Messaggi choc sui cartelli Truzzu: è la dura realtà
di Mauro Lissia
Cagliari, il sindaco nella bufera per i manifesti contro le uscite inutili L’accusa: si vogliono colpevolizzare i cittadini. Pigliaru: «Una schifezza»
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CAGLIARI. Una mattina, si son svegliati, e hanno scoperto di essere loro i responsabili dell’epidemia di coronavirus. È accaduto ai cagliaritani, sconvolti e irritati per una serie di cartelloni 6 per 3 affissi in città dall’agenzia di comunicazione Addv per conto del sindaco Paolo Truzzu, ispiratore e padre di un’operazione che ha scatenato una tempesta social e una sequenza di iniziative («dimissioni, dimissioni») ormai apparentemente fuori controllo. Mentre l’ex governatore Francesco Pigliaru scrive di «una schifezza, testi brutali e irrispettosi del dolore e della paure altrui» e centinaia di cittadini anche vicini a Fratelli d’Italia, l’area politica del sindaco, lo attaccano e manifestano indignazione fra insulti e delusione, Truzzu non arretra di un passo e affida al proprio profilo facebook una replica nervosa («la toppa peggiore del buco» la definiscono alcuni lettori) dove sul filo dello slogan «meno usciamo, prima ne usciamo» spiega che la campagna «firmata direttamente» da lui non è costata neppure un centesimo, per liquidare l’ondata di critiche con valutazioni sprezzanti: i cagliaritani che gli chiedono di far sparire i cartelloni per il sindaco non sono che «sepolcri imbiancati, vecchie glorie col ditino sempre puntato, acide commentatrici e confusi giovanotti con uno strano concetto di democrazia». Definizioni lontane dallo stile istituzionale e low profile tenuto finora da Truzzu, che seguono raffiche di insulti pesantissimi rivolti al sindaco e che qui non possono essere riferiti.
I testi. Nella città capoluogo trasformata gioco forza in una silent hill dai tratti spettrali non era facile dare una scossa di questa intensità. Truzzu ci è riuscito approvando testi che nel disprezzo del congiuntivo sembrano scaricare sui cittadini la responsabilità di morti e ricoveri. Un’intenzione che probabilmente non c’era («nessun intento di criminalizzare i cittadini» ha scritto il sindaco nel post di replica) ma che l’uso sbrigativo della lingua italiana ha fatto sospettare. Basta dare un’occhiata agli oltre 1300 commenti raccolti a fine serata nella pagina facebook “Paolo Truzzu sindaco”, dove la correlazione temeraria fra una sessione di jogging e un padre intubato viene letta come il tentativo di barbarizzare i cagliaritani, cittadini non certo modello ma che in un frangente complesso hanno mostrato finora un discreto rispetto della disciplina sociale e sanitaria. Non per il sindaco, che «vedendo i flussi di traffico» sostiene come «non siano pochi quelli che si muovono senza giustificazione», cittadini rimasti probabilmente memori delle raccomandazioni diffuse via video da Truzzu quando già in Lombardia imperversava il contagio: «Uscite, non restate a casa».
Certo adesso l’aria è diversa, ma non abbastanza - sostengono le numerose voci critiche - per lanciare messaggi di tenore decisamente accusatorio nei confronti di pochi trasgressori delle regole di profilassi: «Quando hanno intubato mio padre ho ripensato a quella passeggiata che dovevo evitare» è scritto in uno dei cartelli. Ancora: «Quando hanno portato mia madre in ospedale, ho capito che dovevo rinunciare alla corsa». Infine: «Quando mio figlio è stato contagiato, ho capito che dovevo rinunciare a quella spesa inutile».
L’impegno. Innegabile, per quanto comprensibilmente confuso, è stato ad oggi l’impegno di Truzzu contro l’epidemia. Ad ogni decreto governativo ha scelto di aggiungere almeno un divieto, precedendo il progressivo inasprirsi delle misure: è stato uno dei primi in Italia a chiudere parchi e cimiteri. Per non parlare dei vigili urbani-banditori, costretti a girare col megafono in pugno per ricordare a chi già sta a casa di rimanerci. Ora però - a leggere anche i commenti più pacati - sembra che il sindaco voglia andare al di là del ruolo amministrativo, ergendosi a tutore-educatore dei cittadini: è di ieri il video in cui istruisce i cagliaritani su come fare la spesa al supermarket in un salto repentino dalla comunicazione emozionale, tesa a scioccare per convincere, all’educazione civico-sanitaria nei tempi dell’emergenza. «Mi spiace ma questa è la realtà - ha scritto su facebook - ed io mi preoccupo che tutti, oggi e domani, siano in ottima salute».
La tempesta. Come tutte le tempeste mediatiche neppure questa andrà avanti a lungo. Col passare delle ore l’ironia ha preso il posto dell’indignazione e sul web è un fiorire di cartelloni-fake, dove gli autori rispediscono a Truzzu - e alla Regione - il peso della responsabilità su ritardi e mancanza di dispositivi di protezione. Nel frattempo le immagini dei manifesti hanno fatto il giro d’Italia suscitando soprattutto risate e chissà se il sindaco li firmerebbe ancora.
I testi. Nella città capoluogo trasformata gioco forza in una silent hill dai tratti spettrali non era facile dare una scossa di questa intensità. Truzzu ci è riuscito approvando testi che nel disprezzo del congiuntivo sembrano scaricare sui cittadini la responsabilità di morti e ricoveri. Un’intenzione che probabilmente non c’era («nessun intento di criminalizzare i cittadini» ha scritto il sindaco nel post di replica) ma che l’uso sbrigativo della lingua italiana ha fatto sospettare. Basta dare un’occhiata agli oltre 1300 commenti raccolti a fine serata nella pagina facebook “Paolo Truzzu sindaco”, dove la correlazione temeraria fra una sessione di jogging e un padre intubato viene letta come il tentativo di barbarizzare i cagliaritani, cittadini non certo modello ma che in un frangente complesso hanno mostrato finora un discreto rispetto della disciplina sociale e sanitaria. Non per il sindaco, che «vedendo i flussi di traffico» sostiene come «non siano pochi quelli che si muovono senza giustificazione», cittadini rimasti probabilmente memori delle raccomandazioni diffuse via video da Truzzu quando già in Lombardia imperversava il contagio: «Uscite, non restate a casa».
Certo adesso l’aria è diversa, ma non abbastanza - sostengono le numerose voci critiche - per lanciare messaggi di tenore decisamente accusatorio nei confronti di pochi trasgressori delle regole di profilassi: «Quando hanno intubato mio padre ho ripensato a quella passeggiata che dovevo evitare» è scritto in uno dei cartelli. Ancora: «Quando hanno portato mia madre in ospedale, ho capito che dovevo rinunciare alla corsa». Infine: «Quando mio figlio è stato contagiato, ho capito che dovevo rinunciare a quella spesa inutile».
L’impegno. Innegabile, per quanto comprensibilmente confuso, è stato ad oggi l’impegno di Truzzu contro l’epidemia. Ad ogni decreto governativo ha scelto di aggiungere almeno un divieto, precedendo il progressivo inasprirsi delle misure: è stato uno dei primi in Italia a chiudere parchi e cimiteri. Per non parlare dei vigili urbani-banditori, costretti a girare col megafono in pugno per ricordare a chi già sta a casa di rimanerci. Ora però - a leggere anche i commenti più pacati - sembra che il sindaco voglia andare al di là del ruolo amministrativo, ergendosi a tutore-educatore dei cittadini: è di ieri il video in cui istruisce i cagliaritani su come fare la spesa al supermarket in un salto repentino dalla comunicazione emozionale, tesa a scioccare per convincere, all’educazione civico-sanitaria nei tempi dell’emergenza. «Mi spiace ma questa è la realtà - ha scritto su facebook - ed io mi preoccupo che tutti, oggi e domani, siano in ottima salute».
La tempesta. Come tutte le tempeste mediatiche neppure questa andrà avanti a lungo. Col passare delle ore l’ironia ha preso il posto dell’indignazione e sul web è un fiorire di cartelloni-fake, dove gli autori rispediscono a Truzzu - e alla Regione - il peso della responsabilità su ritardi e mancanza di dispositivi di protezione. Nel frattempo le immagini dei manifesti hanno fatto il giro d’Italia suscitando soprattutto risate e chissà se il sindaco li firmerebbe ancora.
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