Il metano è ormai realtà i motivi del via libera
Nel Piano è scritto che dovrà essere evitato il trasporto del gas con le autobotti La sottosegretaria Todde: bene ma sulla dorsale attendiamo analisi costi-benefici
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CAGLIARI. È vero che il progetto della dorsale è citato una sola volta nel nuovo Piano per l’energia sottoscritto mercoledì a Roma dal Governo con le Regioni. Eppure proprio il metanodotto è presente eccome fra le righe dell’accordo, o meglio sembra aleggiare sempre e comunque capitolo dopo capitolo.
Tubo sì, camion no. Al punto 8 dell’emendamento sulla strategia nazionale per l’addio al carbone entro il 2025 c’è scritto: «In assenza – testuale – di una rete interna per il trasporto, la distribuzione su strada del metano, provocherebbe di sicuro forti impatti (ambientali e climatici) dovuti al traffico di mezzi pesanti sia nelle emissioni in atmosfera che in termini di sicurezza delle strade». La traduzione dal complicato al semplice è facile: il metano non potrà essere distribuito certo con le cisterne da un capo all’altro della Sardegna. Perché, a quel punto, come ribadisce il Piano – l’inquinamento aumenterebbe invece di diminuire. Per evitare questo rischio paradossale, la dorsale dovrebbe essere l’unica soluzione possibile.
I progetti in corso. Sempre nell’accordo è ricordato che «risultano in fase di autorizzazione due progetti di depositi, a Cagliari e Oristano, accoppiati ad alcuni minirigassificatori, per alimentare una rete (la dorsale) il cui lotto sud Cagliari-Oristano ha ricevuto il parere favorevole della Commissione nazionale di valutazione dell’impatto ambientale ed è in attesa della pubblicazione dell’esito sulla Gazzetta ufficiale, mentre per il tratto nord è in fase di chiusura la relativa procedura». Quindi, anche il Piano ha preso atto che esiste un progetto avviato ed è proprio quello presentato da Snam ed Sgi con la società Enura, che s’è detta pronta a far partire i lavori il prossimo anno per poi concluderli nel 2021-2022.
L’esistente. Ancora dal verbale del Piano sottoscritto a Roma: «Risultano in esercizio o in corso di realizzazione bacini di distribuzione non localizzati vicino ai depositi costieri, che pertanto, in assenza della rete di trasporto del gas, non potranno essere serviti se non a condizioni economiche penalizzanti», e quindi dovranno essere collegati con la dorsale. Per poi ritornare sullo stesso argomento qualche riga dopo: «Per la rete di distribuzione urbana in Sardegna, negli anni sono state investite ingenti risorse pubbliche anche nazionali, e quindi in questa stessa rete, oggi utilizzata per il propano, potrebbe essere immesso in futuro il gas metano». Anche in questo caso la traduzione è facile: esistono delle tubazioni e l’infrastruttura non dovrà essere sprecata, ma semmai allacciata al metanodotto.
Le conclusioni. Sono tutte queste le citazioni, più indirette che dirette, alla dorsale presenti nel Piano nazionale riveduto e corretto. Piano che, in ogni caso, riconosce alla Sardegna due diritti fondamentali. Il primo: la certezza che i costi per la metanizzazione saranno un investimento strategico e quindi non ricadranno solo sugli utenti sardi. Il secondo: la Sardegna farà parte della rete nazionale del gas e avrà di conseguenza le stesse tariffe delle altre regioni, anche se qui c’è ancora qualche ostacolo tecnico da superare. Ma allora cosa manca perché la dorsale ottenga anche il definito via libera politico, ancora tutt’altro che esplicito, oltre quelli tecnici in gran parte già avuti? La risposta è scritta sempre nelle pagine del Piano: bisognerà aspettare «l’esito dello studio indipendente commissionato a luglio da Arera (l’Autorità nazionale per l’energia) alla società di ricerca Rse sui costi-benefici di tutte le opzioni infrastrutturali possibili (dal metanodotto all’elettrodotto di Terna che dovrebbe partire dalla Sicilia) per adeguare il sistema energetico della Sardegna». La consegna del report è stata annunciata fra qualche mese, ma la dorsale sembra ormai aver conquistato un discreto vantaggio sugli altri possibili progetti. Anche se questo non vuol dire che anche l’elettrodotto Sicilia-Sardegna-Penisola non possa avere un futuro.
La sottosegretaria. All’inizio della sua missione nel governo Conte-bis, la sottosegretaria per lo sviluppo economico, Alessandra Todde, era apparsa dubbiosa e forse anche qualcosa di più sull’arrivo del metano in Sardegna. «Vedremo, ci sono delle ottime alternative. L’elettrodotto, ad esempio, presente nel Piano energia e clima nazionale», le sue dichiarazioni a ottobre. Ma mercoledì, dopo il via libera anche del suo ministero alle correzioni proposte dalle Regioni, qualcosa pare aver modificato nel giudizio. Con un comunicato stampa, a caldo, Alessandra Todde ha fatto sapere innanzitutto di essere soddisfatta perché «nel rispetto delle differenti funzioni istituzionali, è stato raggiunto un risultato davvero significativo, condiviso e frutto di una strategia comune». Abbattute barriere e contrapposizioni, ecco il passaggio sulla Sardegna: «Industrie e reti locali potranno essere approvvigionate con il metano». Dunque, anche questa fonte energetica non parrebbe essere più un tabù per Alessandra Todde. Che, va ricordato, è espressione dei Cinque stelle, cioè del partito di governo finora meno favorevole alla metanizzazione della Sardegna. Quindi, qualcosa di significativo potrebbe essere cambiato anche dalle parti del Movimento dopo i giudizi negativi espressi pochi mesi fa e spesso irrobustisti dal sostegno diretto del presidente Consiglio dei ministri Giuseppe Conte. Attenzione però, sulla dorsale l’apertura della sottosegretaria non è apparsa altrettanto netta. Tant’è che, nello stesso comunicato, ha scritto anche questo: «La valutazione degli interventi più adeguati per il trasporto a valle (cioè la futura distribuzione capillare del metano nell’isola) è lasciata all’esito dell’analisi costi-benefici avviata per conto dell’Autorità nazionale per l’energia e che si prevede sarà disponibile nella primavera del 2020». Di conseguenza solo fra qualche mese si saprà se per lei (e i Cinque stelle) anche il metanodotto ha smesso di essere un tabù. (ua)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Tubo sì, camion no. Al punto 8 dell’emendamento sulla strategia nazionale per l’addio al carbone entro il 2025 c’è scritto: «In assenza – testuale – di una rete interna per il trasporto, la distribuzione su strada del metano, provocherebbe di sicuro forti impatti (ambientali e climatici) dovuti al traffico di mezzi pesanti sia nelle emissioni in atmosfera che in termini di sicurezza delle strade». La traduzione dal complicato al semplice è facile: il metano non potrà essere distribuito certo con le cisterne da un capo all’altro della Sardegna. Perché, a quel punto, come ribadisce il Piano – l’inquinamento aumenterebbe invece di diminuire. Per evitare questo rischio paradossale, la dorsale dovrebbe essere l’unica soluzione possibile.
I progetti in corso. Sempre nell’accordo è ricordato che «risultano in fase di autorizzazione due progetti di depositi, a Cagliari e Oristano, accoppiati ad alcuni minirigassificatori, per alimentare una rete (la dorsale) il cui lotto sud Cagliari-Oristano ha ricevuto il parere favorevole della Commissione nazionale di valutazione dell’impatto ambientale ed è in attesa della pubblicazione dell’esito sulla Gazzetta ufficiale, mentre per il tratto nord è in fase di chiusura la relativa procedura». Quindi, anche il Piano ha preso atto che esiste un progetto avviato ed è proprio quello presentato da Snam ed Sgi con la società Enura, che s’è detta pronta a far partire i lavori il prossimo anno per poi concluderli nel 2021-2022.
L’esistente. Ancora dal verbale del Piano sottoscritto a Roma: «Risultano in esercizio o in corso di realizzazione bacini di distribuzione non localizzati vicino ai depositi costieri, che pertanto, in assenza della rete di trasporto del gas, non potranno essere serviti se non a condizioni economiche penalizzanti», e quindi dovranno essere collegati con la dorsale. Per poi ritornare sullo stesso argomento qualche riga dopo: «Per la rete di distribuzione urbana in Sardegna, negli anni sono state investite ingenti risorse pubbliche anche nazionali, e quindi in questa stessa rete, oggi utilizzata per il propano, potrebbe essere immesso in futuro il gas metano». Anche in questo caso la traduzione è facile: esistono delle tubazioni e l’infrastruttura non dovrà essere sprecata, ma semmai allacciata al metanodotto.
Le conclusioni. Sono tutte queste le citazioni, più indirette che dirette, alla dorsale presenti nel Piano nazionale riveduto e corretto. Piano che, in ogni caso, riconosce alla Sardegna due diritti fondamentali. Il primo: la certezza che i costi per la metanizzazione saranno un investimento strategico e quindi non ricadranno solo sugli utenti sardi. Il secondo: la Sardegna farà parte della rete nazionale del gas e avrà di conseguenza le stesse tariffe delle altre regioni, anche se qui c’è ancora qualche ostacolo tecnico da superare. Ma allora cosa manca perché la dorsale ottenga anche il definito via libera politico, ancora tutt’altro che esplicito, oltre quelli tecnici in gran parte già avuti? La risposta è scritta sempre nelle pagine del Piano: bisognerà aspettare «l’esito dello studio indipendente commissionato a luglio da Arera (l’Autorità nazionale per l’energia) alla società di ricerca Rse sui costi-benefici di tutte le opzioni infrastrutturali possibili (dal metanodotto all’elettrodotto di Terna che dovrebbe partire dalla Sicilia) per adeguare il sistema energetico della Sardegna». La consegna del report è stata annunciata fra qualche mese, ma la dorsale sembra ormai aver conquistato un discreto vantaggio sugli altri possibili progetti. Anche se questo non vuol dire che anche l’elettrodotto Sicilia-Sardegna-Penisola non possa avere un futuro.
La sottosegretaria. All’inizio della sua missione nel governo Conte-bis, la sottosegretaria per lo sviluppo economico, Alessandra Todde, era apparsa dubbiosa e forse anche qualcosa di più sull’arrivo del metano in Sardegna. «Vedremo, ci sono delle ottime alternative. L’elettrodotto, ad esempio, presente nel Piano energia e clima nazionale», le sue dichiarazioni a ottobre. Ma mercoledì, dopo il via libera anche del suo ministero alle correzioni proposte dalle Regioni, qualcosa pare aver modificato nel giudizio. Con un comunicato stampa, a caldo, Alessandra Todde ha fatto sapere innanzitutto di essere soddisfatta perché «nel rispetto delle differenti funzioni istituzionali, è stato raggiunto un risultato davvero significativo, condiviso e frutto di una strategia comune». Abbattute barriere e contrapposizioni, ecco il passaggio sulla Sardegna: «Industrie e reti locali potranno essere approvvigionate con il metano». Dunque, anche questa fonte energetica non parrebbe essere più un tabù per Alessandra Todde. Che, va ricordato, è espressione dei Cinque stelle, cioè del partito di governo finora meno favorevole alla metanizzazione della Sardegna. Quindi, qualcosa di significativo potrebbe essere cambiato anche dalle parti del Movimento dopo i giudizi negativi espressi pochi mesi fa e spesso irrobustisti dal sostegno diretto del presidente Consiglio dei ministri Giuseppe Conte. Attenzione però, sulla dorsale l’apertura della sottosegretaria non è apparsa altrettanto netta. Tant’è che, nello stesso comunicato, ha scritto anche questo: «La valutazione degli interventi più adeguati per il trasporto a valle (cioè la futura distribuzione capillare del metano nell’isola) è lasciata all’esito dell’analisi costi-benefici avviata per conto dell’Autorità nazionale per l’energia e che si prevede sarà disponibile nella primavera del 2020». Di conseguenza solo fra qualche mese si saprà se per lei (e i Cinque stelle) anche il metanodotto ha smesso di essere un tabù. (ua)
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