Cure lontano dall’isola la spesa è di 111 milioni
di Claudio Zoccheddu
Sono i costi sostenuti per i sardi che si rivolgono a strutture della Penisola Tra i pazienti in uscita e quelli in entrata, il saldo negativo è di 90 milioni
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SASSARI. È il numero che misura la capacità di risposta del sistema sanitario alle esigenze dei cittadini. Nell’isola è negativo, ma “moderato” anche se molto vicino (ballano appena 10 milioni) al gruppo che ha fatto segnare tasso di negatività “rilevante”. Significa che ci sono regioni che spendono di più per accompagnare altrove le cure dei cittadini ma che, ovviamente, ce ne sono (tante) che invece hanno un saldo positivo. Ci ha pensato la fondazione Gimbe ad inquadrare in uno schema i costi della “mobilità sanitaria” da e per l’isola, anche se i numeri a disposizione sono orma vecchi di due anni. Ad ogni modo, nel 2018 la Sardegna ha messo a referto un saldo negativo di 90 milioni di euro rispetto al valore nazionale di oltre 4,6 miliardi di euro, come deciso dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome il 31 marzo 2020. Il valore viene fuori dal computo dei crediti che l’isola vanta verso altre regioni, ovvero poco più di 19 milioni di euro, e da quello che invece le altre regioni vantano nei confronti dell’isola, 111 milioni e 200mila euro. Se le spese di viaggio per garantire il diritto alla salute sono alte, l’attrattività è praticamente inesistente.
Sull’appeal delle strutture sanitarie sarde conta sicuramente la condizione insulare, che non semplifica i viaggi dei pazienti, ma potrebbe non bastare come “scusa” se si considera che la Sardegna è penultima dietro soltanto alla Valle d’Aosta quando si tratta di mettere a fuoco la performance che esprime il cosiddetto “indice di attrazione” che in termini economici identifica quantifica i crediti esigibili da ciascuna Regione.
I valori. Le sei Regioni con maggiori capacità di attrazione vantano crediti superiori a 200 milioni sono la Lombardia (26,1 per cento) e l'Emilia-Romagna (13,9 per cento) che insieme drenano il 40 per cento della mobilità attiva. Un ulteriore 31,9 per cento viene attratto da Veneto (9,6 per cento), Lazio (8,5 per cento), Toscana (8,1 per cento) e Piemonte (5,8 per cento). Il rimanente 28,1 per cento si distribuisce nelle altre 15 Regioni e Province autonome, oltre che all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (244,7 milioni) e all'Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (43 milioni). Una fotografia che, ad eccezione del Lazio, spacca in due lo Stivale anche dal punto di vista della mobilità sanitaria. Non è certo una novità ma nemmeno un titolo di merito. Come non può essere considerato meno preoccupante un indice di fuga molto basso, la Sardegna è 16esima su 21 posizioni possibili (ci sono anche le due province autonome di Trento e Bolzano) ma anche in questo sulla perfomance pesa la difficoltà di spostamento dall’isola. Un fatto che, capovolto, spiega perché molte regioni del nord entrino in graduatoria con valori medio/alti: «Verosimilmente questo aspetto documenta specifiche preferenze dei cittadini agevolate dalla facilità di spostamento tra Regioni del Nord con elevata qualità dei servizi sanitari», si legge nel rapporto della fondazione Gimbe.
La spesa pro-capite. Quella relativa all’attrattività è praticamente nulla, per i motivi legati alla qualità delle strutture e alle difficoltà di raggiungimento di eventuali “eccellenze”, quella legata alla “mobilità passiva” è più alta ma comunque molto meno impattante di quanto rilevato sulle altre regioni del meridione: la Sardegna è 16esima con una spesa pro capite di poco superiore ai 50 euro e lontanissima da Regioni come Molise (250 euro) o Calabria e Basilicata (tra i 150 e 200 euro).
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Sull’appeal delle strutture sanitarie sarde conta sicuramente la condizione insulare, che non semplifica i viaggi dei pazienti, ma potrebbe non bastare come “scusa” se si considera che la Sardegna è penultima dietro soltanto alla Valle d’Aosta quando si tratta di mettere a fuoco la performance che esprime il cosiddetto “indice di attrazione” che in termini economici identifica quantifica i crediti esigibili da ciascuna Regione.
I valori. Le sei Regioni con maggiori capacità di attrazione vantano crediti superiori a 200 milioni sono la Lombardia (26,1 per cento) e l'Emilia-Romagna (13,9 per cento) che insieme drenano il 40 per cento della mobilità attiva. Un ulteriore 31,9 per cento viene attratto da Veneto (9,6 per cento), Lazio (8,5 per cento), Toscana (8,1 per cento) e Piemonte (5,8 per cento). Il rimanente 28,1 per cento si distribuisce nelle altre 15 Regioni e Province autonome, oltre che all'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (244,7 milioni) e all'Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (43 milioni). Una fotografia che, ad eccezione del Lazio, spacca in due lo Stivale anche dal punto di vista della mobilità sanitaria. Non è certo una novità ma nemmeno un titolo di merito. Come non può essere considerato meno preoccupante un indice di fuga molto basso, la Sardegna è 16esima su 21 posizioni possibili (ci sono anche le due province autonome di Trento e Bolzano) ma anche in questo sulla perfomance pesa la difficoltà di spostamento dall’isola. Un fatto che, capovolto, spiega perché molte regioni del nord entrino in graduatoria con valori medio/alti: «Verosimilmente questo aspetto documenta specifiche preferenze dei cittadini agevolate dalla facilità di spostamento tra Regioni del Nord con elevata qualità dei servizi sanitari», si legge nel rapporto della fondazione Gimbe.
La spesa pro-capite. Quella relativa all’attrattività è praticamente nulla, per i motivi legati alla qualità delle strutture e alle difficoltà di raggiungimento di eventuali “eccellenze”, quella legata alla “mobilità passiva” è più alta ma comunque molto meno impattante di quanto rilevato sulle altre regioni del meridione: la Sardegna è 16esima con una spesa pro capite di poco superiore ai 50 euro e lontanissima da Regioni come Molise (250 euro) o Calabria e Basilicata (tra i 150 e 200 euro).
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