La Nuova Sardegna

Frutti di bosco nell’isola una sfida che vale milioni

di Claudio Zoccheddu
Frutti di bosco nell’isola una sfida che vale milioni

Le foreste sarde ideali per lo sviluppo delle colture ma mancano gli incentivi Cadau, Coldiretti: «È un mercato ricchissimo che potrebbe risollevare le aziende»

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SASSARI. Hanno bisogno del clima umido e del terreno acido tipico del sottobosco, meglio se poi la luce non arriva in maniera diretta e se le temperature non crescono più di tanto. Lo scenario è quello di tante fiabe che accendono la fantasia dei bambini, ma i protagonisti non sono gnomi vestiti alla tirolese o piccoli puffi blu. Dal microcosmo dei quartieri più riservati dei boschi potrebbe arrivare una mano d’aiuto per l’agricoltura sarda. E non solo. Il motivo è semplice: le aree boschive della Sardegna, magari non tutte ma sicuramente una buona percentuale, sono adatte alla coltivazione estensiva dei frutti di bosco. Ai profani potrebbe scappare un sorriso. Possibile? Si, è possibile. I motivi sono diversi, dai numeri del mercato che ruota attorno ai frutti di bosco alla qualità delle possibili produzioni sarde. Per non parlare della diffusione di questi prodotti, che non vengono utilizzati solo dall’industria alimentare ma hanno una scala diffusione vastissima, ad esempio nella cosmesi e nell’industria farmaceutica. Ci sono poi altri aspetti non meno significativi e altrettanto possibili, come l’integrazione del reddito degli allevatori che hanno zone boschive nella loro disponibilità. Convinti i profani, non restano che gli scettici. Perché il dubbio, a questo punto, sarebbe tanto legittimo quanto pratico. Se davvero il sottobosco avesse le caratteristiche per diventare una piccola e riservata El Dorado dell’agricoltura sarda, perché l’argomento resterebbe chiuso nella sua nicchia? Anche in questo caso la risposta è facile: il progetto c’è, gli spazi pure e anche le persone interessate. Tutto, però è fermo per cause di forza maggiore. Argea, l’agenzia regionale che finanzia l’agricoltura, non ci ha creduto e non ha considerato il progetto proposto anni fa. I sognatori, tuttavia, non si sono arresti e l’anno scorso ci hanno riprovato. Il quoziente di fiducia dell’agenzia regionale sarebbe cresciuto ma la task force individuata dalla Regione per gestire le pratiche del Psr non ha ancora esaminato la richiesta.

Le possibilità. Per il grande pubblico i frutti di bosco sono more, mirtilli, lamponi e ribes. L’elenco, in realtà, è molto più vasto e comprende ad esempio le fragoline di bosco, il corbezzolo, il sambuco, l’uva spina, la ciliegia selvatica, l’ossicocco, il pero corvino, il gelso, il corniolo e tanti altri. Un’ampia varietà di prodotti che ha anche altre caratteristiche in comune. Ad esempio, sono utilizzatissimi, costano tutti tra i 28 e i 32 euro al chilo, hanno ottime qualità nutrizionali e la maggior parte del fabbisogno nazionale viene soddisfatto con le importazioni. Per la precisione, in Italia si consumano 10mila tonnellate di frutti di bosco all’anno ma la produzione autoctona non supera le 3mila. Dunque, c’è uno spazio immenso da occupare con le prospettive di ottenere ottimi guadagni. «La Sardegna ne importa 150 tonnellate, solo per le esigenze del settore della pasticceria – spiega Vittorio Cadau, dirigente di Uecoop Coldiretti e tra i primi a proporre un piano di coltivazione dei frutti di bosco –. I frutti di bosco garantiscono le proprietà benefiche della vitamina C, del fruttosio ma soprattutto i fenoli. Anni fa avevamo iniziato a ragionare su un progetto da realizzare a Ollolai, dove abbiamo trovato ottime caratteristiche e tutto quello che serve: c’è il bosco naturale, un sottobosco con un ottimo substrato e la disponibilità di acqua. Si potrebbe ottenere un ottimo prodotto che garantirebbe un picco di qualità elevatissimo ma le agenzie regionali erano di un altro parere». Ma il primo passo ne ha portato altri a rimorchio e il progetto è pronto a prendere forma

Le prospettive. Il futuro potrebbe riservare sorprese, sia per quanto riguarda il volume d’affari, sia per quanto riguarda il lato “verde” delle produzioni. A patto che si smuova qualcosa anche nel sottobosco della politica: «I frutti di bosco dovrebbero essere inseriti nei piani di sviluppo rurale – aggiunge Vittorio Cadau – potrebbero integrare i redditi di pastori e allevatori che hanno aree boschive nelle loro disponibilità». Il territorio, poi, ne gioverebbe: «Si tratta di produzioni assolutamente ecosostenibili in cui, per di più, si utilizza il prodotto al 100 per cento. Spesso si pensa che i frutti di bosco abbiamo prospettive solo tra gli alimentari. Invece, faccio un paio di esempi, le bucce dei frutti utilizzati per produrre succhi di frutta sono ricche di fenoli, che vengono utilizzate in cosmesi, mentre i semi sono ricercati da chi produce medicinali omeopatici». Gli ingredienti ci sono tutti, il successo però è ancora lontano: «Non si produce perché non è una produzione diffusa a e non ci sono incentivi che la spingano. Spesso serve una mano per investire su produzioni alternative – conclude Cadau – diversamente si resta solo con l’agricoltura tipica. Eppure qualcosa si può fare, lo dimostrano i passi avanti fatti nella coltivazione del grano e del riso. Il progetto studiato nel 2019 per Ollolai, con la collaborazione del sindaco Arbau, può riqualificare le aree boschive danneggiate dagli incedi. Abbiamo identificato le specie adatte a questo scopo, individuato le aree e coinvolto pastori e agricoltori. Siamo fermi perché la task force della Regione sul Psr non ha ancora lavorato la pratica».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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