La Nuova Sardegna

L’ex manager di Tiscali che vende pecorino negli Usa

di Antonello Palmas
L’ex manager di Tiscali che vende pecorino negli Usa

Jon Brownstein, americano, si è fermato nell’isola dopo una vacanza in campeggio «Ho vissuto l’era dell’innovazione con Grauso e Soru, oggi mi dedico all’export»

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CAGLIARI. Da docente di lingue antiche a manager nelle telecomunicazioni protagonista dell’epopea di Video on Line e Tiscali, quindi l’export negli Usa di prodotti agroalimentari di una Sardegna che ormai sente come la sua terra. In 54 anni Jonathan “Jon” Brownstein ha già vissuto più vite, e tutte al top. «Sono nato a Buffalo e cresciuto a Boston – si racconta – figlio di un avvocato e di una docente universitaria di letteratura inglese, ultimo nato dopo tre sorelle. I miei primi studi? Hockey su ghiaccio. Ci giocavo fin da quando ho imparato a camminare, l’ho praticato a buon livelli». Dopo il liceo, l’università della Georgia: «Letteratura classica, con specializzazione in greco antico». Una scelta poco americana: «Sì, infatti eravamo in 5 in classe. Ma mi ero innamorato della mitologia greca facendo un corso bellissimo su Omero, nel secondo anno così decisi di andare ad Harward per un corso estivo di greco antico che in dieci settimane ti formava come se avessi fatto 4 anni di studi. Alla fine il 10% che sopravviveva era in grado di leggere Platone. Ed è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto».

Un master, poi l’arrivo in Europa. «Avevo cominciato a insegnare all’università del Michigan e in estate a Sesto Fiorentino facevo lezioni agli studenti Usa che venivano in Italia per i corsi estivi. Mi rimase un po’ di tempo e mi venne consigliata la Sardegna. Avevo 24 anni, ho fatto un campeggio a Cala Sisine e là è rimasto il mio cuore, mi sono innamorato subito dell’isola. Quella vera». Cominciò a insegnare inglese ai privati e ottenne un incarico come lettore all’università di Cagliari.

Franco Staffa, fondatore dell’associazione Italia-Inghilterra mi portò da Niki Grauso per insegnare l’inglese ai dirigenti del gruppo, che stava sviluppando l’esperienza di Video on line, (pioniere degli internet provider, ndc). Ho vissuto l’innovazione mentre si sviluppava – dice – Niki mi chiese di aiutarlo a curare la parte internazionale e di scrivere una lettera a Nicholas Negroponte (l’innovatore Usa in campo informatico che così collaborò con il digitale made inSardegna, ndc), da qui nacque il mio incarico come direttore vendite. Quindi la collaborazione con Soru che stava per fondare Tiscali, di cui divenni responsabile commerciale, dal 99 al 2004. L’emozione della prima volta della musica su internet grazie a un accordo con Peter Gabriel, quindi il primo webcast, con gli U2, che ho curato personalmente». Dal greco antico al digitale è un bel salto: «Molti imprenditori sono partiti così, credo che gli studi umanistici ti consentano qualsiasi cosa, grazie alla capacità analitica».

Anni vissuti alla velocità dei computer: «Una mentalità che ho portato anche nel food quando ho deciso di portare prodotti sardi negli States – dice Brownstein – Ho cominciato a lavorare al progetto Trigu Italia, base in California e sede a Cagliari. Ho notato un gap pazzesco nel feedback tra produttore e cliente finale, che impediva di capire se e come aggiustare il tiro, se stai sprecando le risorse. Da qui l’idea di fare sia l’importatore che il distributore». Andò in America, parlò con partner potenziali. «Io volevo fare, fare. L’amico Marco Aresu mi disse: hai troppa fretta, questo è un mondo diverso. Avere un’altra prospettiva è vantaggioso, ma ho capito che così si rischia di farsi male».

Ma la filosofia risultò vincente: «Andare fisicamente dallo chef o dai negozi specializzati, fargli assaggiare il prodotto e istruirli sulla nostra cultura». Dice proprio “nostra”. «Ormai sono quasi un ambasciatore. Lo story telling è fondamentale. Far capire che la qualità del nostro latte è diversa dagli altri, che il suo omega 3 è più ricco in primavera. Ho trascorso mesi in Usa facendo 3-4 eventi al giorno. Tutti incentrati sull’isola, con soli prodotti sardi, utilizzando anche una rivista. Con una maschera di mamuthone in copertina. Mia mamma me lo sconsigliava (“Spaventerai tutti, sembra l’Isis!») ma il mio obiettivo è attirare raccontando la diversità e il mistero, meglio che mettere la solita spiaggia».

E il mare è poco presente anche nei tour che ha cominciato a organizzare in Sardegna destinati a chef americani, per conoscere da vicino quella cultura che maneggiano in cucina. «Specie nella costa occidentale – spiega Jon – possiamo pensare di essere più “avventurosi”. Non è facile, ci sono tante leggi con cui fare in conti, non è economicissimo. Ma una cantina piccolo-media, un produttore di pasta artigianale, di olio o pelati possono provarci. In America si sta diffondendo il mito della Sardegna terra della longevità, della qualità. Ma al di fuori dei grandi marchi di sardo non trovi niente».

Eppure man mano che gli chef scoprono cosa si può fare con i nostri prodotti, chiedono di integrarli. E lui in tre giorni gli fa avere formaggi sardi artigianali soprattutto, olio, fregola fatta a mano con lo zafferano di Oristano, bottarga. «Per me è questa la ricetta per combattere la fuga dei cervelli. Mio figlio Gabriele, avuto dalla mia compagna sarda, a 19 anni è andato a vivere a Seattle e in 5 anni è divenuto un imprenditore del settore. Col risultato che sono riuscito a tenerlo legato alla Sardegna, non volevo perderlo. È lui a guidare i tour nell’isola. Anche qualche azienda potrebbe pensare di affidare alla seconda generazione un compito del genere». Brownstein vede la Sardegna molto cambiata da quando 30 anni fa sbarcò per la prima volta: «Molto più cosmopolita e aperta. Allora nessuno la conosceva, oggi non è così. Le manca solo la capacità di dare strumenti ai giovani per non costringerli ad andare via, sfruttare la loro energia e creatività. Il resto viene da solo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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