I nuovi dazi Usa allarmano il Consorzio del pecorino

Il 13 gennaio sarà decisa la seconda ondata di imposizioni ai prodotti europei. Il formaggio ovino era scampato insieme ai vini al primo “attacco”: ora tremano

SASSARI. Il made in Italy e con esso diverse produzioni di eccellenza della Sardegna attendono con ansia, mascherata da speranza con una spruzzata di ottimismo, il 13 gennaio: quel giorno, lunedì, si concluderà la procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del commercio americano (Ustr) sulla nuova black list allargata dei prodotti europei.

Un nuovo possibile “bombardamento” di dazi Usa, fino al 100% del valore della merce, annunciati da Trump che potrebbe andare a colpire anche prodotti sfuggiti nella prima ondata di ottobre. Ad esempio i vini italiani, ma anche il pecorino romano che torna quindi a tremare e con esso l’intera economia dell’isola (a cascata è il suo prezzo a determinare quello del latte), legata a doppio filo alle sorti di un formaggio che nel nord America ha il suo sbocco preferito.

Il primo “attacco” mise nel mirino Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Gorgonzola, così come salumi, agrumi, succhi e liquori, ma il Pecorino romano fu risparmiato facendo tirare un sospiro di sollievo a un’intera filiera, ma si sapeva che in un momento storico ed economico come questo, contrassegnato dall’incertezza e dalle guerre commerciali, dovendo tra l’altro fare i conti con le bizze di un personaggio come il presidente statunitense, cullarsi sugli allori è fuori luogo.

«Nessuno è al sicuro sulla nuova forte stretta sui dazi americani, siamo tutti potenzialmente a rischio. Noi teniamo alta la guardia e i nostri legali stanno lavorando perché il Pecorino Romano non venga coinvolto anche in questa seconda fase di imposizioni» ha detto Salvatore Palitta, presidente del Consorzio per la tutela del Pecorino romano Dop. «Le istituzioni italiane devono essere vicine ai produttori, tutelarle e proteggerle con tutti i mezzi a loro disposizione – è il suo appello – all'Ue chiediamo, nel contempo, un'azione comune per essere più forti e per non essere coinvolti in una nuova ondata di dazi Usa».

Nelle more della guerra dei cieli tra Boeing e Airbus (quest’ultima accusata di usufruire di aiuti di Stato in contrasto con la libera concorrenza), gli Usa avevano stilato una lista di prodotti europei dal valore di 10 miliardi di dollari, sui quali in ottobre imposero dazi, per lo più al 25%. Scamparono al pericolo diversi prodotti come ad esempio il pecorino romano, che non ha reali concorrenti nel territorio Usa, dove non c’è una produzione di formaggi ovini, ma l’italian sounding (il taroccaggio effettuato con l’utilizzo di marchi che ricordano ingannevolmente quelli del Belpaese) si manifesta con la proposta di formaggi vaccini, come il “Romano cheese”.

Il pecorino romano fu escluso dalla scure perché rientra tra i prodotti for grate, ovvero da destinare a grattugia come condimento. Nel 2018 ne sono state esportate circa 9 mila tonnellate, quasi 65 milioni di euro di valore. Arriva come forma sul territorio Usa e qui viene trattato da aziende locali, per cui crea un indotto anche oltre Oceano e per questo motivo gli americani potrebbero aver depennato momentaneamente il più famoso formaggio ovino d’Europa dalla lista nera. Ma anche altre produzioni creano indotto negli States e la preoccupazione è palpabile.

C’è infatti una soglia di prezzo che gli operatori del mercato sanno bene di non poter superare: il consumatore tipo da quelle parti non ha il palato troppo raffinato ed è pronto a cambiare rivolgendosi a prodotti meno cari (come appunto quelli di imitazione come il “Romano Cheese” non sentendo la necessità di consumare per forza un prodotto con determinate caratteristiche. Già con i dazi al 25% l’export avrebbe cominciato a scricchiolare, figuriamoci con un’imposizione al 100%.

Lo stesso timore colpisce i produttori di vino sardi, che da tempo stanno compiendo (con successo) sforzi per sfondare nelle tavole Usa. Chiaro che i dazi al 100 per cento renderebbero le bottiglie italiane e sarde assolutamente non competitive sul mercato, penalizzando uno dei pochissimi settori davvero dinamici dell’agricoltura isolana. Che si è mosso sotto traccia per cercare di sventare la minaccia.

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