olbia
«Rinchiusi da 15 giorni Nessun test per me e mio figlio»
OLBIA. «Sono chiusa in casa da quasi 15 giorni, con mio figlio: mio marito è risultato positivo e ora è in una residenza protetta dopo essere stato in ospedale a Nuoro. Nessuno è venuto a farci il...
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OLBIA. «Sono chiusa in casa da quasi 15 giorni, con mio figlio: mio marito è risultato positivo e ora è in una residenza protetta dopo essere stato in ospedale a Nuoro. Nessuno è venuto a farci il tampone».
Chiama dalla sua casa di Olbia la signora Maria Dettoto. Ha 70 e una grande rabbia: «Mio marito è risultato positivo al tampone e hanno detto a me e a mio figlio che dovevamo restare a casa in isolamento in attesa del tampone. I 15 giorni stanno per scadere e nessuno si è visto per farci il test. Sono venuti solo dei funzionari che hanno controllato la casa per vedere se era idonea a ospitare di nuovo mio marito. Lo volevano rimandare a casa da positivo. Ho chiesto a loro se sarebbe arrivato qualcuno a fare i tamponi, ma mi hanno risposto che loro si occupavano di altro».
La signora Dettoto è preoccupata soprattutto per il figlio: «Lui lavora e l’azienda lo sta chiamando ogni giorno per chiedergli se rientra. Fanno tamponi a tutti, ma a noi no e ci tengono segregati in casa. Io e mio figlio stiamo bene. Ma non mi interessa: io lunedì uscirò di casa. Scadono i 15 giorni e qui non ci sto più».
Casi come quello della signora di Olbia non sono infrequenti, nonostante la frequenza dei tamponi sia cresciuta moltissimo rispetto alla prima fase della pandemia quando si viaggiava a una media di 3-400 test al giorno.
Chiama dalla sua casa di Olbia la signora Maria Dettoto. Ha 70 e una grande rabbia: «Mio marito è risultato positivo al tampone e hanno detto a me e a mio figlio che dovevamo restare a casa in isolamento in attesa del tampone. I 15 giorni stanno per scadere e nessuno si è visto per farci il test. Sono venuti solo dei funzionari che hanno controllato la casa per vedere se era idonea a ospitare di nuovo mio marito. Lo volevano rimandare a casa da positivo. Ho chiesto a loro se sarebbe arrivato qualcuno a fare i tamponi, ma mi hanno risposto che loro si occupavano di altro».
La signora Dettoto è preoccupata soprattutto per il figlio: «Lui lavora e l’azienda lo sta chiamando ogni giorno per chiedergli se rientra. Fanno tamponi a tutti, ma a noi no e ci tengono segregati in casa. Io e mio figlio stiamo bene. Ma non mi interessa: io lunedì uscirò di casa. Scadono i 15 giorni e qui non ci sto più».
Casi come quello della signora di Olbia non sono infrequenti, nonostante la frequenza dei tamponi sia cresciuta moltissimo rispetto alla prima fase della pandemia quando si viaggiava a una media di 3-400 test al giorno.
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