Sardi tartassati dal fisco il Pds annuncia la rivolta
Il segretario Maninchedda: pressione alle stelle, un sistema che ci soffoca L’ex direttore delle Entrate: l’isola al terzo posto in Italia, Sassari da record
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CAGLIARI. Dalla marcia del sale alla rivolta fiscale contro «uno Stato che si accanisce da sempre e troppo contro i sardi». Così come la protesta del Mahatma Gandhi e migliaia di indiani, nel 1930, per fermare i balzelli imposti dell’Impero britannico, anche il Partito dei sardi ha in preparazione la sua marcia. Sarà pacifica e legale contro l’Agenzia nazionale delle entrate, Equitalia e tutto il resto che sa e parla di tasse. «A settembre o al più tardi a ottobre, organizzeremo una grande manifestazione per dimostrare che il sardi non hanno più paura di un sistema che ci impone una delle pressioni fiscali più alte in Italia: quasi il 67 per cento». È cominciata così, con l’intervento del segretario del Pds Paolo Maninchedda, la prima tappa di avvicinamento alla ribellione. Davanti a una sala piena e dopo aver ascoltato le molte testimonianze di chi «purtroppo è rimasto schiacciato da un meccanismo bestiale che ti considera colpevole ancora prima che tu possa dimostrare il contrario», è stato l’intervento dell’ex direttore dell’Agenzia delle entrate di Sassari, Angelo Capula, a strappare l’applauso più lungo. Scattato dopo queste frasi: «Rispetto al suo prodotto interno lordo, che sappiamo essere fra i più bassi, la Sardegna è al terzo posto fra le regioni per peso fiscale pro capite e questa è un’ingiustizia evidente e non più sopportabile». Sassari, ad esempio, è molto al di sopra della media nazionale sul peso fiscale annuale, e anche a Cagliari e ad Olbia su dodici mesi lavorati un imprenditore, rispettoso delle leggi, almeno sette se non otto li vede divorati dall’Erario. Per poi ottenere cosa?, si è chiesto Franciscu Sedda, presidente del Pds. «Poco o comunque molto meno di quanto ci spetterebbe. Ci paghiamo la sanità, buona parte della continuità territoriale, i trasporti interni e, come se non bastasse, il governo italiano ci obbliga a contribuire al risanamento del debito pubblico nazionale in maniera addirittura esagerata». È stato Capula a mettere in fila diversi esempi che dimostrano come – soprattutto nell’isola – «sia evidente un ingiusto peso fiscale, in cui spesso il singolo contribuente è considerato a priori un colpevole ancora prima che gli sia concessa la possibilità di un contraddittorio con lo Stato». Detto da chi è stato per anni, oggi è in pensione, dall’altra parte della barricata – «ma mi sono sempre battuto perché ci fosse un comportamento corretto e non inquisitorio da parte degli uffici», dirà Capula – la questione dell’equità fiscale non può più essere rinviata. Maninchedda l’ha detto più volte: «Non come singoli, ma con la nostra forza di essere un popolo dobbiamo far cambiare questo sistema che ci soffoca e ottenere più giustizia». Poco dopo l’estate ci sarà di sicuro la grande marcia contro il fisco: «Non possiamo più fidarci di un governo nazionale, in passato come oggi, che dalla Sardegna e dai sardi pretende tutto, ma poi appena può ci volta le spalle».
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