Dazi, a metà febbraio nuova sentenza

Produttori sardi nuovamente in ansia: «Pesa la campagna elettorale di Trump»

SASSARI. Non deve essere facile fare promozione e impostare un lavoro a lunga scadenza per farsi conoscere all’estero, sapendo che sulla tua testa pende la spada di Damocle dei dazi. Mentre i Consorzi del pecorino sono impegnati in America nella promozione dei loro formaggi, monta l’attesa per la decisione che a metà febbraio dovrà prendere il dipartimento del commercio americano sulla seconda ondata di dazi sui prodotti europei, minacciati con tassazioni al 1oo%. Dalla prima, a ottobre, il pecorino omano, al cui andamento è legato il prezzo del latte e quindi una gran fetta dell’economia sarda, si era salvato. «San Francisco – spiega Salvatore Palitta, presidente del Consorzio del romano – è stata l’occasione per parlare del problema dazi con i distributori e i banconieri americani. Abbiamo riscontrato molta preoccupazione, non condividono l’atteggiamento di Trump, sostengono che il pecorino romano nel mercato americano genera ricchezza più di quanto si possa fare cassa con i dazi. L’occupazione che crea rischia di essere dispersa». E gli Usa sarebbero pronti a non curarsi di questo aspetto? «In condizioni normali no, ma siamo nel vivo della campagna elettorale – spiega Palitta – e ricordiamo che il Wisconsin, lo Stato Usa che vanta la maggior produzione lattiera, è determinate per il risultato. La scorsa volta Trump lo conquistò per il rotto della cuffia. I produttori di formaggio laggiù hanno un peso. Così si sta lavorando sull’idea di un’azione comune, oltre che sulle solite attività di coinvolgimento delle autorità, dei parlamentari più sensibili sul tema». Addirittura per Palitta è il caso di parlare anche agli stessi produttori di formaggio americani: «È importante far capire loro che non siamo noi la causa della terribile crisi del latte che attanaglia gli Usa, crisi che ha provocato tra l’altro la chiusura della più antica azienda lattiera degli Usa, crollata in un giorno solo dell’84%». C’è chi fa credere loro che il problema sono i prodotti importati, «ma è un pretesto – dice Palitta – non abbiamo nulla a che vedere con certe dinamiche. In realtà c’è un eccesso di offerta, una crescita produttiva esponenziale, che anche lì come da noi è in grado di generare deprezzamento dei prodotti locali, colpa della smania di ricorrere continuamente all’italian sounding (prodotti che in modo ingannevole nel nome richiamano il made in Italy ndc) di cui stanno pagando le conseguenze. C’è una campagna elettorale, occorre un colpevole. E il vittimismo funziona anche se solo sul breve periodo». Palitta lamenta però quello che lui definisce «un deficit di rappresentanza a livello comunitario: stentiamo ad avere interlocutori che sostengano in maniera decisa le nostre istanze. Certo si è mosso il commissario europeo Hogan, ma l’opinione degli operatori americani è che non vi sia una vera trattativa. Che tuteli chi nella partita Airbus alla base della guerra dei dazi non c’entra nulla». (a.palm.)

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