«Rivedo le loro facce: ogni volta la ferita si riapre»
La zia del ragazzo assassinato: «Pronti a trasformarsi? Non hanno mai mostrato pentimento»
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MACOMER. Sapevano che le cose sarebbero andate più velocemente che per i maggiorenni, «Ma questo non ci ferisce di meno». A parlare è Loredana Careddu, sorella di Corrado, il padre di Manuel. «Ogni volta è una ferita che si riapre – prosegue –. Quando ho letto il giornale, è stato tremendo. Ho pensato subito che non è ancora stato celebrato il processo di secondo grado per i tre maggiorenni e scopro che i due minorenni possono già iniziare a uscire dagli istituti. Penso a come funzione la giustizia in Italia: se hai un problema anche minimo da indagato innocente, ti ritrovi di fronte a mille guai prima di riuscire a concludere il processo e loro usciranno dal carcere tra meno di cinque anni. Ricordiamoci che per la legge sono degli assassini, ma quella stessa legge sembra non tenere conto di ciò. C’è troppa sproporzione nell’applicazione delle pene per i minorenni rispetto a quelle dei maggiorenni».
Le sensazioni, il vissuto di venti mesi di indagini e udienze, riemergono. «Rivedo le loro facce e il loro atteggiamemento in udienza – prosegue Loredana Careddu – e devo pensare che, adesso, improvvisamente siano pronti a trasformarsi. Nessuno tranne Satta ha dato il minimo cenno di pentimento, io li ho visti quei volti».
E ancora ritornano alla mente gli inganni e i giochetti messi in piedi da tutti gli indagati anche dopo la morte di Manuel, quel piano perfetto che doveva servire per depistare le indagini. Farsi vedere preoccupati per la sorte del ragazzo per allontanare da sé ogni sospetto. Trascorrere i giorni come se da nascondere ci fosse una marachella da bimbi e invece era un omicidio. E per i parenti di Manuel, l’ombra lunga del delitto paradossalmente li costringe anche a vivere nell’ombra. «Evito luoghi in cui so che possono esserci la madre o i parenti di Giada – dice Loredana Careddu –. Passare in certe strade o entrare in determinati negozi vuol dire far riemergere tutto il dolore».
E poi ci sono i commenti, quelli degli altri. «Mi hanno scritto sui social che ci stiamo accanendo contro dei ragazzini – conclude Loredana Careddu –. Quelle persone si sono dimenticate che è Manuel che è morto, è Manuel che non vede più la luce del sole, mentre loro ora vanno a scuola, avranno un lavoro, rinizieranno a vivere come persone normali».
I familiari degli imputati invece continuano il loro silenzio. Poche frasi arrivano anche dai difensori di Cosmin Nita e Giada Campus e sono più che altro strettamente tecniche e legate a questioni procedurali. «A mio parere le due sentenze presentavano profili di illegittimità da far valere con il ricorso in Cassazione, il mio assistito ha però preferito rinunciarvi», dice l’avvocato Gianfranco Siuni. «La ragazza ha espresso la volontà di interrompere il percorso giudiziario e ho rispettato tale scelta. Per quanto riguarda il discorso dell’espiazione delle pene, non ci sono differenze tra un caso e l’altro. Il conteggio è sempre identico e lo è per tutti». (e.carta)
Le sensazioni, il vissuto di venti mesi di indagini e udienze, riemergono. «Rivedo le loro facce e il loro atteggiamemento in udienza – prosegue Loredana Careddu – e devo pensare che, adesso, improvvisamente siano pronti a trasformarsi. Nessuno tranne Satta ha dato il minimo cenno di pentimento, io li ho visti quei volti».
E ancora ritornano alla mente gli inganni e i giochetti messi in piedi da tutti gli indagati anche dopo la morte di Manuel, quel piano perfetto che doveva servire per depistare le indagini. Farsi vedere preoccupati per la sorte del ragazzo per allontanare da sé ogni sospetto. Trascorrere i giorni come se da nascondere ci fosse una marachella da bimbi e invece era un omicidio. E per i parenti di Manuel, l’ombra lunga del delitto paradossalmente li costringe anche a vivere nell’ombra. «Evito luoghi in cui so che possono esserci la madre o i parenti di Giada – dice Loredana Careddu –. Passare in certe strade o entrare in determinati negozi vuol dire far riemergere tutto il dolore».
E poi ci sono i commenti, quelli degli altri. «Mi hanno scritto sui social che ci stiamo accanendo contro dei ragazzini – conclude Loredana Careddu –. Quelle persone si sono dimenticate che è Manuel che è morto, è Manuel che non vede più la luce del sole, mentre loro ora vanno a scuola, avranno un lavoro, rinizieranno a vivere come persone normali».
I familiari degli imputati invece continuano il loro silenzio. Poche frasi arrivano anche dai difensori di Cosmin Nita e Giada Campus e sono più che altro strettamente tecniche e legate a questioni procedurali. «A mio parere le due sentenze presentavano profili di illegittimità da far valere con il ricorso in Cassazione, il mio assistito ha però preferito rinunciarvi», dice l’avvocato Gianfranco Siuni. «La ragazza ha espresso la volontà di interrompere il percorso giudiziario e ho rispettato tale scelta. Per quanto riguarda il discorso dell’espiazione delle pene, non ci sono differenze tra un caso e l’altro. Il conteggio è sempre identico e lo è per tutti». (e.carta)
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