Nell’isola crolla il lavoro a rischio 50mila posti
di Alessandro Pirina
Lo studio delle Acli: ai 167mila poveri se ne potrebbero aggiungere altri 120mila Il presidente Marras alle istituzioni: fate presto, servono risorse a fondo perduto
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SASSARI. La Sardegna prima del coronavirus non navigava in buone acque, l’economia e il lavoro non erano ancora riusciti a riprendersi dopo la grande crisi di 10 anni fa. Figurarsi cosa potrà accadere nella Sardegna post Covid, in una terra che ha basato la sua economia soprattutto sulla stagionalità. E visto che il turismo sarà il settore più colpito è facile immaginare che per l’isola inizi uno dei periodi più difficili da sempre. Con il forte rischio di un’impennata della povertà. È quanto emerge da un rapporto di ricerca dello Iares sugli effetti del Covid in Sardegna commissionato dalle Acli. Un’analisi da cui viene fuori una fotografia dell’isola in bianco e nero, con un forte incremento della disoccupazione - i posti a rischio sono circa 50mila - e un ingrossamento dell’esercito dei nuovi poveri, agli attuali 167mila potrebbero aggiungersene altri 120mila. Un dramma per la Sardegna. Ed è per questo che le Acli si rivolgono alle istituzioni con un appello accorato. «Per non far saltare il sistema sociale sardo occorre fare in fretta e bene – dice il presidente Franco Marras –. Servono risorse a fondo perduto per affrontare l'emergenza nell'immediato ma anche pianificare un rafforzamento delle politiche attive sul lavoro, un programma di formazione sui nuovi lavori e un intervento di affiancamento e supporto al contrasto delle nuove povertà, con il pieno coinvolgimento del terzo settore».
Il report delle Acli si basa sui numeri forniti in queste settimane da Cerved, Svimez e Aspal. Già a marzo l’Aspal - l’agenzia regionale per il lavoro - contava 24mila posti di lavoro in meno rispetto all’anno scorso. Numeri che ad aprile sono inevitabilmente aumentati: a Olbia ci sono state il 72 per cento delle assunzioni in meno, ad Alghero il 68. Inoltre, secondo lo Svimez sono 200mila i lavoratori che hanno subito il lockdown in Sardegna, di cui un terzo lavoratori autonomi, artigiani, commercianti e professionisti e due terzi dipendenti. A questi vanno aggiunti 50mila lavoratori non tutelati, in prevalenza stagionali, per un totale di 250mila persone che hanno sospeso il lavoro o non lo hanno avviato tra aprile e maggio. «La domanda che ci siamo fatti è quanti di questi rischiano di non riprendere il lavoro e perciò di ingrossare le file dei poveri, assoluti o relativi – dice Marras –. Secondo due scenari elaborati dal Cerved la Sardegna perderà circa il 9% della produzione nella migliore delle ipotesi e il 22,5 nella peggiore. Se si proietta questo scenario sull’occupazione ipotizzando tra il 10 e il 20 per cento di persone che perdono il lavoro o non vengono assunte il dato che emerge è imponente. Se perdesse il lavoro il 10% di questi andremo a circa 25mila disoccupati ma i dati Aspal dicono che ci siamo già; se andiamo al 20 andremo a 50mila disoccupati e, con le loro famiglie a oltre 120mila persone che entrerebbero nella fascia della povertà, ingrossando le fila dei 167mila poveri assoluti già presenti in Sardegna».
Ecco perché le Acli chiedono di «fare presto per salvare i tessuti sociali ed economici – dice Marras –, servono risorse a fondo perduto che devono essere messe a disposizione attraverso meccanismi fiduciari. Tempi lunghi e burocrazia rendono inutili gli interventi perché erogati in ritardo e inefficaci. E per contrastare la povertà, come ci hanno insegnato Reis, Rei e reddito di cittadinanza, non basta l’aiuto economico, serve non lasciare sole le persone, creare una rete di salvataggio e tutela dalle difficoltà accentuate dalla paura della crisi, occorre mettere al centro l’apporto che il terzo settore può dare nel territorio».
Il report delle Acli si basa sui numeri forniti in queste settimane da Cerved, Svimez e Aspal. Già a marzo l’Aspal - l’agenzia regionale per il lavoro - contava 24mila posti di lavoro in meno rispetto all’anno scorso. Numeri che ad aprile sono inevitabilmente aumentati: a Olbia ci sono state il 72 per cento delle assunzioni in meno, ad Alghero il 68. Inoltre, secondo lo Svimez sono 200mila i lavoratori che hanno subito il lockdown in Sardegna, di cui un terzo lavoratori autonomi, artigiani, commercianti e professionisti e due terzi dipendenti. A questi vanno aggiunti 50mila lavoratori non tutelati, in prevalenza stagionali, per un totale di 250mila persone che hanno sospeso il lavoro o non lo hanno avviato tra aprile e maggio. «La domanda che ci siamo fatti è quanti di questi rischiano di non riprendere il lavoro e perciò di ingrossare le file dei poveri, assoluti o relativi – dice Marras –. Secondo due scenari elaborati dal Cerved la Sardegna perderà circa il 9% della produzione nella migliore delle ipotesi e il 22,5 nella peggiore. Se si proietta questo scenario sull’occupazione ipotizzando tra il 10 e il 20 per cento di persone che perdono il lavoro o non vengono assunte il dato che emerge è imponente. Se perdesse il lavoro il 10% di questi andremo a circa 25mila disoccupati ma i dati Aspal dicono che ci siamo già; se andiamo al 20 andremo a 50mila disoccupati e, con le loro famiglie a oltre 120mila persone che entrerebbero nella fascia della povertà, ingrossando le fila dei 167mila poveri assoluti già presenti in Sardegna».
Ecco perché le Acli chiedono di «fare presto per salvare i tessuti sociali ed economici – dice Marras –, servono risorse a fondo perduto che devono essere messe a disposizione attraverso meccanismi fiduciari. Tempi lunghi e burocrazia rendono inutili gli interventi perché erogati in ritardo e inefficaci. E per contrastare la povertà, come ci hanno insegnato Reis, Rei e reddito di cittadinanza, non basta l’aiuto economico, serve non lasciare sole le persone, creare una rete di salvataggio e tutela dalle difficoltà accentuate dalla paura della crisi, occorre mettere al centro l’apporto che il terzo settore può dare nel territorio».
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