'Est Europa, intaccando gli ideali di democrazia e unità di cui Bruxelles è portabandiera, si inizia a sentire anche in Occidente. Lo dimostra il caso internazionale della nave Aquarius, che ha comportato: frattura diplomatica dell'Italia prima con Malta, poi a seguire con la Spagna del nuovo governo socialista e infine con la Francia di Macron. Gestione sfrontata ma in linea con la dura presa di posizione dell'Austria nei confronti dei migranti di questi ultimi mesi. In questo caso, il messaggio di Salvini e del suo omologo nel governo di Vienna, appare forte e chiaro: se l'Europa guarda con diffidenza ai quattro paesi del Gruppo di Visegrad -Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria - che sono da tempo ormai lanciati sulle rotte del nazionalismo, dell'antisemitismo e dell'ultraconservatorismo, Italia e Austria "corteggiano" apertamente il primo ministro ungherese Viktor Orbàn.
La rosa dei Paesi che si stanno chiudendo sui propri ideali demagogici e populisti, cruccio di Bruxelles, rischia di allargarsi. Mettendo alle strette un'Unione Europea alla quale può non bastare più, come contromossa, la minaccia di erogare i prossimi Fondi sociali europei, 2021-2027, solo a chi rispetta le sue raccomandazioni. Nel cassetto ci sono 101 miliardi di euro che potrebbero essere versati unicamente in base al raggiungimento di determinati obiettivi sociali. Un avvertimento che al momento non sembra impensierire troppo Orbàn. Il politico originario di Székesfehérvár va avanti per la propria strada facendo passare al Parlamento ungherese un pacchetto di leggi anti-migranti, mantenendo così la promessa fatta durante la campagna elettorale che lo ha portato a stravincere le elezioni per la terza volta consecutiva (la quarta dal 1998). Un insieme di norme deliranti e indegne per un paese che intende, ai giorni nostri, proclamarsi civile.
La "tolleranza", sino ad oggi demandata alla solidarietà dei cittadini, scade il prossimo 20 luglio, quando in Ungheria chiunque fornirà qualunque tipo di aiuto ai migranti rischia il carcere. Vietato offrire cibo, assistenza legale o un tetto sotto il quale passare la notte. Proibito anche stampare volantini informativi a sostegno di coloro che spesso Orbàn in campagna elettorale ha brutalmente definito: "i nemici dell'Ungheria". In terra magiara, dove già la libertà di espressione è limitata e le opposizioni messe in un angolo, è in corso l'applicazione reale di un modello pericoloso di governo.
Con il sistema parlamentare sminuito e imbrigliato nella rete dell'autocrazia. Una macchia nera che investe un po' tutto il pianeta: dall'America di Trump sino alla porta d'Oriente della Turchia di Erdogan, dalla Russia di Putin fino alle Filippine di Duterte. Arricchendosi, giorno dopo giorno, di un nuovi protagonisti: ultima la Slovenia. Dove le elezioni del 3 giugno hanno visto primeggiare il Partito Democratico Sloveno di Janes Jansa, già due volte primo ministro tra il 2004 e il 2013. Non inganni il nome del partito, il SDS (Slovenska Demokratska Stranka) di democratico ha ben poco: si tratta di una forza conservatrice di centrodestra che non a caso, in piena campagna elettorale, ha visto precipitarsi in Slovenia, a dare man forte al candidato premier Jansa proprio Orbàn. Dimostrazione di come anche a Lubiana i temi dell'immigrazione e della "indipendenza" dall'ideale di unità continentale hanno fatto svoltare il paese a destra, e allinearsi con Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.
Razzismo e xenofobia dunque rischiano di affermarsi in un'Unione che ha imboccato la strada dello sgretolamento, con il tavolo dei migranti destinato ad un clamoroso flop. Al vertice informale, convocato a Bruxelles oggi, aleggia troppa diffidenza e tanto pessimismo.(@degirolamoa)
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