La Nuova Sardegna

Una nuorese in Cile: situazione esplosiva

di Alessandro Pirina
Una nuorese in Cile: situazione esplosiva

L’antropologa Bacchiddu: «La popolazione è allo stremo»

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SASSARI. Dal 18 ottobre il Cile ha riportato le lancette indietro di 29 anni. Forti proteste nelle strade sfociate nella morte di più di 20 persone, 1300 feriti, militari in ogni angolo di Santiago, quasi 4300 arresti (di cui 461 sono minorenni), un coprifuoco voluto dal presidente Piñera che ha fatto ripiombare lo Stato del Sudamerica in un clima di guerra che non si era più visto dalla fine della dittatura di Pinochet. Da quindici giorni il Cile, dunque, si trova a vivere una situazione difficilissima, quasi senza via d’uscita. A raccontarlo è Giovanna Bacchiddu, antropologa sociale nuorese, docente nella Pontificia Universidad Católica de Chile, che vive a Santiago dal 2012, con una esperienza precedente nel sud del Paese per conseguire il dottorato di ricerca. Quasi dieci anni in Cile, uniti agli studi fatti e alla sua professione, che le permettono di conoscere a fondo le ragioni che hanno portato alla protesta.

«È stato un periodo durissimo che non si è ancora concluso – racconta –. Tutto è partito da una protesta degli studenti universitari che si sono ribellati all’ennesimo aumento del prezzo della metropolitana, ritenuto inaccettabile. L’appello a saltare le barriere della metro ha avuto un successo inaspettato. Agli universitari si sono uniti gli altri studenti, poi tanti altri cittadini. Il tutto per diversi giorni. Purtroppo durante queste manifestazioni spontanee c’è stato qualche episodio di violenza, dovuto alla rabbia dei cittadini, stanchi di tanti soprusi». Una minoranza di persone violente ha attaccato la metro, bruciato alcuni pullman, saccheggiato market e farmacie. Lo Stato ha reagito col pugno di ferro, dichiarando lo stato di emergenza, chiamando l’esercito per gestire l’ordine pubblico e promulgando il coprifuoco. «Ci siamo ritrovati con un numero enorme di militari per le strade, tutte le forze di polizia. Fin da subito la protesta è stata duramente repressa; Piñera ha fatto una affermazione infelicissima: “siamo in guerra”, che è stata fortemente criticata da mass media e opinione pubblica, tanto che lo stesso capo dell’esercito ha in qualche modo preso le distanze».

Bacchiddu racconta di come gran parte delle proteste si siano svolte in maniera pacifica. «Venerdì scorso sono scese in piazza due milioni di persone. In Cile la popolazione è abituata a scendere in piazza, qui si manifesta per tutto, è una forma naturale di esprimersi. A un certo punto c’è stato uno spiegarsi di forze speciali che hanno cominciato a reprimere la popolazione, spruzzando gas lacrimogeni senza motivo apparente sulla folla inerte, addirittura nella metro, sparando proiettili di gomma. È stata una repressione violentissima; unita al coprifuoco in tutto il paese - una misura ingiustificata che è durata più di una settimana. Un’esperienza durissima per un popolo che non vive più in un regime di dittatura dal 1990. Un episodio sinistro per chi ha vissuto il Cile di Pinochet e per chi - come noi stranieri - non aveva mai vissuto esperienze del genere».

E così, come in quell’epoca funesta mai dimenticata, è ricomparsa la protesta delle casalinghe. «Hanno tirato fuori padelle, mestoli, cucchiai e hanno dato vita al cosiddetto cacerolazo. Tutti sui balconi, nei giardini, sfidando anche il coprifuoco. Ma non solo. Sono stati rispolverati anche molti canti dell’epoca di Allende e canti di resistenza cileni, nonché la nostra “Bella ciao”. Sentire ovunque questa colonna sonora è molto commovente». L’aumento della metro è stata la goccia che ha fatto esplodere il Cile, ma secondo Bacchiddu le ragioni sono più profonde. «Alla base di tutto c’è il sistema neoliberale in cui la popolazione vive, e mi includo anche io; il sistema instaurato durante la dittatura. C’è una minoranza esigua che ha entrate enormi, mentre la maggior parte della popolazione vive con pochissimo. E qui è tutto privato, si paga tutto saporitamente, dalla sanità all’istruzione. Per di più la vita è carissima: Santiago ha quasi lo stesso costo della metro di Copenaghen, mentre lo stipendio minimo cileno è una frazione di quello danese. Le pensioni minime corrispondono a circa 100 euro. Il sistema neoliberale è riuscito nel suo intento di arricchire una élite e impoverire il resto della popolazione. Da antropologa quanto è successo in questi giorni non mi sorprende per niente, perché si capiva perfettamente che la situazione era una pentola a pressione. Alla popolazione non sono garantiti i beni primari. La verità è che il sistema è stato creato proprio per produrre diseguaglianza ed è per questo che risulta difficile intravedere una soluzione in tempi brevi. Uno dei termini che più di tutti sta venendo fuori nelle proteste è “dignità”. Credo che la situazione non tornerà alla normalità sinché la dignità non tornerà a fare parte del nostro quotidiano. La gente ha diritto alla dignità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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