Vella: «Nell’isola va meglio ma è presto per ripartire»
di Stefania Puorro
L’infettivologo di Gemelli e Mater è nel comitato scientifico voluto dalla Regione «I numeri non sono allarmanti ma il virus gira: vietato abbassare la guardia»
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OLBIA. Avanti adagio. Perché sarà ancora lunga. Ripartenza graduale? Sì, ma solo quando non ci saranno più casi di contagio. L’isola, rispetto ad altre regioni d’Italia, ha numeri notevolmente più bassi, ma il nemico non è stato ancora battuto e «bisogna continuare a stare a casa e usare la mascherina quando si esce». Stefano Vella, infettivologo, scienziato e ricercatore a livello internazionale “prestato” alla Regione dal Gemelli, parla di necessarie fasi da superare. Solo in quel momento, «quando cioè la Sardegna sarà pulita», si potrà parlare di un riavvio. «Ma con tutte le dovute precauzioni. Perché la nostra preoccupazione è che si possa verificare un’epidemia di ritorno».
Professore, la parola d’ordine per lei è cautela. Non si può ripartire, se il virus non verrà completamente stroncato.
«Esatto. Non abbiamo a che fare con le infezioni precedenti da Coronavirus (come Sars e Mers) che venivano trasmesse da pazienti infetti gravi, ricoverati e isolati. Questo virus viene contagiato da persone asintomatiche, che nemmeno si accorgono di averlo».
È per questo che, come comitato scientifico regionale, avete fatto una precisa proposta al governatore Solinas.
«Sì, abbiamo proposto di fare dei test anticorpali a campione nei luoghi più frequentati (come un grande supermercato) testando per esempio in tre giorni cinquemila clienti. Nessuno si tirerebbe indietro. E questo sarebbe importantissimo: si capirebbe quanto il virus abbia girato e quanta copertura di anticorpi ci sia. Se molte persone sono immunizzate, il virus non riesce più a rientrare. Ma se la popolazione non lo è, lo ripeto, ci può essere l’infezione di ritorno».
Lei sostiene che la Sardegna stia combattendo bene la battaglia contro il Covid-19.
«Innanzitutto devo dire che il governatore Solinas è davvero accorto. Ci ho parlato, ascolta moltissimo ed è collaborativo anche dal punto di vista politico. Un merito, comunque, va al popolo sardo che ha capito come deve comportarsi. Qui il virus è arrivato tardi e i numeri, in proporzione, non sono allarmanti come in altre regioni. Ma bisogna assolutamente mantenere la Sardegna pulita perché prima di tutto è un modello: un piccolo laboratorio epidemiologico. Non solo qui il virus ha fatto meno danni, ma l’isola è anche distanziata di suo. Il paesaggio è prevalentemente rurale e i grandi agglomerati urbani sono pochi. È Sassari ad avere i dati più pesanti e c’è solo una spiegazione: il virus è arrivato lì attraverso i portatori asintomatici. Però i dati di incremento dei nuovi positivi sono gestibili, perché non si parla di 500 contagi in più al giorno. Possiamo quindi dire che ci sia una stabilizzazione dei nuovi casi: ma il virus gira ancora e sarebbe imprudente abbassare la guardia».
Da più parti si dice che la Sardegna possa essere un’isola pilota per il riavvio delle attività. Cosa ne pensa?
«Un passo alla volta. È fondamentale che il numero di nuovi casi scenda non dico a zero ma quasi. Perché vuol dire che l’epidemia si è spenta. Questo è il primo punto. Poi si deve procedere all’indagine a campione per capire quanta parte della popolazione sia tendenzialmente protetta con gli anticorpi. Altro dato: sapremo anche quanta popolazione sia ancora suscettibile. Lo dico pure in parole semplici: se buttiamo il virus fuori dalla porta non possiamo farlo rientrare dalla finestra. Potrebbe trovare una parte della popolazione scoperta e aggredire di nuovo».
Quindi: i contagi devono essere quasi a zero e l’indagine a campione deve confermare l’immunizzazione di una buona fetta di popolazione. A quel punto si potrà riaprire la Sardegna ai turisti?
«Allora: l’augurio è che in Sardegna venga tanta gente in vacanza, ma bisogna stare in campana e adottare misure di controllo all’arrivo nei porti e negli aeroporti. Tenendo conto che molti hanno l’infezione in modo asintomatico e potrebbero portare il virus. Non solo sarà dunque importante sapere da dove arrivano i passeggeri, ma chiunque sbarcherà in Sardegna dovrà indossare la mascherina e andare in giro obbligatoriamente con questa protezione. Una misura semplice, immediata e fondamentale».
E la riapertura graduale di alcune attività? Sarà possibile in tempi brevi?
«Alcune attività all’aperto con adeguate protezioni individuali per il personale, potrebbero riaprire, appena calano i contagi. Penso ai cantieri, ma anche ai ristoranti e bar dove si può garantire il distanziamento».
Prima della sua nomina nel comitato scientifico ristretto della Regione, la sua missione in Sardegna è partita dal Mater Olbia.
«Il mio compito era di riconvertire il Mater per trasformarlo temporaneamente in centro Covid-19, così come stabilito dalla Regione. L’ho fatto. Stanno arrivando i pazienti colpiti dal virus e tutto il personale si è messo completamente a disposizione. Di polemiche, che vanno avanti da tempo, ce ne sono state e continuano a esserci. Io sono un uomo del pubblico, ma ci tengo a dire con assoluta convinzione che il Mater Olbia, appena passerà la tempesta del Coronavirus, rappresenti per l’intera isola una grandissima risorsa».
Professore, la parola d’ordine per lei è cautela. Non si può ripartire, se il virus non verrà completamente stroncato.
«Esatto. Non abbiamo a che fare con le infezioni precedenti da Coronavirus (come Sars e Mers) che venivano trasmesse da pazienti infetti gravi, ricoverati e isolati. Questo virus viene contagiato da persone asintomatiche, che nemmeno si accorgono di averlo».
È per questo che, come comitato scientifico regionale, avete fatto una precisa proposta al governatore Solinas.
«Sì, abbiamo proposto di fare dei test anticorpali a campione nei luoghi più frequentati (come un grande supermercato) testando per esempio in tre giorni cinquemila clienti. Nessuno si tirerebbe indietro. E questo sarebbe importantissimo: si capirebbe quanto il virus abbia girato e quanta copertura di anticorpi ci sia. Se molte persone sono immunizzate, il virus non riesce più a rientrare. Ma se la popolazione non lo è, lo ripeto, ci può essere l’infezione di ritorno».
Lei sostiene che la Sardegna stia combattendo bene la battaglia contro il Covid-19.
«Innanzitutto devo dire che il governatore Solinas è davvero accorto. Ci ho parlato, ascolta moltissimo ed è collaborativo anche dal punto di vista politico. Un merito, comunque, va al popolo sardo che ha capito come deve comportarsi. Qui il virus è arrivato tardi e i numeri, in proporzione, non sono allarmanti come in altre regioni. Ma bisogna assolutamente mantenere la Sardegna pulita perché prima di tutto è un modello: un piccolo laboratorio epidemiologico. Non solo qui il virus ha fatto meno danni, ma l’isola è anche distanziata di suo. Il paesaggio è prevalentemente rurale e i grandi agglomerati urbani sono pochi. È Sassari ad avere i dati più pesanti e c’è solo una spiegazione: il virus è arrivato lì attraverso i portatori asintomatici. Però i dati di incremento dei nuovi positivi sono gestibili, perché non si parla di 500 contagi in più al giorno. Possiamo quindi dire che ci sia una stabilizzazione dei nuovi casi: ma il virus gira ancora e sarebbe imprudente abbassare la guardia».
Da più parti si dice che la Sardegna possa essere un’isola pilota per il riavvio delle attività. Cosa ne pensa?
«Un passo alla volta. È fondamentale che il numero di nuovi casi scenda non dico a zero ma quasi. Perché vuol dire che l’epidemia si è spenta. Questo è il primo punto. Poi si deve procedere all’indagine a campione per capire quanta parte della popolazione sia tendenzialmente protetta con gli anticorpi. Altro dato: sapremo anche quanta popolazione sia ancora suscettibile. Lo dico pure in parole semplici: se buttiamo il virus fuori dalla porta non possiamo farlo rientrare dalla finestra. Potrebbe trovare una parte della popolazione scoperta e aggredire di nuovo».
Quindi: i contagi devono essere quasi a zero e l’indagine a campione deve confermare l’immunizzazione di una buona fetta di popolazione. A quel punto si potrà riaprire la Sardegna ai turisti?
«Allora: l’augurio è che in Sardegna venga tanta gente in vacanza, ma bisogna stare in campana e adottare misure di controllo all’arrivo nei porti e negli aeroporti. Tenendo conto che molti hanno l’infezione in modo asintomatico e potrebbero portare il virus. Non solo sarà dunque importante sapere da dove arrivano i passeggeri, ma chiunque sbarcherà in Sardegna dovrà indossare la mascherina e andare in giro obbligatoriamente con questa protezione. Una misura semplice, immediata e fondamentale».
E la riapertura graduale di alcune attività? Sarà possibile in tempi brevi?
«Alcune attività all’aperto con adeguate protezioni individuali per il personale, potrebbero riaprire, appena calano i contagi. Penso ai cantieri, ma anche ai ristoranti e bar dove si può garantire il distanziamento».
Prima della sua nomina nel comitato scientifico ristretto della Regione, la sua missione in Sardegna è partita dal Mater Olbia.
«Il mio compito era di riconvertire il Mater per trasformarlo temporaneamente in centro Covid-19, così come stabilito dalla Regione. L’ho fatto. Stanno arrivando i pazienti colpiti dal virus e tutto il personale si è messo completamente a disposizione. Di polemiche, che vanno avanti da tempo, ce ne sono state e continuano a esserci. Io sono un uomo del pubblico, ma ci tengo a dire con assoluta convinzione che il Mater Olbia, appena passerà la tempesta del Coronavirus, rappresenti per l’intera isola una grandissima risorsa».
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