La Nuova Sardegna

«Noi andremo con chi riconosce la nazione sarda»

«Noi andremo con chi riconosce la nazione sarda»

Il leader del Pds parla del futuro del suo partito e della sfida per le Regionali: «Dopo le Primarias portiamo avanti una rivoluzione gentile e legalitaria»

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SASSARI. In tasca il sasso che sposta i piatti della bilancia. In testa il sogno della nazione sarda. Paolo Maninchedda si gode il tesoretto di 20mila click delle Primarias che trasformano il Partito dei Sardi da satellite in pianeta. Il leader del Pds sa di essere al centro della scena elettorale e si dice pronto anche a dissolvere la sua creatura, ma in un progetto più grande. Quello di una coalizione che arriva alla nazione sarda. Parla di rivoluzione legale e gentile. Ma è pronto anche ad andare da solo.

Quale significato ha per lei il risultato delle Primarias?

«Significa consapevolezza di un fatto evidente. In Sardegna, per cambiare qualcosa, bisogna cambiare tutto. Significa che dobbiamo riuscire a interpretare le prossime elezioni regionali con spirito rivoluzionario. Pacifico e legale, ma rivoluzionario. Un numero così alto di partecipanti che accettano la fatica e la difficoltà di un voto in dieci passaggi in cui si arriva anche alla registrazione del codice fiscale, deve essere guardato con molta attenzione. Un successo simile si giustifica solo come segno di radicale voglia di cambiamento. Non ci si può più accontentare di piccoli mutamenti. Il pronunciamento favorevole del 97 per cento dei votanti per la Nazione sarda significa appoggiare il contenuto più rivoluzionario della consultazione. Significa che la questione sarda non è una somma di problemi, ma una questione di libertà e di poteri. Significa riporre al centro la domanda dimenticata: "Chi decide per noi e perché?”».

Ma concretamente cosa farete dopo questo voto?

«Intanto è già un gesto concreto avere un pensiero e non uno slogan o una battuta. Daremo gambe a questo percorso. Non si tratta di fare una coalizione, ma di fare una rivoluzione. C’è un grande desiderio di partecipazione privo di un pensiero che lo guidi. Il problema non è realizzare una sommatoria di sigle, ma pensare, organizzare e creare una battaglia per il cambiamento. Bisogna essere nello stesso tempo radicali e pazienti».

Lei ha detto che senza pregiudizi, a parte fascisti e razzisti, è pronto a dialogare con chiunque abbracci l’idea della nazione sarda. Centrosinistra o centrodestra. È ancora così?

«Il 97 per cento dei partecipanti alle Primarias ha detto che la Nazione sarda esiste. Il vincolo politico delle Primarias è proprio affermare questo "Noi". Chiunque pronunci questo “Noi” diventa un interlocutore. Ma devo dire che fino a ora i partiti italiani non sono riusciti a farlo. “Noi” lo hanno detto i loro militanti, ma non i vertici. Non è un esercizio verbale pronunciarsi a favore della Nazione, ma il riconoscimento che all’interno dello Stato italiano non c’è, come esige e impone la Costituzione italiana, solo la nazione italiana più qualche minoranza, ma che c'è anche la Nazione sarda. Su questi temi chi sta con noi sarà nostro compagno di viaggio».

Secondo gli esperti di e-voting, i click on line con questa complessità di voto hanno un peso enorme. Si sostiene che ogni voto digitale deve essere considerato come tre elettori alle urne. Ma è davvero così?

«Per ora non ci sono molte serie storiche su un e-voting così complesso. Posso dire che più è complicato esprimere il voto, più il fattore di moltiplicazione del voto digitale aumenta. Anche a noi hanno detto che in base a questi calcoli è come se avessero votato tradizionalmente oltre 60mila persone».

Dialogate con le altre coalizioni?

«Le nostre interlocuzioni avvengono alla luce del sole. Avviene tutto secondo il metodo delle Primarias, in modo chiaro e aperto. Non abbiamo interlocuzioni con le coalizioni guidate dal Pd e dalla Lega, perché alla base c’è il tema della nazione sarda. Per noi era ed è un grande punto di contatto, per loro un grande motivo di dissenso. Noi dialoghiamo per una rivoluzione, legale e pacifica, non per una banale alternanza di governo. Questo sembra appassionare molti cittadini ma non i dirigenti di partito».

È dispiaciuto della mancata partecipazione di altre sigle indipendentiste alle Primarias?

«Da tanto tempo mi sono posto l’imperativo di non parlare mai in modo lontanamente critico del mondo indipendentista sardo. Perché è un universo che ha bisogno di pazienza, tranquillità e fiducia. E non di tensioni».

Perché Zedda e Solinas non hanno partecipato alle Primarias?

«Non lo so. Forse ha pesato un po’ l'inerzia della normale politica italiana. L’abitudine a replicare sempre gli stessi modelli. Forse ha pesato la consapevolezza che dire "Nazione" significa dire, in qualche modo, rivoluzione. Non so».

La strada più probabile è che andiate avanti senza fare alleanze?

«Noi da sempre andiamo avanti: cerchiamo sempre compagnia, ma camminando. Abbiamo dimostrato di avere le forze per vivere in modo autonomo. Ma diciamo che siamo anche pronti a sostenere un progetto che metta al centro la nazione sarda e i suoi interessi. Noi abbiamo sempre proposto una convergenza tra forze tutte sarde unite dal disegno della rappresentanza politica e della costruzione istituzionale della nazione. Pronti anche a scioglierci per qualcosa di più grande. Viviamo di convinzioni e non di ambizioni».

Secondo lei il centrosinistra ha sbagliato a non sostenere il tema della nazione sarda?

«Credo che abbia fatto un errore culturale e storico oltre che politico. Mi dispiace, ma devo prenderne atto».

Ma lei si aspettava una risposta simile alle Primarias?

«Assolutamente no. Pensiamo sia il segno di una voglia di cambiamento radicale, ancora non compresa in Sardegna. Sono convinto che la gente non crede più alla favola del miglioramento dell’isola attraverso l’alternanza di centrodestra e centrosinistra al governo. Mi pare ci sia voglia di cambiare tutto. Serve disinteresse e sacrificio per una rivoluzione legale e pacifica che parta dal basso». (l.roj)



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