FERMIAMO GLI HATERS A TUTTI I COSTI
di VANESSA ROGGERI
Una ragazza di Castelsardo è stata costretta dalle sue cinque cyberaguzzine a trasferirsi a Sassari per preservare la propria incolumità, tale è stata la gravità delle minacce subite: di questi tempi...
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Una ragazza di Castelsardo è stata costretta dalle sue cinque cyberaguzzine a trasferirsi a Sassari per preservare la propria incolumità, tale è stata la gravità delle minacce subite: di questi tempi in cui si ammazza per un nonnulla, sentirsi promettere pestaggi, investimenti d’auto e roghi con la benzina, è ben poco rassicurante. Vivere nella paura rovina la vita.
Ciò che mi ha colpito è l’intensità dell’odio espresso da queste fanciulle, e soprattutto la tenacia con cui hanno portato avanti per lungo tempo il progetto di vendetta via web. Davvero una delusione amorosa vale tanto malanimo? Per gente che dichiara pubblicamente di non temere la galera penso che una penale di 51 euro (nemmeno una multa per divieto di sosta) sia una ridicola ammenda; se intende rappresentare un monito simbolico nei confronti di tutti gli odiatori seriali, la bacchettata a mio avviso non è stata abbastanza forte.
L’odio che dilaga in Internet è diventato un’emergenza. Ma purtroppo il reato di “hating” in Italia ancora non costituisce fattispecie giuridica; affinché diventi perseguibile dalla legge vengono contemplati altri reati collaterali come diffamazione, minaccia, stalking, cyberbullismo, revenge porn.
Ne sa qualcosa la campionessa paraolimpica di scherma Bebe Vio: la vita le ha portato via così tanto, lei ha reagito da vera guerriera, ma per gli odiatori seriali la forza del suo sorriso è come la kryptonite.
Davanti a quattro miserabili sfigati che hanno aperto una pagina Facebook per incitare alla violenza contro di lei, Bebe ha reagito con la sua solita ironia lanciando lo slogan in TV “Dona un neurone a un hater”. Dopo una denuncia, la pagina incriminata è stata rimossa, ma fa riflettere come il fenomeno delle echo chamber, bolle di individui accomunati dallo stesso pensiero d’odio, riesca a scatenare l’effetto branco innalzando i toni fino al parossismo.
Per combattere l’hate speech (linguaggio d’odio), il Consiglio europeo ha lanciato dei provvedimenti che obbligano la rimozione entro 24 ore dei contenuti d’odio dalle piattaforme digitali, un passo avanti tuttavia ancora insufficiente. Rendiamoci conto: oltre il 70 per cento di 215 mila tweet analizzati nel 2019 contiene messaggi d’odio.
Gli odiatori seriali meritano di essere identificati e messi pubblicamente alla berlina, e se la galera non è più un deterrente, forse sborsare migliaia di euro di penale potrebbe diventarlo.
In una società in cui i bambini ricevono il primo smartphone a sette anni, introdurre l’educazione civica digitale, per insegnare un uso responsabile di Internet fin dalle elementari, è una necessità da non sottovalutare.
Per stroncare sul nascere quel desiderio insano di ferire gli altri, seppure a parole.
Ciò che mi ha colpito è l’intensità dell’odio espresso da queste fanciulle, e soprattutto la tenacia con cui hanno portato avanti per lungo tempo il progetto di vendetta via web. Davvero una delusione amorosa vale tanto malanimo? Per gente che dichiara pubblicamente di non temere la galera penso che una penale di 51 euro (nemmeno una multa per divieto di sosta) sia una ridicola ammenda; se intende rappresentare un monito simbolico nei confronti di tutti gli odiatori seriali, la bacchettata a mio avviso non è stata abbastanza forte.
L’odio che dilaga in Internet è diventato un’emergenza. Ma purtroppo il reato di “hating” in Italia ancora non costituisce fattispecie giuridica; affinché diventi perseguibile dalla legge vengono contemplati altri reati collaterali come diffamazione, minaccia, stalking, cyberbullismo, revenge porn.
Ne sa qualcosa la campionessa paraolimpica di scherma Bebe Vio: la vita le ha portato via così tanto, lei ha reagito da vera guerriera, ma per gli odiatori seriali la forza del suo sorriso è come la kryptonite.
Davanti a quattro miserabili sfigati che hanno aperto una pagina Facebook per incitare alla violenza contro di lei, Bebe ha reagito con la sua solita ironia lanciando lo slogan in TV “Dona un neurone a un hater”. Dopo una denuncia, la pagina incriminata è stata rimossa, ma fa riflettere come il fenomeno delle echo chamber, bolle di individui accomunati dallo stesso pensiero d’odio, riesca a scatenare l’effetto branco innalzando i toni fino al parossismo.
Per combattere l’hate speech (linguaggio d’odio), il Consiglio europeo ha lanciato dei provvedimenti che obbligano la rimozione entro 24 ore dei contenuti d’odio dalle piattaforme digitali, un passo avanti tuttavia ancora insufficiente. Rendiamoci conto: oltre il 70 per cento di 215 mila tweet analizzati nel 2019 contiene messaggi d’odio.
Gli odiatori seriali meritano di essere identificati e messi pubblicamente alla berlina, e se la galera non è più un deterrente, forse sborsare migliaia di euro di penale potrebbe diventarlo.
In una società in cui i bambini ricevono il primo smartphone a sette anni, introdurre l’educazione civica digitale, per insegnare un uso responsabile di Internet fin dalle elementari, è una necessità da non sottovalutare.
Per stroncare sul nascere quel desiderio insano di ferire gli altri, seppure a parole.
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