Guanti e mascherine per vestirsi alla moda
di Roberto Sanna
Nel negozio di Michele Desole ingressi contingentati e protocolli severi Gli abiti vengono sanificati a 120° e spruzzati con uno spray igienizzante
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SASSARI. La serranda dell’ampio negozio di viale Italia è stata sollevata nel week-end dopo tanto tempo. Michele Desole, esponente di una storica famiglia di commercianti sassaresi (in città il loro nome è sulle insegne di sette negozi di abbigliamento) ha inaugurato con un po’ di timore misto a sollievo il nuovo corso della sua attività: vetrine scintillanti e abiti eleganti da proporre a una clientela desiderosa come non mai di riprendersi la libertà e uscire per le strade senza l’autocertificazione nella borsetta o nelle tasche della giacca.
L’allestimento questa volta è stato diverso dal solito, niente arredi accattivanti ma spazi delimitati, percorsi severi e dedicati forse più alla sicurezza che alla vendita. E, soprattutto, nessun sorriso da esibire perché le mascherine lasciano solo intuire l’espressione dei volti. Un nuovo mondo, che comincia con il distributore di gel all’ingresso e un rigido protocollo: mascherine, guanti e gel per chi lavora all’interno del locale; gel nelle mani e mascherine obbligatorie per i clienti, che devono indossare i guanti se hanno in mente di toccare un capo di abbigliamento. E i locali erano stati sanificati in precedenza, ovviamente. Quello che tutti si chiedevano nelle scorse settimane è come sanificare gli abiti e qui manca una vera e propria linea guida. Michele Desole ha adottato il seguente sistema: «I capi vengono trattati col vapore prima di essere esposti nel negozio, se poi vengono provati e non acquistati, li spruzziamo con uno spray igienizzante, li ripassiamo a vapore a centoventi gradi e quindi riposti in un armadio». Sabato, tra i negozi di abbigliamento, ha aperto anche Barbablù, in via Sardegna, dove si è puntato soprattutto sulla sanificazione degli ambienti, degli spogliatoi e di tutte le superfici lisce presenti nel locale. Anche qui protocollo molto rigoroso per i dipendenti e per chi entra nel negozio.
Quella che sembra tramontato è la possibilità di ricorrere alle sanificazione tramite apparecchi a ozono: non c’era nessuna certezza che potesse essere qualcosa di veramente sicuro, l’unica cosa certa è che i costi elevati avrebbero portato a un aumento del business e dei guadagni delle aziende produttrici. La tendenza nei negozi di abbigliamento è così puntare molto sulla sanificazione dei locali e degli spogliatoi, per gli abiti non esiste un sistema indicato univoco per tutti anche perché pare che il coronavirus non sopravviva a lungo sulla stoffa. E una ulteriore precauzione, anche dopo eventuali trattamenti, è quells di mettere dentro un apposito armadio gli abiti e tenerli chiusi per 24 o addirittura 48 ore, tempo giudicato congruo per poter considerare sicuri quei capi e immetterli nuovamente nel circuito di vendita a disposizione dei clienti.
Comprare una camicia o un abito sembra così diventata una questione complicata e per tutti ci vorrà anche un lungo tempo di adattamento. Cambia anche il modo di comportarsi, all’interno di locali improvvisamente trasformati anche per quanto riguarda la capienza: «Abbiamo calcolato il numero massimo di persone che possiamo ospitare in base ai metri quadri del negozio e abbiamo così adattato il personale – spiega Michele Desole –. E abbiamo adattato anche il locale, che adesso è ridotto rispetto al solito perché, abbiamo chiuso alcune sale. Gli ingressi, così, sono limitati e la gente dovrà aspettare fuori dal negozio. Onestamente in questa prima riapertura non abbiamo avuto problemi, anche perché abbiamo per forza di cose lavorato con una clientela ridotta, composta esclusivamente da sassaresi. La prossima settimana avremo un quadro più preciso della situazione perché sicuramente arriverà gente dai paesi vicini e vedremo se queste misure saranno sufficienti o se dovremo adattarle, fare qualche cambiamento. Anche noi siamo in un periodo di transizione, è cambiato il modo di rapportarsi con la clientela e tra noi in negozio. Faccio un esempio: con la mascherina si tende ad avere un tono di voce più alto. Alla fine dovremo abituarci anche a questi dettagli».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’allestimento questa volta è stato diverso dal solito, niente arredi accattivanti ma spazi delimitati, percorsi severi e dedicati forse più alla sicurezza che alla vendita. E, soprattutto, nessun sorriso da esibire perché le mascherine lasciano solo intuire l’espressione dei volti. Un nuovo mondo, che comincia con il distributore di gel all’ingresso e un rigido protocollo: mascherine, guanti e gel per chi lavora all’interno del locale; gel nelle mani e mascherine obbligatorie per i clienti, che devono indossare i guanti se hanno in mente di toccare un capo di abbigliamento. E i locali erano stati sanificati in precedenza, ovviamente. Quello che tutti si chiedevano nelle scorse settimane è come sanificare gli abiti e qui manca una vera e propria linea guida. Michele Desole ha adottato il seguente sistema: «I capi vengono trattati col vapore prima di essere esposti nel negozio, se poi vengono provati e non acquistati, li spruzziamo con uno spray igienizzante, li ripassiamo a vapore a centoventi gradi e quindi riposti in un armadio». Sabato, tra i negozi di abbigliamento, ha aperto anche Barbablù, in via Sardegna, dove si è puntato soprattutto sulla sanificazione degli ambienti, degli spogliatoi e di tutte le superfici lisce presenti nel locale. Anche qui protocollo molto rigoroso per i dipendenti e per chi entra nel negozio.
Quella che sembra tramontato è la possibilità di ricorrere alle sanificazione tramite apparecchi a ozono: non c’era nessuna certezza che potesse essere qualcosa di veramente sicuro, l’unica cosa certa è che i costi elevati avrebbero portato a un aumento del business e dei guadagni delle aziende produttrici. La tendenza nei negozi di abbigliamento è così puntare molto sulla sanificazione dei locali e degli spogliatoi, per gli abiti non esiste un sistema indicato univoco per tutti anche perché pare che il coronavirus non sopravviva a lungo sulla stoffa. E una ulteriore precauzione, anche dopo eventuali trattamenti, è quells di mettere dentro un apposito armadio gli abiti e tenerli chiusi per 24 o addirittura 48 ore, tempo giudicato congruo per poter considerare sicuri quei capi e immetterli nuovamente nel circuito di vendita a disposizione dei clienti.
Comprare una camicia o un abito sembra così diventata una questione complicata e per tutti ci vorrà anche un lungo tempo di adattamento. Cambia anche il modo di comportarsi, all’interno di locali improvvisamente trasformati anche per quanto riguarda la capienza: «Abbiamo calcolato il numero massimo di persone che possiamo ospitare in base ai metri quadri del negozio e abbiamo così adattato il personale – spiega Michele Desole –. E abbiamo adattato anche il locale, che adesso è ridotto rispetto al solito perché, abbiamo chiuso alcune sale. Gli ingressi, così, sono limitati e la gente dovrà aspettare fuori dal negozio. Onestamente in questa prima riapertura non abbiamo avuto problemi, anche perché abbiamo per forza di cose lavorato con una clientela ridotta, composta esclusivamente da sassaresi. La prossima settimana avremo un quadro più preciso della situazione perché sicuramente arriverà gente dai paesi vicini e vedremo se queste misure saranno sufficienti o se dovremo adattarle, fare qualche cambiamento. Anche noi siamo in un periodo di transizione, è cambiato il modo di rapportarsi con la clientela e tra noi in negozio. Faccio un esempio: con la mascherina si tende ad avere un tono di voce più alto. Alla fine dovremo abituarci anche a questi dettagli».
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