Aias, stop della Regione revocata la convenzione
Il manager Moirano: la rescissione è un atto dovuto, da mesi non paga gli stipendi L’associazione ha centri di assistenza in tutta l’isola: a rischio 1200 posti di lavoro
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CAGLIARI. La lunga storia dell’Aias, cominciata oltre 60 anni fa, potrebbe essere arrivata al capolinea. Martedì l’Asl unica ha revocato la concessione all’Associazione che si occupa di riabilitazione, assistenza agli anziani e ha un ambulatorio quasi in ogni Comune. Con una lettera di due pagine, il direttore generale dell’Ats, Fulvio Moirano, ha fatto sapere ai vertici dell’Aias, oggi governata dai figli del fondatore Bruno Randazzo, che il contratto è stato stracciato a partire dalla fine di luglio. Il motivo? «Inadempienze evidenti da parte dell’Associazione»: non ha pagato ancora diverse mensilità, c’è chi sostiene dieci, mentre altri parlano di quattro, agli oltre 1.200 dipendenti. La rescissione era «un atto dovuto», diranno poi in mattinata l’assessore alla sanità Luigi Arru e Moirano, ricordano che è proprio «un ordine del giorno, votato mesi fa all’unanimità dal Consiglio regionale, a prevedere la disdetta in caso di mancato rispetto del contratto nazionale di lavoro da parte dell’Aias». Non è il capolinea ma quasi per l’Associazione, che ha ottenuto solo una proroga fino al 31 dicembre per «eccezionali e particolari ragioni d’interesse generale», è scritto nella lettera dell’Ats. Tradotto vuol dire che con «l’allungamento della convenzione, sarà di quattro mesi, ma solo per garantire (diranno Arru e Moirano) la continuità nell’assistenza ai pazienti in carico All’Aias». Che sono oltre 3mila e di cui la metà anziani ricoverati nelle strutture dell’Associazione. Tutto questo carteggio, la versione dell’Aias come so vedrà è opposta a quella della Regione, s’è consumato in un clima surreale. Dirette Facebook di protesta, attacchi del centrodestra, assemblee dei dipendenti, che tra l’altro sono divisi fra sindacati confederali e autonomi, minacce d’occupazione da parte di chi era in piazza e vertici continui sull’asse Regione-Consiglio regionale. Ma soprattutto a far da scenario c’è la preoccupazione di moltissime famiglie: con un’Aias in bilico, chi garantirà l’assistenza? «Siamo pronti a farlo anche noi», dirà il direttore generale Moirano, «se la situazione dovesse degenerare».
Battaglia infinita. È da una vita che i conti fra Regione e Aias sono al centro di un contenzioso giudiziario, cominciato negli anni ottanta e andato avanti fino all’altro giorno. In passato, era il 2014 e governava il centrodestra, i vertici dell’Associazione avevano fatto sapere che quel contenzioso era addirittura di 44 milioni per «prestazioni effettuate ma mai riconosciute dal sistema sanitario regionale». Poi in realtà sono andati in causa per poco più di 15, tra l’altro vincendo in Tribunale le cause, alcune anche dopo quasi 30 anni dalla prima udienza . Tant’è che l’Ats metà di quelle ingiunzioni le ha pagate, intorno ai cinque milioni, e per altre era pronta a farlo, ma gli assegni si sono arenati nella complicata vicenda di una fideiussione considerata sospetta dall’Asl unica. «Perché – ha detto Moirano – noi in appello siamo convinti di ribaltare la sentenza e quindi ci serviva la garanzia che, in un futuro, quei milioni ci fossero restituiti». Ma senza quei soldi – è questa una delle versioni dell’Aias – «la nostra azienda non può andare avanti ed è per questo che non abbiamo pagato gli stipendi». Insomma, i soliti ritardi della pubblica amministrazione sarebbero la causa del caos. «Non è così», è stata la replica della Regione e dell’Asl, che dopo aver ricordato «dal 2014 a oggi il sistema sanitario ha pagato all’Aias oltre 127 milioni, più altri 45 attraverso i Comuni», ha aggiunto: «Dall’anno scorso, ogni fattura da noi è liquidata entro 60 giorni dall’emissione. Siamo in regola con gli importi e i tempi». Dunque, è evidente che le controparti siano lontani anni luce nella ricostruzione dei «rapporti contabili».
Cosa accadrà. Di certo la convenzione andrà avanti fino a dicembre, poi si vedrà. Le ipotesi sono più di una: in questi mesi, l’Aias potrebbe pagare gli arretrati, i sindacati autonomi avevano già raggiunto un accordo, e a fine anno potrebbe vedersi rinnovata la convenzione. «Non abbiamo nessun pregiudizio ma i contratti di lavoro vanno rispettati sempre e comunque», dirà il manager dell’Ats. Oppure se l’Associazione dovesse rimanere sulle sue posizioni, l’Asl unica potrebbe bandire un appalto per prossimi tre anni, «ci stiamo guardano attorno da tempo», diranno Arru e Moirano, ma «a quel punto faremo scattare la clausola di salvaguardia e chiunque dovesse subentrare, dovrà riassumere gli oltre mille dipendenti». Però a parte le diverse soluzioni possibili, ci sono anche molte altre verità dietro questa storia. Per troppo tempo, è stato consentito un evidente regime di monopolio nell’assistenza e su questo aspetto sarebbe interessante indagare su quanto era dovuto e su quanto invece è stato permesso. L’Aias, senza togliere nulla alle sue benemerenze sanitarie e sociali, è stato spesso un fortino politico per diversi partiti, a cominciare dalla vecchia Dc e poi fino alle ultime declinazioni di quella che una volta era conosciuta come la «Balena bianca». Poi dopo la morte del fondatore Bruno Randazzo, nel 2012, quello che sembrava essere un meccanismo quasi perfetto s’è ingrippato. «Oggi – ha sottolineato l’Ats – con le tariffe che riconosciamo ogni anno all’Aias, l’azienda dovrebbe essere sana». Ma in una delle ultime repliche la dinastia ha ribattuto: «Non lo è, perché la Regione continua a pagarci in ritardo». (ua)
Battaglia infinita. È da una vita che i conti fra Regione e Aias sono al centro di un contenzioso giudiziario, cominciato negli anni ottanta e andato avanti fino all’altro giorno. In passato, era il 2014 e governava il centrodestra, i vertici dell’Associazione avevano fatto sapere che quel contenzioso era addirittura di 44 milioni per «prestazioni effettuate ma mai riconosciute dal sistema sanitario regionale». Poi in realtà sono andati in causa per poco più di 15, tra l’altro vincendo in Tribunale le cause, alcune anche dopo quasi 30 anni dalla prima udienza . Tant’è che l’Ats metà di quelle ingiunzioni le ha pagate, intorno ai cinque milioni, e per altre era pronta a farlo, ma gli assegni si sono arenati nella complicata vicenda di una fideiussione considerata sospetta dall’Asl unica. «Perché – ha detto Moirano – noi in appello siamo convinti di ribaltare la sentenza e quindi ci serviva la garanzia che, in un futuro, quei milioni ci fossero restituiti». Ma senza quei soldi – è questa una delle versioni dell’Aias – «la nostra azienda non può andare avanti ed è per questo che non abbiamo pagato gli stipendi». Insomma, i soliti ritardi della pubblica amministrazione sarebbero la causa del caos. «Non è così», è stata la replica della Regione e dell’Asl, che dopo aver ricordato «dal 2014 a oggi il sistema sanitario ha pagato all’Aias oltre 127 milioni, più altri 45 attraverso i Comuni», ha aggiunto: «Dall’anno scorso, ogni fattura da noi è liquidata entro 60 giorni dall’emissione. Siamo in regola con gli importi e i tempi». Dunque, è evidente che le controparti siano lontani anni luce nella ricostruzione dei «rapporti contabili».
Cosa accadrà. Di certo la convenzione andrà avanti fino a dicembre, poi si vedrà. Le ipotesi sono più di una: in questi mesi, l’Aias potrebbe pagare gli arretrati, i sindacati autonomi avevano già raggiunto un accordo, e a fine anno potrebbe vedersi rinnovata la convenzione. «Non abbiamo nessun pregiudizio ma i contratti di lavoro vanno rispettati sempre e comunque», dirà il manager dell’Ats. Oppure se l’Associazione dovesse rimanere sulle sue posizioni, l’Asl unica potrebbe bandire un appalto per prossimi tre anni, «ci stiamo guardano attorno da tempo», diranno Arru e Moirano, ma «a quel punto faremo scattare la clausola di salvaguardia e chiunque dovesse subentrare, dovrà riassumere gli oltre mille dipendenti». Però a parte le diverse soluzioni possibili, ci sono anche molte altre verità dietro questa storia. Per troppo tempo, è stato consentito un evidente regime di monopolio nell’assistenza e su questo aspetto sarebbe interessante indagare su quanto era dovuto e su quanto invece è stato permesso. L’Aias, senza togliere nulla alle sue benemerenze sanitarie e sociali, è stato spesso un fortino politico per diversi partiti, a cominciare dalla vecchia Dc e poi fino alle ultime declinazioni di quella che una volta era conosciuta come la «Balena bianca». Poi dopo la morte del fondatore Bruno Randazzo, nel 2012, quello che sembrava essere un meccanismo quasi perfetto s’è ingrippato. «Oggi – ha sottolineato l’Ats – con le tariffe che riconosciamo ogni anno all’Aias, l’azienda dovrebbe essere sana». Ma in una delle ultime repliche la dinastia ha ribattuto: «Non lo è, perché la Regione continua a pagarci in ritardo». (ua)
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