INVESTIMENTI PER AVVICINARE IL SUD AL NORD
di LUCA DEIDDA
La rimonta si interruppe nei primi anni ’70; all’epoca il sud aveva in media un PIL pro-capite pari a 2/3 di quello del nord. Da allora nord e sud non saranno mai più così vicini. Gli anni ’70-’90...
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La rimonta si interruppe nei primi anni ’70; all’epoca il sud aveva in media un PIL pro-capite pari a 2/3 di quello del nord. Da allora nord e sud non saranno mai più così vicini. Gli anni ’70-’90 vedranno il gap aumentare, per poi arrivare ad una fase di sostanziale equilibrio con un divario che periste senza significative variazioni dalla fine degli anni ’90 fino alla recessione innescata dalla crisi finanziaria globale del 2006-2007. Dopodiché, il divario ha ripreso a crescere. Riuscirà il nuovo piano del Governo Conte ad aprire una nuova stagione di convergenza? Per rispondere, può essere utile ripercorrere il film degli ultimi 150 anni. Cos’ha fatto la differenza? Una matassa di concause difficilissima da dipanare, che ha meritato approfondite analisi da parte di eccellenti studiosi, e che sarebbe ridicolo anche solo pensare di iniziare a sbrogliare in queste righe. E però, una chiave di lettura importante per spiegare l’ampliarsi ed il ridursi del divario è senz’altro quella degli investimenti pubblici. Strade, ferrovie, telefono, elettricità, acqua e infrastrutture immateriali: istruzione e tutti i sistemi di norme che regolano il funzionamento dell’amministrazione e dei mercati. L’evidenza empirica suggerisce l’esistenza di un legame causale assai robusto tra la qualità e quantità di questi investimenti e la capacità del sud di avvicinarsi al nord. Il nuovo piano per il sud prende atto della significativa diminuzione degli investimenti pubblici, specie al sud, dimezzati nei 10 anni tra il 2008 e il 2018, e ha gli investimenti come focus e quindi parte bene. Ha nella programmazione dei fondi europei 2021-27 l’arma principale. E anche questo è senz’altro una buona premessa; perché si tratta di risorse ingenti. Il tema vero è però spendere tempestivamente e bene. E su questo il piano desta qualche perplessità. Innanzitutto, vengono snocciolate una lunga serie di priorità e di tipologie di interventi. Ciò rende il piano ambizioso, che non è un male; ma forse sono troppe. Perché più sono le linee di intervento e i livelli decisionali coinvolti, maggiori diventano le necessità di coordinamento e di competenze adeguate per la progettazione e l’implementazione. È chiaro che l’articolazione nasce dalla necessità di costruire politiche più mirate e più informate; ma è altrettanto vero che con un piano così articolato, per temi e per soggetti coinvolti, spendere rapidamente e bene diventa difficile. E sui meccanismi per assicurare qualità e tempestività della spesa che il piano è carente e ciò preoccupa perché si tratta del nostro tallone di Achille. Siamo tra i Paesi più in ritardo nella spesa dei fondi Europei, e ciò fa il pari con il fatto che a completare un’opera da noi richiede tempi biblici; ciò che ne mina l’utilità. Ma ciò vuol dire: qualità e competenze dei soggetti decisori (persone giuste al posto giusto) e qualità delle regole. Temi che riguardano il sud, ma non solo.
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