Lollovers e gin alla pompìa ecco l’isola che sa sognare
di Antonello Palmas
I premi della Coldiretti hanno privilegiato sostenibilità e capacità di innovare Nelle storie di Simone e Ivano studio, determinazione e apertura al mondo
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SASSARI. Quella del futuro è un’agricoltura giovane, votata alla sostenibilità, capace di innovarsi e connessa ai settori dell’agroalimentare e della ristorazione. Non deve quindi stupire se tra gli Oscar Green assegnati da Coldiretti vi sono due personaggi come Ivano Fodde e Simone Ciferni: le loro storie fatte di inventiva e studio dicono che con giovani così per l’isola c’è una speranza.
Prendi Ivano, di Budoni: a 25 anni ha due ristoranti a San Teodoro, un’azienda agricola, un curriculum nella formazione lungo così, e si è meritato il premio creatività producendo un gin alla pompia. «Dopo aver terminato il corso ai geometri non mi sono mai voluto fermare» spiega lui. Comincia con gli attestati alla Bartender School e all’Accademia italiana maestri del caffè, quindi si iscrive all’Accademia per manager del turismo di Cernobbio e compie due stage in azienda nel Comasco. «Laggiù ho conosciuto due distillatori di Varese interessati a produrre qualcosa di originale; gli ho proposto le essenze della mia terra, il ginepro e la pompìa. Da qui l’idea di un gin unico».
Così è nato il “Louise”, dal nome della nonna Luigina, che coltiva quell’agrume nei suoi terreni. «Sa pumpia mi ha sempre affascinato – dice – Per me è stato un richiamo delle mie origini, dopo aver trovato il mio futuro nella ristorazione nel mio cuore desideravo riscoprire le radici. Grazie a quel frutto che nel mondo cresce solo tra Baronia e Gallura ha preso vita un gin dall’aroma particolarissimo e leggermente amaro. Per ora viene servito solo a Puntaldia, una piccola Porto Cervo con tanti Vip e una clientela molto esigente. E oltre al gin, posso dire davvero di servire prodotti a chilometro zero. Qualcosa di cui tanti si vantano, ma i miei ortaggi provengono realmente dal podere dei miei nonni, così come la pompìa del mio gin, che spero di poter presto distillare qui da noi». Nel frattempo lo serve come apprezzato ingrediente gourmet.
Altrettanto significativa la storia del 31enne nuorese Simone Ciferni. «Dopo i ragionieri nella mia città e la laurea in economia aziendale a Cagliari, sono andato... in Sudafrica. Perché? Non saprei dirlo, dovevo farlo. Sono andato da solo e per introdurmi meglio e approfondire la lingua inglese ho cercato un posto nella ristorazione, dove sono nato (i miei lavorano nel settore)». È stata un’esperienza in un piccolo villaggio «carino, curato», a cambiare la sua prospettiva. «Avendo speso la mia infanzia a Lollove, mi sono reso conto che vi può essere uno sviluppo diverso anche per un borgo come quello di nonna e mamma, 13 abitanti e che rischia di sparire tra 10 anni. È stato come uno schiaffo, mi ha svegliato. Tornato a Nuoro, ho frequentato corsi di turismo enogastronomico e per sommelier, che mi hanno dato la chiave per poter sfruttare le tradizioni agroalimentari, per trasformarle in attrattore per turristi. L’idea era quella di farli uscire dalla routine».
Quindi l’occasione del bando Talent up, grazie al quale ha passato 3 mesi negli Usa, a San Francisco e alla George Town University di Washington, dove ha potuto studiare da vicino il potenziale cliente. «L’85% degli americani vive in un grosso centro, stressato dai ritmi elevati. Mi sono detto: proviamo a trovare una connessione tra loro e Lollove». Così, dopo un’ulteriore fase di studio sui piccoli borghi in Costarica, è nato il progetto Lollovers, un nome che dice tutto: «L’idea è far vivere in prima persona un’esperienza in un posto dove la connessione internet è difficile, dove i ritmi sono lenti, dove sei necessariamente coinvolto nella vita dei residenti, costretto a creare dei rapporti sociali, puoi partecipare alle attività agricole, all’osservazione delle stelle, alla ricerca di erbe endemiche». Alla fine di un’esperienza che Ciferni chiama “digital detox”, disintossicazione digitale, quel turista avrà fatto qualcosa di davvero diverso e diventerà cittadino onorario.
«Il tutto naturalmente incanalato in un pacchetto Sardegna – spiega – ed è chiaro che quello che abbiamo in mente non riguarda il turismo di massa, perché superare di molto il numero dei residenti snaturerebbe gli scopi del progetto, che comprende anche agriturismo, fattoria didattica, accordi per la ricettività». «Arrivai negli Usa con un progetto per il mio piccolo borgo – riflette Simone – ma la capacità di pensare in grande degli americani mi ha fatto tornare con un modello scalabile e replicabile. Solo in Italia più di 5000 villaggi come Lollove possono sparire tra breve. Si salveranno rendendo turisticamente fruibili le loro tradizioni uniche».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Prendi Ivano, di Budoni: a 25 anni ha due ristoranti a San Teodoro, un’azienda agricola, un curriculum nella formazione lungo così, e si è meritato il premio creatività producendo un gin alla pompia. «Dopo aver terminato il corso ai geometri non mi sono mai voluto fermare» spiega lui. Comincia con gli attestati alla Bartender School e all’Accademia italiana maestri del caffè, quindi si iscrive all’Accademia per manager del turismo di Cernobbio e compie due stage in azienda nel Comasco. «Laggiù ho conosciuto due distillatori di Varese interessati a produrre qualcosa di originale; gli ho proposto le essenze della mia terra, il ginepro e la pompìa. Da qui l’idea di un gin unico».
Così è nato il “Louise”, dal nome della nonna Luigina, che coltiva quell’agrume nei suoi terreni. «Sa pumpia mi ha sempre affascinato – dice – Per me è stato un richiamo delle mie origini, dopo aver trovato il mio futuro nella ristorazione nel mio cuore desideravo riscoprire le radici. Grazie a quel frutto che nel mondo cresce solo tra Baronia e Gallura ha preso vita un gin dall’aroma particolarissimo e leggermente amaro. Per ora viene servito solo a Puntaldia, una piccola Porto Cervo con tanti Vip e una clientela molto esigente. E oltre al gin, posso dire davvero di servire prodotti a chilometro zero. Qualcosa di cui tanti si vantano, ma i miei ortaggi provengono realmente dal podere dei miei nonni, così come la pompìa del mio gin, che spero di poter presto distillare qui da noi». Nel frattempo lo serve come apprezzato ingrediente gourmet.
Altrettanto significativa la storia del 31enne nuorese Simone Ciferni. «Dopo i ragionieri nella mia città e la laurea in economia aziendale a Cagliari, sono andato... in Sudafrica. Perché? Non saprei dirlo, dovevo farlo. Sono andato da solo e per introdurmi meglio e approfondire la lingua inglese ho cercato un posto nella ristorazione, dove sono nato (i miei lavorano nel settore)». È stata un’esperienza in un piccolo villaggio «carino, curato», a cambiare la sua prospettiva. «Avendo speso la mia infanzia a Lollove, mi sono reso conto che vi può essere uno sviluppo diverso anche per un borgo come quello di nonna e mamma, 13 abitanti e che rischia di sparire tra 10 anni. È stato come uno schiaffo, mi ha svegliato. Tornato a Nuoro, ho frequentato corsi di turismo enogastronomico e per sommelier, che mi hanno dato la chiave per poter sfruttare le tradizioni agroalimentari, per trasformarle in attrattore per turristi. L’idea era quella di farli uscire dalla routine».
Quindi l’occasione del bando Talent up, grazie al quale ha passato 3 mesi negli Usa, a San Francisco e alla George Town University di Washington, dove ha potuto studiare da vicino il potenziale cliente. «L’85% degli americani vive in un grosso centro, stressato dai ritmi elevati. Mi sono detto: proviamo a trovare una connessione tra loro e Lollove». Così, dopo un’ulteriore fase di studio sui piccoli borghi in Costarica, è nato il progetto Lollovers, un nome che dice tutto: «L’idea è far vivere in prima persona un’esperienza in un posto dove la connessione internet è difficile, dove i ritmi sono lenti, dove sei necessariamente coinvolto nella vita dei residenti, costretto a creare dei rapporti sociali, puoi partecipare alle attività agricole, all’osservazione delle stelle, alla ricerca di erbe endemiche». Alla fine di un’esperienza che Ciferni chiama “digital detox”, disintossicazione digitale, quel turista avrà fatto qualcosa di davvero diverso e diventerà cittadino onorario.
«Il tutto naturalmente incanalato in un pacchetto Sardegna – spiega – ed è chiaro che quello che abbiamo in mente non riguarda il turismo di massa, perché superare di molto il numero dei residenti snaturerebbe gli scopi del progetto, che comprende anche agriturismo, fattoria didattica, accordi per la ricettività». «Arrivai negli Usa con un progetto per il mio piccolo borgo – riflette Simone – ma la capacità di pensare in grande degli americani mi ha fatto tornare con un modello scalabile e replicabile. Solo in Italia più di 5000 villaggi come Lollove possono sparire tra breve. Si salveranno rendendo turisticamente fruibili le loro tradizioni uniche».
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