La Nuova Sardegna

CI RESTANO TRENTA GIORNI PER NEGOZIARE

di LUCA DEIDDA

Secondo la Commissione, la finanziaria devia in maniera significativa dalle raccomandazioni che il Consiglio Ue ci aveva già fatto a luglio 2018. A preoccupare è l’evoluzione al rialzo del Debito/Pil...

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Secondo la Commissione, la finanziaria devia in maniera significativa dalle raccomandazioni che il Consiglio Ue ci aveva già fatto a luglio 2018. A preoccupare è l’evoluzione al rialzo del Debito/Pil italiano, descritta in un rapporto che la Commissione usa per supporto della conclusione secondo cui una procedura per debito eccessivo è giustificata.

Alcune considerazioni. Primo, insistere su questa posizione ha un prezzo: quota 300 vuol dire che paghiamo 3% di interessi in più per ogni euro di debito che emettiamo per rifinanziare lo stock di debito preesistente quando viene a scadenza. In soldoni, oltre 9-10 miliardi di spese per interessi in più. Secondo, questo prezzo potrebbe restare tale o crescere. Può darsi che i mercati abbiano già anticipato gli effetti negativi che l’eventuale procedura di infrazione sollecitata dalla commissione Ue nel bocciarci potrà avere sull’Economia italiana. Ma come già si è detto le sanzioni sono materia incerta ed è dunque verosimile che, al risolversi di tale incertezza al seguire l’iter europeo il suo corso, lo spread possa aumentare.

Secondo, oltre allo spread, ciò che deve farci preoccupare è la nostra capacità di trovare acquirenti per i titoli che dobbiamo costantemente emettere per rifinanziare il debito. Per capirlo basta guardare all’asta sui Btp a 4 anni in corso: l’offerta retail ha chiuso a 863 milioni di titoli collocati; lontanissimi dal target previsto. C’è poca fiducia: e gli acquirenti non comprano. E’ un problema? Si, perché se non rifinanziamo il debito andiamo in bancarotta.

Terzo, ripetiamo, in questo braccio di ferro la credibilità della politica fiscale UE, con le sue regole sulla stabilità del debito, è in gioco. Per questo, c’erano pochi dubbi sul fatto che la Commissione ci bocciasse. Ora la partita è politica; la palla passa all’Ecofin. Un ruolo-chiave avrà l’Eurogruppo, organo composto dai ministri di economia e finanze degli stati UE che adottano l’Euro, che finora ha dimostrato un atteggiamento compatto, ciò che lascia presagire la possibilità che la bocciatura venga confermata. In nome della credibilità ma anche per calcolo politico. Quarto: se la bocciatura fosse confermata la excessive deficit procedure diverrebbe realtà, e allora piuttosto che la letterina di Babbo Natale potrebbe arrivare il carbone. La UE potrebbe chiederci una manovra correttiva piuttosto pesante, per far ritornar il deficit/PIL italiano all’1,1%. Stiamo parlando di una ventina di miliardi di euro di tagli. Ciò annullerebbe la parte espansiva della manovra attualmente proposta. Quinto: spread a quota 300 (posto che ci si fermi qui) vuol dire anche stretta creditizia, perché il maggior costo del credito si trasmette anche al credito erogato ai privati (famiglie e imprese) e vuol dire anche perdite in conto capitale per i risparmiatori. Il rischio è che a insistere nel farsi bocciare si finisca per varare una manovra i cui effetti potenzialmente positivi verranno azzerati dal maggior costo legato alla sfiducia dei mercati sulla sostenibilità del debito italiano e sulla tenuta della nostra economia. Probabilmente avremmo dovuto instaurare un negoziato vero con la UE piuttosto che insistere nella generica affermazione che la manovra “va bene così com’è”. Del senno di poi sono piene le fosse ma, forse, non è troppo tardi per provarci.



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