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Oristano, i 40 anni della coop Sa.pi.se: l'orgoglio è anche il riso venere non ogm

Enrico Carta
Oristano, i 40 anni della coop Sa.pi.se: l'orgoglio è anche il riso venere non ogm

Sardo-piemontese, è nata nel 1978: nel Campidano conta 80 aziende

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ORISTANO. Quarant’anni fa sembravano dei pionieri, quasi dei marziani. Quarant’anni dopo, loro o i loro figli, sono ancora lì nello stesso luogo a festeggiare un anniversario di nozze in cui i due coniugi hanno ancora tanta voglia di ballare assieme. Sardegna-Piemonte, Piemonte-Sardegna è il legame inscindibile della Cooperativa Sardo Piemontese Sementi ove per sementi si intendono quelle del riso, coltura che caratterizza il territorio dell’Oristanese.

È partendo dal germogliare di quell’esperienza, nel 1978 vista forse con un po’ di scetticismo, che ancora oggi il riso è un settore fondamentale dell’economia – non solo agricola – dell’Oristanese. Il giorno della festa dei 40 anni della cooperativa serve anche per fare il punto sullo stato di salute dell’intero comparto e vedere che il cuore pulsa come quello di un giovanotto ancora nel pieno delle forze. Come nelle analisi mediche, sono i numeri a chiarire che, nonostante la concorrenza non sempre entro i confini delle regole che arriva dai mercati orientali, il riso sardo è un concentrato di vitalità.

Su 90 aziende risicole ben 80 si trovano nei territori del Campidano di Oristano, in particolare nella zona limitrofa al capoluogo, dove la morfologia dei terreni e le condizioni climatiche particolarmente favorevoli sono un fattore decisivo. Solo 6 sono le aziende presenti nel resto dell’isola, tutte nel Cagliaritano. Rispetto al decennio precedente, a un leggero calo del numero di produttori, si è registrato nell’Oristanese un incremento delle superfici coltivati a riso da sementi passate dai 1.925 ettari del 2006 ai 3.201 dello scorso anno – il totale per l’intera Sardegna è di 3.562 per chiarire ancora meglio l’incidenza che Oristano ha nel settore –.

È un crescendo che ha un riscontro anche nella quantità di prodotto passata dalle 14.938 tonnellate del 2006 alle 24.461 del 2017 con una produttività media per ettaro arrivata a 6,87 tonnellate ben superiore allo 6,03 del 2006. Sono cifre ben lontane da quelle del triangolo d’oro Vercelli-Novara-Pavia della produzione di riso a livello nazionale,ma se il matrimonio della Sa.Pi.Se. con Oristano dura da 40 anni, c’è un motivo molto valido e non è da ricercare nella quantità delle produzioni. A spiegarlo è l’imprenditrice Elisabetta Falchi che ieri ha ospitato nella sua azienda di Pesaria a Oristano la festa di compleanno della coop: «La Sardegna e in particolare Oristano è diventata una sorta di campo scuola, una banca dati per le sementi. Quelle sarde hanno infatti più vigore germinativo rispetto alle piemontesi».

Mai fermarsi, però E infatti proprio nella sede piemontese ha un ruolo fondamentale il centro di ricerca in cui si compiono i miglioramenti genetici del riso solo attraverso incroci naturali mirati, tenendo al di fuori le qualità ogm. È un lavoro lungo che ha però già regalato qualcosa di unico. Se dalle acque del quadro di Botticelli usciva la dea Venere, dalle acque delle risaie oristanesi spuntano le piantine di riso venere, unico prodotto italiano non ogm. Tutto quello che arriva negli scaffali dei supermercati è prodotto da Sa.Pi.Se. che lo coltiva, lo lavora in un’unica riseria per evitare contaminazioni e ne detiene il brevetto. La risicoltura non è però solo questo. «Da sempre valorizza terreni paludosi altrimenti non utilizzabili. In più l’acqua utilizzata per l’irrigazione garantisce l’equilibrio ambientale delle zone umide e degli stagni vicini in annate di siccità e non dimentichiamo che è stato il settore che ha fatto da traino al settore agricolo in provincia», conclude Elisabetta Falchi.

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