Casa Serena, il diario dall’inferno del coronavirus a Sassari
di Giovanni Bua
Il drammatico racconto di Barbara Fozza, responsabile della casa di riposo
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SASSARI. «Potrebbe succedere di nuovo. Ed è bene che tutti lo sappiano». Ha la speranza negli occhi ma la morte nel cuore, Barbara Fozza. Inevitabile prezzo da pagare dopo aver passato tre mesi in prima linea, tra i letti e i corridoi di Casa Serena, la struttura comunale per anziani epicentro dell’epidemia che ha rischiato di mettere in ginocchio Sassari. Oltre la metà dei 140 ospiti contagiati (ora sono rimasti poco più di cento), decine di vittime con una macabra conta quotidiana che tra marzo e aprile ha raggelato i cuori. Le proteste dei parenti, senza notizie. La fuga, dei medici di famiglia, della ditta di pulizie. L’arrivo dei militari. L’ira del sindaco. La promessa che tutto sarebbe cambiato.
Lei è la responsabile per Palazzo Ducale della struttura, una di quelle che «Negli ultimi mesi è stata in silenzio. All’inizio perché eravamo troppo impegnati a salvare più vite possibili. Dopo perché ci siamo completamente dedicati ai nostri anziani per incentivare il loro benessere in questo momento drammatico».
Ma ora è arrivato il momento di raccontare. «Questo virus è subdolo – spiega –. E quasi impossibile da fermare. Lo dico perché noi avevamo adottato tutte le misure possibili per evitare i contagi. Già da febbraio distribuivamo i fogli in cui chiedevamo di avvicinare gli anziani con massima cautela, avevamo diffuso in tutta la struttura il gel per il lavaggio delle mani, stavamo usando le mascherine e avevamo detto a tutti gli operatori di non presentarsi al lavoro se avevano dei sintomi. Dal 5 marzo abbiamo chiuso la struttura agli ingressi esterni, diviso gli ospiti in due sale da pranzo, sospeso i servizi non indispensabili, previsto percorsi e spogliatoi diversi, preparato un’area isolata. Ci siamo sacrificati e impegnati tantissimo per evitare che il virus entrasse e si diffondesse e probabilmente lo avevamo già in casa».
L’incubo inizia il 18 marzo. «I medici di famiglia avevano iniziato a non venire da qualche giorno – racconta – dicendo che avevano avuto una disposizione, che è poi risultata non rivolta a loro, che li invitava a interrompere l’assistenza domiciliare nelle residenze per anziani. Nella notte tra il 17 e il 18 una delle nostre ospiti è stata inviata al Pronto Soccorso per una crisi dispnoica e, all’alba, siamo stati avvisati che probabilmente era positiva. Abbiamo immediatamente chiesto che venissero eseguiti i tamponi a tutti gli ospiti e agli operatori ma il 18 sono riusciti a farli solo a cinque ospiti sintomatici e il 19 ad un gruppo di operatori. Tutti i cinque ospiti sono risultati positivi. Li abbiamo spostati in un’ala della struttura isolata e con operatori dedicati solo a loro e abbiamo iniziato a misurare due volte al giorno la temperatura e la saturazione a tutti gli ospiti e a tenerli il più possibile chiusi nelle loro stanze».
Così inizia il tracollo. «Di colpo sono stati messi in malattia e in quarantena quasi tutti gli operatori, anche se risultati negativi al tampone e asintomatici. Con uno sforzo enorme e facendo più di trecento telefonate la Coopas. ha garantito il servizio, ma erano persone nuove. Non conoscevano gli anziani. Inoltre la ditta di pulizie ha interrotto il servizio senza preavviso, un sabato mattina, i medici di base non venivano, e soprattutto non riuscivamo a far portare al Pronto Soccorso gli ospiti positivi che stavano male. Tutto si sgretolava intorno a noi».
Il 22 la situazione ormai è al limite. «Nel pomeriggio sono arrivati due medici dell’Ats con un gruppo di infermieri. Non si sono mai fermati. Un raggio di sole. Abbiamo iniziato a riorganizzare la struttura definendo meglio percorsi e aree sporche e pulite. E ripreso a dare agli anziani l’assistenza sanitaria di cui avevano bisogno, che poi è stata garantita dai medici del reparto di Malattie Infettive che ancora ci seguono».
Nonostante i contagi, e i decessi che aumentano per i tamponi c’è ancora da aspettare: «È stato possibile fare il tampone a tutti gli ospiti solo il 25 marzo (è intervenuto l’esercito) e i risultati sono arrivati due giorni dopo. Da marzo a maggio sono stati fatti oltre 80 trasferimenti per cercare di limitare i contagi. Alcuni di noi hanno lavorato per oltre tre mesi ininterrottamente, senza un giorno di pausa e rinunciando ad avere qualunque contatto con i propri cari. Per alcuni giorni non siamo riusciti a dare delle informazioni precise ai parenti. Per me è una ferita ancora aperta, ma eravamo troppo impegnati a lavorare per salvare vite, senza farci sopraffare dalla disperazione, spingendoci oltre il limite delle nostre forze. Ed ogni anziano che non ce l’ha fatta è un dolore che porteremo per sempre con noi».
Ora il lavoro, la paura, i dubbi. «Stiamo cercando di ridefinire la vita a Casa Serena – chiude Barbara Fozza – in modo da tutelare la salute degli ospiti senza limitarne troppo libertà e autodeterminazione. I contagi sono brutti ma lo può essere altrettanto vivere isolati e reclusi. Ho tanta paura che tutto questo ricapiti e altrettanto timore che questa mia emozione mi porti a togliere colore alla vita degli anziani con scelte troppo limitanti. Se qualcuno ha delle risposte ce le dia, ma invito tutti a farsi domande e a non limitarsi, con troppa leggerezza, a giudicare».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Lei è la responsabile per Palazzo Ducale della struttura, una di quelle che «Negli ultimi mesi è stata in silenzio. All’inizio perché eravamo troppo impegnati a salvare più vite possibili. Dopo perché ci siamo completamente dedicati ai nostri anziani per incentivare il loro benessere in questo momento drammatico».
Ma ora è arrivato il momento di raccontare. «Questo virus è subdolo – spiega –. E quasi impossibile da fermare. Lo dico perché noi avevamo adottato tutte le misure possibili per evitare i contagi. Già da febbraio distribuivamo i fogli in cui chiedevamo di avvicinare gli anziani con massima cautela, avevamo diffuso in tutta la struttura il gel per il lavaggio delle mani, stavamo usando le mascherine e avevamo detto a tutti gli operatori di non presentarsi al lavoro se avevano dei sintomi. Dal 5 marzo abbiamo chiuso la struttura agli ingressi esterni, diviso gli ospiti in due sale da pranzo, sospeso i servizi non indispensabili, previsto percorsi e spogliatoi diversi, preparato un’area isolata. Ci siamo sacrificati e impegnati tantissimo per evitare che il virus entrasse e si diffondesse e probabilmente lo avevamo già in casa».
L’incubo inizia il 18 marzo. «I medici di famiglia avevano iniziato a non venire da qualche giorno – racconta – dicendo che avevano avuto una disposizione, che è poi risultata non rivolta a loro, che li invitava a interrompere l’assistenza domiciliare nelle residenze per anziani. Nella notte tra il 17 e il 18 una delle nostre ospiti è stata inviata al Pronto Soccorso per una crisi dispnoica e, all’alba, siamo stati avvisati che probabilmente era positiva. Abbiamo immediatamente chiesto che venissero eseguiti i tamponi a tutti gli ospiti e agli operatori ma il 18 sono riusciti a farli solo a cinque ospiti sintomatici e il 19 ad un gruppo di operatori. Tutti i cinque ospiti sono risultati positivi. Li abbiamo spostati in un’ala della struttura isolata e con operatori dedicati solo a loro e abbiamo iniziato a misurare due volte al giorno la temperatura e la saturazione a tutti gli ospiti e a tenerli il più possibile chiusi nelle loro stanze».
Così inizia il tracollo. «Di colpo sono stati messi in malattia e in quarantena quasi tutti gli operatori, anche se risultati negativi al tampone e asintomatici. Con uno sforzo enorme e facendo più di trecento telefonate la Coopas. ha garantito il servizio, ma erano persone nuove. Non conoscevano gli anziani. Inoltre la ditta di pulizie ha interrotto il servizio senza preavviso, un sabato mattina, i medici di base non venivano, e soprattutto non riuscivamo a far portare al Pronto Soccorso gli ospiti positivi che stavano male. Tutto si sgretolava intorno a noi».
Il 22 la situazione ormai è al limite. «Nel pomeriggio sono arrivati due medici dell’Ats con un gruppo di infermieri. Non si sono mai fermati. Un raggio di sole. Abbiamo iniziato a riorganizzare la struttura definendo meglio percorsi e aree sporche e pulite. E ripreso a dare agli anziani l’assistenza sanitaria di cui avevano bisogno, che poi è stata garantita dai medici del reparto di Malattie Infettive che ancora ci seguono».
Nonostante i contagi, e i decessi che aumentano per i tamponi c’è ancora da aspettare: «È stato possibile fare il tampone a tutti gli ospiti solo il 25 marzo (è intervenuto l’esercito) e i risultati sono arrivati due giorni dopo. Da marzo a maggio sono stati fatti oltre 80 trasferimenti per cercare di limitare i contagi. Alcuni di noi hanno lavorato per oltre tre mesi ininterrottamente, senza un giorno di pausa e rinunciando ad avere qualunque contatto con i propri cari. Per alcuni giorni non siamo riusciti a dare delle informazioni precise ai parenti. Per me è una ferita ancora aperta, ma eravamo troppo impegnati a lavorare per salvare vite, senza farci sopraffare dalla disperazione, spingendoci oltre il limite delle nostre forze. Ed ogni anziano che non ce l’ha fatta è un dolore che porteremo per sempre con noi».
Ora il lavoro, la paura, i dubbi. «Stiamo cercando di ridefinire la vita a Casa Serena – chiude Barbara Fozza – in modo da tutelare la salute degli ospiti senza limitarne troppo libertà e autodeterminazione. I contagi sono brutti ma lo può essere altrettanto vivere isolati e reclusi. Ho tanta paura che tutto questo ricapiti e altrettanto timore che questa mia emozione mi porti a togliere colore alla vita degli anziani con scelte troppo limitanti. Se qualcuno ha delle risposte ce le dia, ma invito tutti a farsi domande e a non limitarsi, con troppa leggerezza, a giudicare».
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