Sono più nervosi, vogliono giocare
I gestori dei campi estivi: poca attenzione per loro, noi siamo pronti a partire
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SASSARI. Nella resistenza anti-Covid a meritare il titolo di eroi sono anche i bambini che hanno dovuto rinunciare agli aspetti più essenziali del loro essere. Ma se ci hanno spesso sorpreso per lo spirito di adattamento, è indubbio che per loro fosse necessario un occhio di riguardo, Invece tutto ciò che riguarda lo svago dei piccoli è fumoso o difficile da mettere in pratica, e di molti aspetti non c’è traccia nei decreti. Nel frattempo scoprono che le tecnologie non gli bastano, che il bello è vedersi e giocare insieme, come conferma Roberto Usai, titolare di alcuni parchi gioco e referente sardo del settore. «Hanno bisogno di gioco, sono nervosi e aggressivi, a volte quando si svegliano nemmeno salutano, chiedono subito dove è il tablet, ma hanno voglia di uscire». C’è grande richiesta di feste di compleanno – spiega – fino a settembre «ma non so cosa rispondere ai genitori, i parchi per le feste sono chiusi e dimenticati, non ci sono date previste per la riapertura. Ogni mese ho 6mila euro di affitti e 3000 di bollette di luce da pagare. So di almeno 3 colleghi di Sassari che hanno chiuso». Gli si prospetta di trasformare l’attività in centri estivi dal 15 giugno, probabilmente anche dai primi del mese, ma Usai è molto perplesso: «Per i più piccoli occorrerà un addetto ogni 5 bambini (con i costi che lievitano), misurare la temperatura a chiunque arrivi, far rispettare le distanze (ma è praticamente impossibile ingabbiare i bimbi, e se qualcuno si ammala siamo rovinati. A queste condizioni non accettiamo, non è conveniente», afferma mentre sta per scrivere una lettera all’assessorato alla cultura: «Servono regole, dare la possibilità a chi li ha di sfruttare gli spazi all’aperto (io ho 5mila metri quadrati) e agli altri di lavorare comunque anche con le feste, dimezzando gli ingressi e turnando nell’utilizzo dei gonfiabili. Nel frattempo ci stanno chiedendo indietro le caparre».
Il presidente della Uisp di Sassari Marco Perra è più ottimista, ente leader nei campi estivi: «C’è da essere comunque contenti che questo genere di attività, potenzialmente a rischio, siano state considerate dal decreto Conte (quello regionale si è adeguato, ndc). Logico che occorrerà attenzione, ma le attività estive nascono da progetti educativi oltre che ricreativi e si può trovare un modo per contemperarle con me misure di sicurezza. Tutto sommato, a parte procedure più stringenti, non vedo enormi differenze. Il problema saranno i costi (un educatore potrà seguire solo dieci ragazzi over12, sette dai 6 agli 11 anni, 5 dai 3 ai 5) e la formazione specifica sul rischio Covid. Faremo il triage, ma chiediamo collaborazione alle famiglie, affinché evitino di portarci i bambini con la febbre, creando problemi a tutti». Chiaro che occorrerà seguire le norme di igiene, tenere le distanze, usare le mascherine. È fattibile? «È un falso problema – dice Perra – i piccoli sono in grado di sopportarle e i nostri operatori faranno diventare il tutto parte del gioco e dell’educazione».
Ne è molto meno convinta Maria Paola Appeddu, dirigente ella scuola paritaria dell’infanzia e nido “Marta Mameli” di Sassari, che fa anche i campi estivi con i bimbi della fascia 4-5 anni: «Non puoi correre, non puoi avvicinarti, devi usare la mascherina. Con tutti questi limiti mi chiedo cosa ci andranno a fare» dice. Troppe le criticità: «Sotto il profilo sanitario, si parla poco di responsabilità, ma ricordo le denunce ai gestori delle case di riposo, e noi siamo in una situazione simile. Tutto viene ridotto alla presentazione di un certificato medico (per certificare cosa?) e alla misurazione della temperatura. Non c’è un tavolo per definire la tracciabilità di chi accede ai servizi». E poi la parte economica: «Ci sono150 milioni per i centri estivi di tutta Italia, gestiti dai comuni, con le strutture che si dovrebbero anticipare le spese, ottimizzare gli spazi, dotarsi di materiale, prendere nuovo personale, il tutto in un mese. La Regione ha 10 milioni per le premialità ottenute per i servizi privati all’infanzia, mai utilizzati, li usi ora». (a.palmas)
Il presidente della Uisp di Sassari Marco Perra è più ottimista, ente leader nei campi estivi: «C’è da essere comunque contenti che questo genere di attività, potenzialmente a rischio, siano state considerate dal decreto Conte (quello regionale si è adeguato, ndc). Logico che occorrerà attenzione, ma le attività estive nascono da progetti educativi oltre che ricreativi e si può trovare un modo per contemperarle con me misure di sicurezza. Tutto sommato, a parte procedure più stringenti, non vedo enormi differenze. Il problema saranno i costi (un educatore potrà seguire solo dieci ragazzi over12, sette dai 6 agli 11 anni, 5 dai 3 ai 5) e la formazione specifica sul rischio Covid. Faremo il triage, ma chiediamo collaborazione alle famiglie, affinché evitino di portarci i bambini con la febbre, creando problemi a tutti». Chiaro che occorrerà seguire le norme di igiene, tenere le distanze, usare le mascherine. È fattibile? «È un falso problema – dice Perra – i piccoli sono in grado di sopportarle e i nostri operatori faranno diventare il tutto parte del gioco e dell’educazione».
Ne è molto meno convinta Maria Paola Appeddu, dirigente ella scuola paritaria dell’infanzia e nido “Marta Mameli” di Sassari, che fa anche i campi estivi con i bimbi della fascia 4-5 anni: «Non puoi correre, non puoi avvicinarti, devi usare la mascherina. Con tutti questi limiti mi chiedo cosa ci andranno a fare» dice. Troppe le criticità: «Sotto il profilo sanitario, si parla poco di responsabilità, ma ricordo le denunce ai gestori delle case di riposo, e noi siamo in una situazione simile. Tutto viene ridotto alla presentazione di un certificato medico (per certificare cosa?) e alla misurazione della temperatura. Non c’è un tavolo per definire la tracciabilità di chi accede ai servizi». E poi la parte economica: «Ci sono150 milioni per i centri estivi di tutta Italia, gestiti dai comuni, con le strutture che si dovrebbero anticipare le spese, ottimizzare gli spazi, dotarsi di materiale, prendere nuovo personale, il tutto in un mese. La Regione ha 10 milioni per le premialità ottenute per i servizi privati all’infanzia, mai utilizzati, li usi ora». (a.palmas)
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