Sassari, felicità è un piatto di pasta mangiato al ristorante

Il personale del St. Joseph di Sassari festeggia la riapertura del ristorante

Primo giorno di riapertura tra detergenti, tavoli distanziati e menù sui social. Al St Joseph si percepiscono l’entusiasmo dei dipendenti e lo stupore dei clienti

SASSARI. Lo stupore negli occhi per la normalità ritrovata di un piatto di spaghetti o di una bistecca serviti sul tavolo di un ristorante. È il primo giorno di riapertura anche per i ristoranti: l’ordinanza è arrivata nel cuore della notte e non tutti sono riusciti a organizzarsi in tempo. Nei pochi locali che allo sparo dello starter sono stati pronti a uscire dai blocchi si aggirano i primi clienti dell’era post-quarantena. Al St Joseph di via Asproni non c’è la folla dei giorni spensierati dell’assembramento libero. Però molti tavoli sono occupati. Una ventina di persone al piano superiore, qualcosa di meno al piano terra. All’ingresso un ragazzo con mascherina d’ordinanza accoglie i clienti, li invita a lavarsi le mani con la soluzione alcolica posta all’ingresso poi li accompagna al tavolo, illustrando nel frattempo le poche regole da seguire: menù da consultare tramite smartphone sulla pagina Fb del locale, mascherina da indossare quando ci si sposta all’interno del locale, magari per andare in bagno mentre quando si sta a tavola si può farne a meno, anche perché i vicini sono ad un metro abbondante di distanza.

Gli schermi che di solito trasmettono calcio, tennis e basket sono spenti, ma questo non attenua l’entusiasmo per questo pranzo al ristorante che sembra una splendida avventura dopo mesi di pasti fatti e consumati in casa. «Lo avevamo promesso a noi stessi: appena finisce la quarantena andiamo a mangiare fuori - dicono Sara e Alberto, allegri e ciarlieri in un tavolo d’angolo -. Così abbiamo fatto».

Un momento da gustare, forse più del cibo. Anche con un pizzico di spirito altruistico: «Oggi non ci siamo fatti mancare nulla - aggiunge Sara -. Colazione al bar, aperitivo e poi pranzo in ristorante. Noi siamo tra i fortunati che in questo periodo hanno continuato a prendere uno stipendio. Mi pare giusto ora aiutare, per quello che possiamo, chi è stato costretto a restare fermo».

I camerieri, tutti giovanissimi, hanno gli occhi che sorridono, tranne qualcuno, forse più preoccupato degli altri: «Timori? Nessuno, almeno per ciò che mi riguarda - dice una di loro -. Forse qualcuno lo è di più, ma dipende dal carattere di una persona. Non ho avuto paura, oggi, a tornare al lavoro. Certo, la mascherina è fastidiosa, fa già caldo e mi sento soffocare. Ma bisogna portarla e quindi pazienza».

Vanno avanti e indietro, prendendo le ordinazioni sul palmare, portando il cesto del pane sorretto tra le mani tenute a coppa, chiedendo ai clienti se va tutto bene: «Abbiamo sempre cercato di dare al nostro locale un’impronta confidenziale - dice Dario Manca, responsabile del St Joseph -. Ancora di più, in questo momento, cerchiamo di fare in modo che i nostri clienti siano contenti, tranquilli, sicuri».

Per garantire la sicurezza e darne anche una percezione visiva è stato necessario rinunciare a decine di posti: «Ma era importante dare un messaggio. I proprietari hanno fatto un investimento sui locali e su noi dipendenti. Qui siamo in 21. - dice ancora Dario Manca -. I soldi della cassa integrazione nessuno li ha ancora visti: se ripartiamo c’è la speranza che il mese prossimo ci venga pagato almeno un piccolo stipendio».

Uscire dalla quarantena, tornare al lavoro «è stato emozionante, strano. Ma è bello avere la sensazione di tornare alla vita di prima».

Tornare a prendere le ordinazioni, consigliare un piatto, stare alla cassa o al bar. E osservare quelle persone che chiacchierano tranquille. Tra i tavoli si sente parlare di lavoro, di cose futili, di viaggi, di musica. Raramente cogli discorsi su virus, pandemia, quarantena. Un esorcismo culinario, un rito apotropaico a base di spaghetti alla bottarga e jalapenos, di picanha e alette di pollo fritte. La felicità è una 0,30 ghiacciata, è la libertà di chiedere il conto, magari con l’accortezza di pagare con il bancomat invece che in contanti. Senza dimenticare i giorni della paura, ma anzi ricordandoli. Perché quella focaccia tre mesi fa, prima che tutto cominciasse, non ti era sembrata così gustosa.

@Petretto. @RIPRODUZIONE RISERVATA



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