La Nuova Sardegna

NON SIAMO L’ANELLO DEBOLE MA CUSTODI DI CULTURA

di MATTIA MORO*
NON SIAMO L’ANELLO DEBOLE MA CUSTODI DI CULTURA

Egregi ministri dell’Agricoltura e della Cultura, è passato un anno dall’inizio della protesta portata avanti dai pastori per il prezzo del latte e ad oggi niente è cambiato. Il 10 gennaio scorso a...

09 febbraio 2020
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Egregi ministri dell’Agricoltura e della Cultura, è passato un anno dall’inizio della protesta portata avanti dai pastori per il prezzo del latte e ad oggi niente è cambiato. Il 10 gennaio scorso a Nuoro, l’onorevole Giuseppe Talanas (presidente della IV Commissione del consiglio regionale) insieme ad alcuni suoi colleghi ed alla presenza di vari assessori regionali, ha incontrato i pastori per presentare una proposta di legge per il rilancio del comparto ovino, caprino e bovino. Si è parlato di riforma agropastorale, di incentivi per la salvaguardia delle razze autoctone, si è parlato di numeri, cifre, calcoli, contributi. Sono state fatte anche delle proposte, una delle principali, in risposta all’evidente crisi economica del settore, è stata addirittura quella di un possibile contributo per non produrre, o meglio produrre meno latte. Questa sarebbe la soluzione? Ma non trovate assurdo che un pastore riceva un premio per non fare il suo lavoro? Qualcuno ha anche detto che il pastore è l’anello debole. Sono pastore ormai da tempo e mi sono stancato di sentire da circa un anno sempre le stesse cose, ritengo che sia riduttivo pensare che il lavoro del pastore sia limitato esclusivamente alla produzione di latte. Vorrei ricordare che alla produzione del latte ci pensano le pecore. Non esiste nessun libro, nessun insegnante o docente universitario che possa insegnare al pastore il proprio mestiere, non esiste nessuna scuola pubblica o privata che possa trasmettere ad un giovane le conoscenze di questo antico mestiere se non la scuola di vita. Solo chi nasce e cresce a fianco a un pastore può avere questo “privilegio”. Non esistono parole che possano spiegare ciò che è un pastore, anche perché lo stesso pastore in sé non è cosciente dalla sua ricchezza culturale e dell’importanza sociale, negli anni passati e nel presente, del suo mestiere.

Se vi dovesse capitare di incontrare un pastore, provate a fargli queste domande: da quanto tempo fai questo mestiere? Quanti anni avevi quando hai munto la prima pecora? Lui ti dirà semplicemente “da sempre”. Si cresce, si diventa adulti e in totale incoscienza ci si ritrova tra le mani un mestiere non facile, perché le rinunce sono tante e tanti sono i sacrifici. Il pastore non è solo una categoria di lavoratore, il pastore è il portatore di una cultura che è diventata la base delle nostre comunità: la cultura dell’accoglienza, della condivisione, del rispetto, della collaborazione. Varcando i confini limitrofi al suo territorio, in tempi non molto remoti, il pastore transumante ha fatto sì che la cultura delle singole comunità si divulgasse in tutta l’Isola, unificando il senso di appartenenza e arricchendo l’identità di un intero popolo. Il pastore esercita anche un ruolo pubblico per tutti noi, quello di salvaguardare e tutelare il territorio. La presenza nelle campagne e il suo lavoro quotidiano assicurano pulizia, cura, protezione di tutto l’ecosistema. Per assurdo però, se guardiamo i numeri attuali, la figura del pastore sembra destinata a scomparire. Veniamo definiti imprenditori agricoli e le nostre case sono spesso aziende. E intorno alla figura dell’imprenditore agricolo c’è una realtà non indifferente di enti e servizi pubblici e privati che danno lavoro a migliaia di professionisti. Altro che anello debole! Se la figura del pastore e dell’agricoltore sparisse si porterebbe dietro tutti questi enti e queste figure professionali. Anche per questo motivo la nostra esistenza è fondamentale. Ho sentito il bisogno di scrivere questo mio pensiero perché credo fermamente che per salvare la figura del pastore si debba partire dalla cultura, per creare cosi una riforma culturale agricola e pastorale. In questo momento non servono politiche assistenzialistiche che porterebbero solo a rimandare una vera riforma politica del settore. Ci vuole un cambiamento radicale che richiede grande coraggio e competenza! Coraggio per capire e decidere di non elemosinare più, in un settore che invece ha necessità di investimenti mirati. E allora perché non incentivare le produzioni di qualità? Perché non sostenere con misure adeguate la filiera economica della lana o il comparto della carne degli agnelli? È necessario fare sinergia, creare alleanze. Ecco perché sono convinto che nello stesso tavolo in cui vanno valutate le proposte politiche per il comparto, dovrebbero trovare posto sia l’assessore alla Cultura, sia un rappresentante dei pastori: perché la nostra professione va difesa, tutelata ma anche spronata e sostenuta. Una professione che oggi dovrebbe prevedere almeno una forma di tutela pensionistica che rassicuri i tanti giovani che ci lavorano e che hanno pari diritti nel voler progettare con tranquillità la loro vita futura sentendosi sostenuti dalle istituzioni. In conclusione, ciò che credo sia necessario per il nostro settore sono investimenti pubblici per produrre bene e con intelligenza, non per smettere di fare quello che sappiamo fare meglio.

* pastore di Mamoiada

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