Banale influenza, anzi no: tutti gli errori degli scienziati sul coronavirus
di Roberto Petretto
Valutazioni sbagliate e contraddittorie. I guru della scienza prima osannati, poi accusati di aver disorientato con previsioni ottimistiche
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SASSARI. Di per sé la virologia è materia suscettibile di cambiamenti, in base all’evolversi della ricerca. Questa condizione si accentua quando gli scienziati si trovano di fronte a un virus completamente nuovo, mai apparso prima sulla terra. Come il Covid 19. Da quando il mondo sta combattendo con questo nemico i virologi sono diventati punto di riferimento: osannati e inseguiti nella prima fase, ora rischiano di finire sul banco degli imputati perché ritenuti colpevoli di dispensare indicazioni e consigli a volte contrastanti, di essersi prodotti in previsioni ora troppo ottimistiche, ora troppo catastrofiche, che in alcuni casi si sono rivelate imprecise quando non addirittura del tutto errate.
Ne è nato un comprensibile disorientamento tra i cittadini. Abbiamo cercato di riunire in un piccolo compendio, sicuramente incompleto, alcune delle previsioni e delle indicazioni sciorinate in questi mesi.
Gli esordi. «Sarà un anno bellissimo!», ci diciamo. In realtà a gennaio qualcuno comincia a vedere in un lontano orizzonte l’arrivo della minaccia. Il 18 Ilaria Capua, virologa “emigrata” negli Usa, mette in guardia sull’eccezionalità dell’evento: «Questo è il terzo coronavirus a fare il salto di specie dall’animale all’uomo in 17 anni».
Pochi giorni dopo, il 21, l’odiato e amato Roberto Burioni manifesta una preoccupazione maggiore: «Il rischio virus Cina in Italia non è minimo. Al momento non sappiamo né quanto sia pericoloso e neanche quanto sia facile il contagio».
Arriva febbraio e il virus comincia a fare paura anche in Italia. Il 2 Burioni fa un passo falso: «In Italia in questo momento il rischio è zero». Due settimane dopo Ilaria Capua lancia il monito: «Arriverà in Italia, le aziende si preparino con il telelavoro».
L’Organizzazione mondiale della Sanità e le autorità nazionali per ora tranquillizzano: il virus in Italia ancora non c’è. In questo periodo di passaggio si registrano alcuni dei più clamorosi infortuni di comunicazione. Il tonfo più sonoro è quello prodotto il 23 febbraio dalla dichiarazione di Maria Rita Gismondo, microbiologa dell'ospedale Sacco di Milano: «Si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale». Alla luce di quello che poi è realmente accaduto la Gismondo si è poi giustificata: «Altri virologi hanno detto la stessa cosa e lo diceva anche il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità».
Ecco cosa disse Fabrizio Pregliasco, virologo in Milano, il 25 febbraio: «La malattia provocata dal nuovo coronavirus, rispetto ad altre, è banale e non è contagiosissima, ma è piuttosto comparabile all’influenza». Appena il giorno dopo ecco l’intervento di 26 febbraio Matteo Bassetti, infettivologo a Genova: «È meglio annullare i viaggi? Se uno li ha programmati li deve fare, cerchiamo di non fermare un Paese». A Codogno, intanto, il 17 febbraio, si registra il caso del “paziente 1” in Italia. E la percezione, anche da noi, comincia a cambiare.
Proteggersi. Si comincia a parlare di come proteggersi dai rischi. Ma le indicazioni non sono univoche. Persino il 7 di aprile l’Organizzazione mondiale della sanità afferma: «L’uso esteso di mascherine da parte di persone sane nell’ambiente della comunità non è supportato da prove e comporta incertezze e rischi. Non esistono al momento evidenze secondo cui indossare una mascherina da parte di tutta la comunità possa impedire la trasmissione di infezione da virus respiratori, incluso Covid-19». Linea bocciata da Burioni con un tweet: «Oms sempre più deludente. Mah».
Ma come non convincersi della bontà di questa indicazione quando anche il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, si presentava in conferenza stampa a viso scoperto? «Non uso la mascherina, ma rispetto le regole del distanziamento sociale», dice.
Giorni dopo il portavoce dell’Oms, David Nabarro, precisa: «Qualche forma di protezione facciale sono sicuro che diventerà la norma, almeno per dare rassicurazione alle persone».
Le cose cominciano a cambiare. La posizione più severa è quella del virologo Andrea Crisanti, docente a Padova, che sostiene la proposta di tenerle sempre, anche a casa. Per Fabrizio Pregliasco saranno cardine della prevenzione «insieme al lavaggio frequente delle mani». Le mascherine non danno comunque l’invulnerabilità: «Il virus passa in tutte le mascherine, ma è comunque una prima barriera e ha una sua funzione primaria», ricorda Francesco Broccolo, docente all’università di Milano.
In corso d’opera cambia opinione anche Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, che dapprima aveva detto che «le mascherine non servono a niente per le persone non contagiate» per correggere il tiro dopo qualche giorno, rispondendo «in questo momento sì» a chi gli chiedeva se fosse meglio indossarla.
Niente immunità, ma una difesa ormai indispensabile, secondo il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro: «Aiutano senz’altro a tutelarsi dal contagio».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ne è nato un comprensibile disorientamento tra i cittadini. Abbiamo cercato di riunire in un piccolo compendio, sicuramente incompleto, alcune delle previsioni e delle indicazioni sciorinate in questi mesi.
Gli esordi. «Sarà un anno bellissimo!», ci diciamo. In realtà a gennaio qualcuno comincia a vedere in un lontano orizzonte l’arrivo della minaccia. Il 18 Ilaria Capua, virologa “emigrata” negli Usa, mette in guardia sull’eccezionalità dell’evento: «Questo è il terzo coronavirus a fare il salto di specie dall’animale all’uomo in 17 anni».
Pochi giorni dopo, il 21, l’odiato e amato Roberto Burioni manifesta una preoccupazione maggiore: «Il rischio virus Cina in Italia non è minimo. Al momento non sappiamo né quanto sia pericoloso e neanche quanto sia facile il contagio».
Arriva febbraio e il virus comincia a fare paura anche in Italia. Il 2 Burioni fa un passo falso: «In Italia in questo momento il rischio è zero». Due settimane dopo Ilaria Capua lancia il monito: «Arriverà in Italia, le aziende si preparino con il telelavoro».
L’Organizzazione mondiale della Sanità e le autorità nazionali per ora tranquillizzano: il virus in Italia ancora non c’è. In questo periodo di passaggio si registrano alcuni dei più clamorosi infortuni di comunicazione. Il tonfo più sonoro è quello prodotto il 23 febbraio dalla dichiarazione di Maria Rita Gismondo, microbiologa dell'ospedale Sacco di Milano: «Si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale». Alla luce di quello che poi è realmente accaduto la Gismondo si è poi giustificata: «Altri virologi hanno detto la stessa cosa e lo diceva anche il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità».
Ecco cosa disse Fabrizio Pregliasco, virologo in Milano, il 25 febbraio: «La malattia provocata dal nuovo coronavirus, rispetto ad altre, è banale e non è contagiosissima, ma è piuttosto comparabile all’influenza». Appena il giorno dopo ecco l’intervento di 26 febbraio Matteo Bassetti, infettivologo a Genova: «È meglio annullare i viaggi? Se uno li ha programmati li deve fare, cerchiamo di non fermare un Paese». A Codogno, intanto, il 17 febbraio, si registra il caso del “paziente 1” in Italia. E la percezione, anche da noi, comincia a cambiare.
Proteggersi. Si comincia a parlare di come proteggersi dai rischi. Ma le indicazioni non sono univoche. Persino il 7 di aprile l’Organizzazione mondiale della sanità afferma: «L’uso esteso di mascherine da parte di persone sane nell’ambiente della comunità non è supportato da prove e comporta incertezze e rischi. Non esistono al momento evidenze secondo cui indossare una mascherina da parte di tutta la comunità possa impedire la trasmissione di infezione da virus respiratori, incluso Covid-19». Linea bocciata da Burioni con un tweet: «Oms sempre più deludente. Mah».
Ma come non convincersi della bontà di questa indicazione quando anche il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, si presentava in conferenza stampa a viso scoperto? «Non uso la mascherina, ma rispetto le regole del distanziamento sociale», dice.
Giorni dopo il portavoce dell’Oms, David Nabarro, precisa: «Qualche forma di protezione facciale sono sicuro che diventerà la norma, almeno per dare rassicurazione alle persone».
Le cose cominciano a cambiare. La posizione più severa è quella del virologo Andrea Crisanti, docente a Padova, che sostiene la proposta di tenerle sempre, anche a casa. Per Fabrizio Pregliasco saranno cardine della prevenzione «insieme al lavaggio frequente delle mani». Le mascherine non danno comunque l’invulnerabilità: «Il virus passa in tutte le mascherine, ma è comunque una prima barriera e ha una sua funzione primaria», ricorda Francesco Broccolo, docente all’università di Milano.
In corso d’opera cambia opinione anche Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, che dapprima aveva detto che «le mascherine non servono a niente per le persone non contagiate» per correggere il tiro dopo qualche giorno, rispondendo «in questo momento sì» a chi gli chiedeva se fosse meglio indossarla.
Niente immunità, ma una difesa ormai indispensabile, secondo il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro: «Aiutano senz’altro a tutelarsi dal contagio».
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