ORA RIDIAMO UN FUTURO AI BAMBINI
di VANESSA ROGGERI
A sfatare parte delle nostre illusioni ci pensa però l’ultimo rapporto di Save the Children sulle condizioni di vita, e sulle prospettive future, di bambini e ragazzi in Italia, regione per regione....
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A sfatare parte delle nostre illusioni ci pensa però l’ultimo rapporto di Save the Children sulle condizioni di vita, e sulle prospettive future, di bambini e ragazzi in Italia, regione per regione.
Salta fuori, anche se non è del tutto una novità, che l’infanzia nel nostro paese è a rischio: un milione e 260mila bambini vivono in povertà assoluta (dato triplicato negli ultimi 10 anni), mentre 2 milioni e 192mila soffrono una povertà relativa. Ma qual è la differenza tra i due tipi di povertà? È bene capirci: quella assoluta è una condizione che di solito impedisce di accedere ai beni essenziali come cibo e vestiti (nel 2018 la soglia di povertà assoluta per singolo individuo nella periferia di una grande città è stata individuata in 761,32 euro). La povertà relativa invece definisce l’impossibilità di fruire di beni e servizi in rapporto al proprio reddito, sebbene si possieda il minimo necessario per sopravvivere (una soglia di 1.095,09 euro per famiglie composte da due individui). In Sardegna un bimbo su tre patisce condizioni di povertà relativa, un dato impressionante se pensiamo che in Emilia Romagna sono uno su 10. In sostanza, una buona percentuale dei nostri bambini non sta morendo di fame, non è questo che sta accadendo; a mancare non è il cibo tout court, bensì l’equità, le medesime pari opportunità di cui godono tutti i ragazzini italiani. Dalla scarsità di mezzi che attiene alla materialità della vita, alla immaterialità di possibilità ancora più grandi e importanti. Nutrire la mente non è meno importante che nutrire il corpo.
È mortificante essere poveri? Certamente. Lo è anche per un bambino e non solo perché è costretto a negarsi abiti firmati e status symbol in voga tra i giovanissimi; l’avvilimento maggiore deriva dal futuro negato. Non possedere mezzi economici significa non avere accesso allo studio; la povertà educativa è una conseguenza che priva i ragazzi della possibilità di migliorare le proprie condizioni, di emanciparsi dalla propria famiglia e affrancarsi dal luogo d’origine. È un cane che si morde la coda. Non c’è lungimiranza, costruzione del proprio patrimonio culturale; ci si accontenta della gratificazione immediata, effimera e modesta, fine a se stessa.
È normale che poi diventi difficile contenere la dispersione scolastica, incentivare i ragazzi alla lettura o spronarli a spezzare l’immobilismo che in un panorama nazionale li porta ad essere tra i più pigri e demotivati.
Vivere in un’isola ha i suoi svantaggi: è come una gabbia che esaspera e ingigantisce entro stretti confini le problematiche scatenate dalla crisi economica che imperversa dal 2009. Un’isola da cui è difficile partire, e in cui è difficile restare.
La malattia è sistemica, trovare la giusta medicina è la sfida che determinerà il futuro delle nuove generazioni.
Salta fuori, anche se non è del tutto una novità, che l’infanzia nel nostro paese è a rischio: un milione e 260mila bambini vivono in povertà assoluta (dato triplicato negli ultimi 10 anni), mentre 2 milioni e 192mila soffrono una povertà relativa. Ma qual è la differenza tra i due tipi di povertà? È bene capirci: quella assoluta è una condizione che di solito impedisce di accedere ai beni essenziali come cibo e vestiti (nel 2018 la soglia di povertà assoluta per singolo individuo nella periferia di una grande città è stata individuata in 761,32 euro). La povertà relativa invece definisce l’impossibilità di fruire di beni e servizi in rapporto al proprio reddito, sebbene si possieda il minimo necessario per sopravvivere (una soglia di 1.095,09 euro per famiglie composte da due individui). In Sardegna un bimbo su tre patisce condizioni di povertà relativa, un dato impressionante se pensiamo che in Emilia Romagna sono uno su 10. In sostanza, una buona percentuale dei nostri bambini non sta morendo di fame, non è questo che sta accadendo; a mancare non è il cibo tout court, bensì l’equità, le medesime pari opportunità di cui godono tutti i ragazzini italiani. Dalla scarsità di mezzi che attiene alla materialità della vita, alla immaterialità di possibilità ancora più grandi e importanti. Nutrire la mente non è meno importante che nutrire il corpo.
È mortificante essere poveri? Certamente. Lo è anche per un bambino e non solo perché è costretto a negarsi abiti firmati e status symbol in voga tra i giovanissimi; l’avvilimento maggiore deriva dal futuro negato. Non possedere mezzi economici significa non avere accesso allo studio; la povertà educativa è una conseguenza che priva i ragazzi della possibilità di migliorare le proprie condizioni, di emanciparsi dalla propria famiglia e affrancarsi dal luogo d’origine. È un cane che si morde la coda. Non c’è lungimiranza, costruzione del proprio patrimonio culturale; ci si accontenta della gratificazione immediata, effimera e modesta, fine a se stessa.
È normale che poi diventi difficile contenere la dispersione scolastica, incentivare i ragazzi alla lettura o spronarli a spezzare l’immobilismo che in un panorama nazionale li porta ad essere tra i più pigri e demotivati.
Vivere in un’isola ha i suoi svantaggi: è come una gabbia che esaspera e ingigantisce entro stretti confini le problematiche scatenate dalla crisi economica che imperversa dal 2009. Un’isola da cui è difficile partire, e in cui è difficile restare.
La malattia è sistemica, trovare la giusta medicina è la sfida che determinerà il futuro delle nuove generazioni.
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