Il prezzo dell’energia blocca la Sider Alloys
di Claudio Zoccheddu
Enel chiede una fideiussione da 90 milioni per dare l’ok alle forniture scontate La multinazionale svizzera congela il riavvio dell’impianto annunciato nel 2019
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PORTOVESME. È come una partita a scacchi, ma in ballo non c’è un premio per la miglior strategia ma il lavoro dei 640 operai ex Alcoa, oggi Sidar Alloys, che lottano dal 2012 per mantenere il loro impiego nell’unica azienda localizzata in Italia che produce alluminio primario. E coma capita sulla scacchiera, ogni mossa prevede una contromossa. L’ultima ha gelato il sangue nelle vene dei 140 operai rientrati nei ranghi aziendali, dopo il passaggio di timone dall’americana Alcoa alla svizzera Syder Alloys, e dei 500 che invece ancora attendono notizie. Tutti, invece, si sentono sotto scacco. A maggior ragione dopo l’ultimo stop alla trattativa che sembrava dovesse condurre l’azienda all’agognato “revamping”. E invece, tutto è ancora in discussione per via del mancato accordo sul prezzo dell’energia.
Il percorso. Dopo anni di lotta operaia sembrava che il natale 2019 fosse l’ultimo vissuto in cassa integrazione. Lo aveva annunciato la sottosegretaria allo Sviluppo Economico, Alessandra Todde, proprio sotto le feste: «Abbiamo trovato un accordo sul prezzo dell’energia che è già stato comunicato a Sider Alloys e che consente la ripartenza della produzione». Tra i tappi di spumante saltati per “bagnare” l’evento non c’erano solo quelli degli operai del Sulcis perché anche a Lugano, nella sede della multinazionale, il Ceo Giuseppe Mannina faceva altrettanto. Non sembrava vero, proprio a Natale. E infatti non lo era.
Lo stallo sull’energia. Con in mano tutti i documenti, gli impegni e i progetti, e per di più con la sottosegretaria del Mise che annunciava l’accordo sul prezzo dell’energia, sembrava che nello scacchiere di Portovesme mancassero solo poche mosse per ottenere l’agognato scacco matto agli ammortizzatori sociali, all’incertezza e alla disoccupazione. Era tutto chiaro: per dieci anni Sider Alloys avrebbe pagato un megawatt di energia a 28 euro contro i 53 imposti dal prezzo di mercato. Il ragionamento non faceva una piega e sembravano tutti contenti: il governo avrebbe risolto una vertenza vecchia di otto anni, l’azienda avrebbe iniziato a far fruttare l’investimento, anche grazie agli sconti sull’energia, e gli operai sarebbero ritornati al lavoro. Tutti d’accordo, quindi. Tranne uno: Enel aveva bisogno di una garanzia. Serviva una fideiussione pesante per ottenere una garanzia sul contratto di fornitura decennale a prezzo scontato. Niente di strano e niente di improvvisato, la fideiussione è necessaria per un fornitore quotato in Borsa come Enel. La richiesta, però, ha congelato tutta la procedura e il futuro certo per gli operai di Sider Allyos è ritornato ad essere un’incognita. La multinazionale svizzera, infatti, non sembra intenzionata a impegnare così tanti soldi e quindi non ha potuto fare altro che appellarsi a chi, pochi giorni prima, gli aveva portato un bel regalo di Natale. E così gli svizzeri hanno chiesto l’intervento del Governo per mediare sulla questione. La risposta è arrivata stretto giro di posta ma non sembra abbia convinto il Ceo dell’azienda di Lugano. L’invito governativo a procedere comunque al riavvio dello stabilimento di Portovesme, infatti, è caduto nel vuoto. Risultato: la scacchiera è intasata e nessuno se la sente, o è in grado, di fare alcuna mossa. Le feste di dicembre sono già dimenticata e chi ancora le avesse in memoria dovrà associarle all’annuncio, per adesso informale, fatta da Sider Alloys ai sindacati: i 140 operai rientrati al lavoro sono a un passo da una nuova cassa integrazione.
Le risposte. La replica all’ennesimo stallo è attesa per il 23 gennaio, la data scelta dal Ministero e della sottosegretaria Todde per parlare di energia. Dovrebbe comunque essere il giorno giusto in cui si troveranno faccia a faccia, il ministero, l’azienda, la Regione e i sindacati. Un incontro da cui spera di tirare le somme di una vertenza sempre più complicata, che mantiene sulle spine centinaia di famiglie del Sulcis che attendono da anni la fine di una complicata e stucchevole partita a scacchi con il futuro.
Il percorso. Dopo anni di lotta operaia sembrava che il natale 2019 fosse l’ultimo vissuto in cassa integrazione. Lo aveva annunciato la sottosegretaria allo Sviluppo Economico, Alessandra Todde, proprio sotto le feste: «Abbiamo trovato un accordo sul prezzo dell’energia che è già stato comunicato a Sider Alloys e che consente la ripartenza della produzione». Tra i tappi di spumante saltati per “bagnare” l’evento non c’erano solo quelli degli operai del Sulcis perché anche a Lugano, nella sede della multinazionale, il Ceo Giuseppe Mannina faceva altrettanto. Non sembrava vero, proprio a Natale. E infatti non lo era.
Lo stallo sull’energia. Con in mano tutti i documenti, gli impegni e i progetti, e per di più con la sottosegretaria del Mise che annunciava l’accordo sul prezzo dell’energia, sembrava che nello scacchiere di Portovesme mancassero solo poche mosse per ottenere l’agognato scacco matto agli ammortizzatori sociali, all’incertezza e alla disoccupazione. Era tutto chiaro: per dieci anni Sider Alloys avrebbe pagato un megawatt di energia a 28 euro contro i 53 imposti dal prezzo di mercato. Il ragionamento non faceva una piega e sembravano tutti contenti: il governo avrebbe risolto una vertenza vecchia di otto anni, l’azienda avrebbe iniziato a far fruttare l’investimento, anche grazie agli sconti sull’energia, e gli operai sarebbero ritornati al lavoro. Tutti d’accordo, quindi. Tranne uno: Enel aveva bisogno di una garanzia. Serviva una fideiussione pesante per ottenere una garanzia sul contratto di fornitura decennale a prezzo scontato. Niente di strano e niente di improvvisato, la fideiussione è necessaria per un fornitore quotato in Borsa come Enel. La richiesta, però, ha congelato tutta la procedura e il futuro certo per gli operai di Sider Allyos è ritornato ad essere un’incognita. La multinazionale svizzera, infatti, non sembra intenzionata a impegnare così tanti soldi e quindi non ha potuto fare altro che appellarsi a chi, pochi giorni prima, gli aveva portato un bel regalo di Natale. E così gli svizzeri hanno chiesto l’intervento del Governo per mediare sulla questione. La risposta è arrivata stretto giro di posta ma non sembra abbia convinto il Ceo dell’azienda di Lugano. L’invito governativo a procedere comunque al riavvio dello stabilimento di Portovesme, infatti, è caduto nel vuoto. Risultato: la scacchiera è intasata e nessuno se la sente, o è in grado, di fare alcuna mossa. Le feste di dicembre sono già dimenticata e chi ancora le avesse in memoria dovrà associarle all’annuncio, per adesso informale, fatta da Sider Alloys ai sindacati: i 140 operai rientrati al lavoro sono a un passo da una nuova cassa integrazione.
Le risposte. La replica all’ennesimo stallo è attesa per il 23 gennaio, la data scelta dal Ministero e della sottosegretaria Todde per parlare di energia. Dovrebbe comunque essere il giorno giusto in cui si troveranno faccia a faccia, il ministero, l’azienda, la Regione e i sindacati. Un incontro da cui spera di tirare le somme di una vertenza sempre più complicata, che mantiene sulle spine centinaia di famiglie del Sulcis che attendono da anni la fine di una complicata e stucchevole partita a scacchi con il futuro.
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