Aias, le quattro società rischiano il fallimento
di Mauro Lissia
La Procura chiede la procedura per l’intero gruppo della famiglia Randazzo Si va verso la riunificazione delle posizioni in un solo concordato preventivo
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CAGLIARI. Per la Procura non dev’essere soltanto l’Aias Cagliari a fallire sommersa da debiti milionari, ma l’intero gruppo che fa capo alla famiglia Randazzo. Il pm Daniele Caria è arrivato a questa conclusione dopo che i consulenti del tribunale Giuseppe Aste e Gianluca Fadda hanno esaminato i conti delle società Aias Sardegna, Aias Cagliari, Fondazione Randazzo e Senecta, quest’ultima in liquidazione. I numeri non concederebbero scampo: l’indebitamento complessivo di 83 milioni dichiarato alla fine di ottobre pesa in modo insostenibile sui bilanci e secondo la Procura manca la liquidità reale per farvi fronte con concrete possibilità di farcela. Perché il gruppo dell’assistenza ai disabili possa uscire dallo stato di insolvenza nel quale lo considera la Procura servirebbe un miracolo, ma i difensori dei Randazzo – esonerati sbrigativamente i prìncipi del Foro giunti da Roma a fine estate, ora sono gli avvocati cagliaritani Cristiano Cincotti e Fabio Nieddu Arrica - sono convinti che la crisi finanziaria sia ancora superabile. Per questo ieri, all’udienza davanti ai giudici Tamponi, Bernardino e Caschili i legali hanno chiesto l’unificazione delle procedure di concordato preventivo riferite alle quattro società: in questo modo i beni al centro dell’operazione di vendita destinata a produrre la liquidità indispensabile a salvare il gruppo dal fallimento potranno essere spostati dall’una all’altra compagine e gestiti con maggiore libertà in funzione del ripianamento finanziario. In altre parole: per salvarsi, ciascuna società potrà contare anche sui beni delle altre tre.
Nelle intenzioni dei Randazzo c’è la vendita degli accreditamenti al netto degli immobili, ma su questo punto il confronto sarà aperto perché non è detto che il tribunale avvalli operazioni di questo tipo, che potrebbero depauperare irreparabilmente il patrimonio del gruppo.
Comunque sia, saranno i commissari nominati dai giudici a vigilare con il massimo rigore su ogni passaggio compreso nell’operazione di concordato, le verifiche saranno settimanali e il monitoraggio avverrà sempre sotto la stretta sorveglianza del tribunale. Una scelta comprensibile, considerato che c’è in ballo un settore nevralgico dell’assistenza sanitaria e la sorte di 1200 dipendenti che avanzano ad oggi la retribuzione di undici mensilità e hanno ricevuto soltanto un anticipo sull’ultima busta-paga dopo mesi di scioperi e di proteste pubbliche.
I prossimi passaggi tecnici della procedura saranno questi: sessanta giorni di tempo, come stabilito dalla legge, per elaborare e presentare al tribunale un piano di rientro compatibile, un concordato in bianco che a questo punto riguarderà tutte e quattro le società per le quali i legali chiederanno l’accorpamento. Il piano conterrà una serie di proposte fra cui un taglio sul costo del lavoro che garantirebbe risparmi fino a 800 mila euro ad esercizio finanziario, con conseguenti licenziamenti e sostegno alla disoccupazione. Il progetto, ancora da formalizzare, avrebbe al centro anche la vendita di alcune residenze assistite e di alcuni accreditamenti con le convenzioni per l’assistenza socio-sanitaria, oltre che dei crediti ad oggi rivendicati nei confronti della Regione malgrado in viale Trento risulti una situazione tutta da chiarire. Soltanto quando le proposte verranno messe nero su bianco, depositate in tribunale e valutate dai consulenti i giudici decideranno se sospendere la procedura fallimentare e dare fiducia ai vertici del gruppo Randazzo.
Qualcosa di più si saprà alla prossima udienza davanti al tribunale fallimentare, probabilmente subito dopo le feste di fine anno.
Nelle intenzioni dei Randazzo c’è la vendita degli accreditamenti al netto degli immobili, ma su questo punto il confronto sarà aperto perché non è detto che il tribunale avvalli operazioni di questo tipo, che potrebbero depauperare irreparabilmente il patrimonio del gruppo.
Comunque sia, saranno i commissari nominati dai giudici a vigilare con il massimo rigore su ogni passaggio compreso nell’operazione di concordato, le verifiche saranno settimanali e il monitoraggio avverrà sempre sotto la stretta sorveglianza del tribunale. Una scelta comprensibile, considerato che c’è in ballo un settore nevralgico dell’assistenza sanitaria e la sorte di 1200 dipendenti che avanzano ad oggi la retribuzione di undici mensilità e hanno ricevuto soltanto un anticipo sull’ultima busta-paga dopo mesi di scioperi e di proteste pubbliche.
I prossimi passaggi tecnici della procedura saranno questi: sessanta giorni di tempo, come stabilito dalla legge, per elaborare e presentare al tribunale un piano di rientro compatibile, un concordato in bianco che a questo punto riguarderà tutte e quattro le società per le quali i legali chiederanno l’accorpamento. Il piano conterrà una serie di proposte fra cui un taglio sul costo del lavoro che garantirebbe risparmi fino a 800 mila euro ad esercizio finanziario, con conseguenti licenziamenti e sostegno alla disoccupazione. Il progetto, ancora da formalizzare, avrebbe al centro anche la vendita di alcune residenze assistite e di alcuni accreditamenti con le convenzioni per l’assistenza socio-sanitaria, oltre che dei crediti ad oggi rivendicati nei confronti della Regione malgrado in viale Trento risulti una situazione tutta da chiarire. Soltanto quando le proposte verranno messe nero su bianco, depositate in tribunale e valutate dai consulenti i giudici decideranno se sospendere la procedura fallimentare e dare fiducia ai vertici del gruppo Randazzo.
Qualcosa di più si saprà alla prossima udienza davanti al tribunale fallimentare, probabilmente subito dopo le feste di fine anno.
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