Uno o 6 metri, alla ricerca della distanza giusta
Dubbi sui guanti e sui tamponi: a chi farli? Ed ecco il premio Nobel: il virus è a tempo, sparirà da solo
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SASSARI. Per riepilogare tutto ciò che è stato detto in termini di distanziamento sociale, uso dei guanti, rischi da aria condizionata, suole delle scarpe, virus che viaggia nell’aria forse non basterebbe un libro. Si è sicuri a un metro e mezzo o le goccioline possono arrivare sino a sei metri? E quanto sopravvive il virus sulle superfici? E come bisogna lavarsi le mani? E per quanto tempo? E i vestiti? La verità, probabilmente, è che ancora non ci sono risposte certe a queste e a tante altre domande. Come quelle sulle diagnosi e terapie. Ad esempio: a chi fare i tamponi? Il Comitato tecnico scientifico nazionale per l'emergenza Covid ha sempre raccomandato di farli a chi ha sintomi. In disaccordo Massimo Galli, infettivologo del Sacco di Milano, secondo cui «andrebbero fatti anche agli asintomatici». Della linea “tamponi per tutti” anche Andrea Crisanti e Fabrizio Perno, dell'ospedale Niguarda di Milano: «Il tampone naso-faringeo è l’unico mezzo che abbiamo oggi per misurare la presenza virale».
Mentre per Giorgio Palù, virologo ed ex presidente della Società italiana di virologia, «quello di misurare gli anticorpi specifici contro il virus, quindi in grado di riconoscere Sars-CoV-2 dal virus della Mers, da quello della Sars e dai 4 virus del raffreddore che sono coronavirus umani con noi da migliaia di anni, è uno dei modi di fare la diagnosi».
Ancora più complesso e nebuloso l’universo delle possibili cure e dell’ancora inesistente vaccino. Infatti qui si entra in un campo dove tutti dicono tutto. Secondo il professor Isaac Ben Israel l’epidemia si concluderebbe intorno all'ottava/nona settimana, sviluppandosi nell'arco di 70 giorni. In questo caso chi parla è un matematico, non un virologo.
È sceso in campo anche un premio Nobel come Luc Montagnier, secondo cui il virus è frutto di «un lavoro di professionisti, di biologi molecolari, è un lavoro da orologiai», ma che «sparirà da solo a breve». Tesi confutata da una marea di studiosi per elencare i quali non basterebbe questa pagina.
Sull’uso dal plasma delle persone guarite c’è invece una sostanziale unità di vedute. Anche se c’è chi continua a dire che le compagnie farmaceutiche hanno l’interesse a nascondere la cosa. Un farmaco efficace? Per ora non c’è. Si va avanti con la sperimentazione. Remdesivir, eparina, clorochina, una combinazione di lopinavir e ritonavir, sono alcuni dei nomi circolati in questi mesi. Ma in tutto il mondo, in migliaia di laboratori tantissimi scienziati, ricercatori, tecnici, stanno ipotizzando, provando, sperimentando.
E ogni sussurro che dà speranza rischia di essere spacciato per certezza miracolosa. (r.pe.)
Mentre per Giorgio Palù, virologo ed ex presidente della Società italiana di virologia, «quello di misurare gli anticorpi specifici contro il virus, quindi in grado di riconoscere Sars-CoV-2 dal virus della Mers, da quello della Sars e dai 4 virus del raffreddore che sono coronavirus umani con noi da migliaia di anni, è uno dei modi di fare la diagnosi».
Ancora più complesso e nebuloso l’universo delle possibili cure e dell’ancora inesistente vaccino. Infatti qui si entra in un campo dove tutti dicono tutto. Secondo il professor Isaac Ben Israel l’epidemia si concluderebbe intorno all'ottava/nona settimana, sviluppandosi nell'arco di 70 giorni. In questo caso chi parla è un matematico, non un virologo.
È sceso in campo anche un premio Nobel come Luc Montagnier, secondo cui il virus è frutto di «un lavoro di professionisti, di biologi molecolari, è un lavoro da orologiai», ma che «sparirà da solo a breve». Tesi confutata da una marea di studiosi per elencare i quali non basterebbe questa pagina.
Sull’uso dal plasma delle persone guarite c’è invece una sostanziale unità di vedute. Anche se c’è chi continua a dire che le compagnie farmaceutiche hanno l’interesse a nascondere la cosa. Un farmaco efficace? Per ora non c’è. Si va avanti con la sperimentazione. Remdesivir, eparina, clorochina, una combinazione di lopinavir e ritonavir, sono alcuni dei nomi circolati in questi mesi. Ma in tutto il mondo, in migliaia di laboratori tantissimi scienziati, ricercatori, tecnici, stanno ipotizzando, provando, sperimentando.
E ogni sussurro che dà speranza rischia di essere spacciato per certezza miracolosa. (r.pe.)
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