Il modello Sud Corea per cancellare la diffusione del covid
Il sistema ha quasi azzerato la curva della pandemia grazie a una app e a un controllo capillare della popolazione
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SASSARI. Si parla da tempo del modello coreano come il punto di svolta per affrontare il virus e tenerlo sotto controllo. Un sistema che si è rivelato vincente sia nell’immediato, sia nella gestione a lungo termine che di fatto ha mantenuto basso il livello di contagio e di vittime.
L’arma segreta per affrontare l’inarrestabile morbo è una applicazione da scaricare sul telefonino che può diventare il più efficace degli antivirus. Ma da solo non basta. Servono una serie di protocolli da rispettare. In Sud Corea sono riusciti a contenere in modo incredibile la diffusione del virus e lo hanno fatto grazie all’utilizzo di una app e di un sistema di intervento efficientissimo, ma che può essere riprodotto anche in Italia. L’indice di letalità in Corea del Sud è dello 0,7 per cento. In Lombardia è dell’8 per cento.
E in molti elogiano il modello che viene proposto. Anche l’ex governatore Francesco Pigliaru è un sostenitore di questo metodo e sul suo profilo Facebook spiega perché può essere la svolta.
Non basta da solo il lockdown, la chiusura totale di ogni attività, non basta. È indispensabile per prendere tempo ed evitare che il virus dilaghi nella popolazione, ma serve una strategia di più ampio respiro. I motivi sono semplici. Per prima cosa i contagiati sono più di quelli che vengono rilevati in modo ufficiale. C’è un esercito di positivi sommersi che non sono stati censiti. C’è anche un altro aspetto fondamentale. Anche se il lockdown avrà effetto bastano minuscoli focolai perché il contagio divampi nuovamente. Uno studio di Science sostiene che basterebbero anche solo quattro persone. Questi dati devono far riflettere e far capire quanto sia fondamentale il tracciamento digitale.
Il sistema che viene adottato anche in Taiwan prevede l’utilizzo di una applicazione che viene scaricata sul telefonino che traccia e registra tutti gli spostamenti. Per due volte al giorno chiede al proprietario del telefono quali siano le proprie condizioni di salute.
A seconda della risposta, se si denuncia qualche sintomo di coronavirus si viene raggiunti da una task force che fa subito il tampone. In caso di positività, con il gps del telefono si ricostruiscono tutti gli spostamenti e i contatti avuti. Si fanno i tamponi a tutte le persone con cui si sono avuti i contatti. In questo modo si costruisce da subito un cordone sanitario che circoscrive il contagio. Vengono isolati anche gli asintomatici e i preasintomatici. La somma di lockdown e di controllo con l’app limita il contagio.
L’idea della Sardegna viene portata avanti per le sue condizioni. Contagi non troppo alti, scarsa densità abitativa e possibilità di intervenire sul territorio in particolare nelle aree molto urbanizzate. Che nell’isola sono relativamente poche.
Il sistema sistema ideato dalla Corea ha risultati sorprendenti: 204 morti e 10.423 casi. In Italia ci sono 18.279 morti e 143 mila positivi. Il confronto diventa ancora più impietoso se si considera che in Corea del Sud il virus è arrivato prima e in modo più massiccio, visto la sua vicinanza alla Cina.
E gli esperti mettono in evidenza come il metodo coreano diventa ancora più centrale nella fase dopo il lockdown. Consente di monitorare eventuali focolai e metterli da subito sotto controllo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
L’arma segreta per affrontare l’inarrestabile morbo è una applicazione da scaricare sul telefonino che può diventare il più efficace degli antivirus. Ma da solo non basta. Servono una serie di protocolli da rispettare. In Sud Corea sono riusciti a contenere in modo incredibile la diffusione del virus e lo hanno fatto grazie all’utilizzo di una app e di un sistema di intervento efficientissimo, ma che può essere riprodotto anche in Italia. L’indice di letalità in Corea del Sud è dello 0,7 per cento. In Lombardia è dell’8 per cento.
E in molti elogiano il modello che viene proposto. Anche l’ex governatore Francesco Pigliaru è un sostenitore di questo metodo e sul suo profilo Facebook spiega perché può essere la svolta.
Non basta da solo il lockdown, la chiusura totale di ogni attività, non basta. È indispensabile per prendere tempo ed evitare che il virus dilaghi nella popolazione, ma serve una strategia di più ampio respiro. I motivi sono semplici. Per prima cosa i contagiati sono più di quelli che vengono rilevati in modo ufficiale. C’è un esercito di positivi sommersi che non sono stati censiti. C’è anche un altro aspetto fondamentale. Anche se il lockdown avrà effetto bastano minuscoli focolai perché il contagio divampi nuovamente. Uno studio di Science sostiene che basterebbero anche solo quattro persone. Questi dati devono far riflettere e far capire quanto sia fondamentale il tracciamento digitale.
Il sistema che viene adottato anche in Taiwan prevede l’utilizzo di una applicazione che viene scaricata sul telefonino che traccia e registra tutti gli spostamenti. Per due volte al giorno chiede al proprietario del telefono quali siano le proprie condizioni di salute.
A seconda della risposta, se si denuncia qualche sintomo di coronavirus si viene raggiunti da una task force che fa subito il tampone. In caso di positività, con il gps del telefono si ricostruiscono tutti gli spostamenti e i contatti avuti. Si fanno i tamponi a tutte le persone con cui si sono avuti i contatti. In questo modo si costruisce da subito un cordone sanitario che circoscrive il contagio. Vengono isolati anche gli asintomatici e i preasintomatici. La somma di lockdown e di controllo con l’app limita il contagio.
L’idea della Sardegna viene portata avanti per le sue condizioni. Contagi non troppo alti, scarsa densità abitativa e possibilità di intervenire sul territorio in particolare nelle aree molto urbanizzate. Che nell’isola sono relativamente poche.
Il sistema sistema ideato dalla Corea ha risultati sorprendenti: 204 morti e 10.423 casi. In Italia ci sono 18.279 morti e 143 mila positivi. Il confronto diventa ancora più impietoso se si considera che in Corea del Sud il virus è arrivato prima e in modo più massiccio, visto la sua vicinanza alla Cina.
E gli esperti mettono in evidenza come il metodo coreano diventa ancora più centrale nella fase dopo il lockdown. Consente di monitorare eventuali focolai e metterli da subito sotto controllo.
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