La beffa delle mascherine: perfette ma non si vendono
di Claudio Zoccheddu
A Tortolì si producono dispositivi certificati ma quelli importati costano meno
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SASSARI. Sono diventate un accessorio imprescindibile ma trovarle, all’inizio dell’emergenza sanitaria, era difficile. Quelle certificate, poi, avevano una tiratura appena superiore a quella del Santo Graal. Quindi è stato necessario sedurre chiunque potesse produrle, salvo poi abbandonarlo. È capitato anche a un’azienda di Tortolì che, adesso, produce mascherine certificate a 28 centesimi l’una mentre chiunque, grossisti e amministrazioni pubbliche, continuano a comprarle in Cina a 3 centesimi l’una.
L’emergenza. La rapidità che ha portato le mascherine a trasformarsi nel presidio sanitario più diffuso contro il Covid-19 ha mandato in scacco il sistema Paese. Le aziende italiane che le producevano non erano sufficienti a soddisfare il fabbisogno ma non si poteva farne a meno, soprattutto negli ospedali. Servivano mascherine, tante, e servivano subito. Per questo anche nell’isola qualche azienda ha deciso di uscire dalla sua zona di comfort e di rispondere alla chiamata alle armi del governo che tramite il decreto CuraItalia aveva lanciato una serie di “offerte” destinate proprio alle aziende che avevano intenzione di dare una mano. Tra loro c’era anche la Filar Optomaterials di Tortolì che ha un indirizzo aziendale molto diverso, produce cristalli ottici usati anche nella realizzazione di occhiali, laser medici e componenti che in qualche caso sono finiti a bordo dei satelliti in orbita attorno alla Terra. La produzione delle mascherine poteva sembrare una passeggiata vista l’esperienza, invece rischia di diventare un investimento clamorosamente sballato. Ma la colpa non è del prodotto. Anzi.
L’azienda. Mirco Lorrai è il direttore generale di Filar Optomaterials e ha seguito sin dai primi passi il nuovo ramo d’azienda nato durante l’emergenza nazionale: «Pensavamo che non fosse un lavoro complicato. Invece è stata tosta, tostissima. E lo è ancora – spiega –. Anche perché abbiamo ricevuto promesse che non state mantenute». Lorrai parte dall’inizio della storia, quando Invitalia – l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa controllata dal ministero dell’Economia – aveva a disposizione 50 milioni di euro del decreto CuraItalia che si sarebbero dovuto tradurre in incentivi a fondo perduto destinati alle aziende che avrebbe riconvertito le loro linee di produzione o che ne avrebbero realizzate altre ad hoc: «Abbiamo partecipato al bando, il nostro progetto è stato finanziato e solo allora abbiamo iniziato a comprendere cosa stesse accadendo – continua Mirco Lorrai –. Per cominciare, i finanziamenti a fondo perduto di Invitalia avevano una scadenza di appena 15 giorni ed è stato impossibile rispettarli perché chiaramente non avevamo i macchinari a disposizione. Li abbiamo ordinati dalla Cina e sono arrivati dopo mesi. Poi abbiamo dovuto trovare i materiali, che prima di marzo avevano un costo, dopo ne avevano uno molto maggiore: li abbiamo pagati a peso d’oro e sono arrivati dopo 4 mesi». Gli intoppi, però, non hanno bloccato la produzione: «Non ci siamo fermati, abbiamo investito le nostre risorse e contemporaneamente il nostro progetto è stato autorizzato dall’Istituto superiore di sanità, l’unico in Sardegna per quanto riguarda le mascherine chirurgiche di tipo 2. Quindi abbiamo assunto quattro persone in un momento in cui trovare lavoro era davvero difficile».
Produzione e vendita. L’azienda di Tortolì proverà ad appellarsi ad Invitalia, ma nel frattempo ha scoperto che la pandemia non ha cambiato le regole del mercato: «Adesso la nostra produttività e di 50mila, massimo 60mila pezzi al giorno. Ci siamo registrati sul Mepa, il mercato elettronico della pubblica amministrazione, ma non abbiamo ricevuto richieste, nemmeno dalla Regione o dalla Protezione civile. Ne abbiamo vendute appena 4mila, tutte a piccoli rivenditori». Il motivo del flop lo spiega lo stesso Mirco Lorrai: «È la classica impresa all’Italiana: prima si cerca di risolvere un’emergenza e poi, quando passa la tempesta, tutto torna come prima e conta solo il guadagno. Noi possiamo vendere ai grossisti le nostre mascherine, certificate e sicure, a non meno di 28 centesimi l’una. Significa che il consumatore finale le potrebbe acquistare anche a 40 centesimi, cioè a meno di quanto imposto dal governo che aveva fissato il presso sui 50 centesimi l’una. Un buon prezzo per un prodotto sicuro e di qualità. Ma come detto, passata l’emergenza tutti, aziende pubbliche comprese, hanno continuato a comprare le mascherine in Cina, dove si pagano anche 3 centesimi l’una. Un prezzo che ci estromette da ogni tipo di ragionamento, anche perché produrre in Cina è molto più facile molto meno costoso». A volte è la scarsa qualità a pagare il prezzo dei ribassi, ma nella situazione attuale sembra quasi un dettaglio passato in secondo piano: «Arrivano nei container e ottengono un marchio “Ce” concesso in deroga che certo non equivale a prove di biocompatibilità, alla misurazione della capacità filtrante e all’analisi della capacità microbica che invece impone l’Iss. Eppure tutti usano le mascherine d’importazione perché sono convenienti – conclude Lorrai –. Noi siamo davvero molto amareggiati e speriamo che la Regione possa dare una mano alle imprese che si sono avventurate in questo settore».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’emergenza. La rapidità che ha portato le mascherine a trasformarsi nel presidio sanitario più diffuso contro il Covid-19 ha mandato in scacco il sistema Paese. Le aziende italiane che le producevano non erano sufficienti a soddisfare il fabbisogno ma non si poteva farne a meno, soprattutto negli ospedali. Servivano mascherine, tante, e servivano subito. Per questo anche nell’isola qualche azienda ha deciso di uscire dalla sua zona di comfort e di rispondere alla chiamata alle armi del governo che tramite il decreto CuraItalia aveva lanciato una serie di “offerte” destinate proprio alle aziende che avevano intenzione di dare una mano. Tra loro c’era anche la Filar Optomaterials di Tortolì che ha un indirizzo aziendale molto diverso, produce cristalli ottici usati anche nella realizzazione di occhiali, laser medici e componenti che in qualche caso sono finiti a bordo dei satelliti in orbita attorno alla Terra. La produzione delle mascherine poteva sembrare una passeggiata vista l’esperienza, invece rischia di diventare un investimento clamorosamente sballato. Ma la colpa non è del prodotto. Anzi.
L’azienda. Mirco Lorrai è il direttore generale di Filar Optomaterials e ha seguito sin dai primi passi il nuovo ramo d’azienda nato durante l’emergenza nazionale: «Pensavamo che non fosse un lavoro complicato. Invece è stata tosta, tostissima. E lo è ancora – spiega –. Anche perché abbiamo ricevuto promesse che non state mantenute». Lorrai parte dall’inizio della storia, quando Invitalia – l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa controllata dal ministero dell’Economia – aveva a disposizione 50 milioni di euro del decreto CuraItalia che si sarebbero dovuto tradurre in incentivi a fondo perduto destinati alle aziende che avrebbe riconvertito le loro linee di produzione o che ne avrebbero realizzate altre ad hoc: «Abbiamo partecipato al bando, il nostro progetto è stato finanziato e solo allora abbiamo iniziato a comprendere cosa stesse accadendo – continua Mirco Lorrai –. Per cominciare, i finanziamenti a fondo perduto di Invitalia avevano una scadenza di appena 15 giorni ed è stato impossibile rispettarli perché chiaramente non avevamo i macchinari a disposizione. Li abbiamo ordinati dalla Cina e sono arrivati dopo mesi. Poi abbiamo dovuto trovare i materiali, che prima di marzo avevano un costo, dopo ne avevano uno molto maggiore: li abbiamo pagati a peso d’oro e sono arrivati dopo 4 mesi». Gli intoppi, però, non hanno bloccato la produzione: «Non ci siamo fermati, abbiamo investito le nostre risorse e contemporaneamente il nostro progetto è stato autorizzato dall’Istituto superiore di sanità, l’unico in Sardegna per quanto riguarda le mascherine chirurgiche di tipo 2. Quindi abbiamo assunto quattro persone in un momento in cui trovare lavoro era davvero difficile».
Produzione e vendita. L’azienda di Tortolì proverà ad appellarsi ad Invitalia, ma nel frattempo ha scoperto che la pandemia non ha cambiato le regole del mercato: «Adesso la nostra produttività e di 50mila, massimo 60mila pezzi al giorno. Ci siamo registrati sul Mepa, il mercato elettronico della pubblica amministrazione, ma non abbiamo ricevuto richieste, nemmeno dalla Regione o dalla Protezione civile. Ne abbiamo vendute appena 4mila, tutte a piccoli rivenditori». Il motivo del flop lo spiega lo stesso Mirco Lorrai: «È la classica impresa all’Italiana: prima si cerca di risolvere un’emergenza e poi, quando passa la tempesta, tutto torna come prima e conta solo il guadagno. Noi possiamo vendere ai grossisti le nostre mascherine, certificate e sicure, a non meno di 28 centesimi l’una. Significa che il consumatore finale le potrebbe acquistare anche a 40 centesimi, cioè a meno di quanto imposto dal governo che aveva fissato il presso sui 50 centesimi l’una. Un buon prezzo per un prodotto sicuro e di qualità. Ma come detto, passata l’emergenza tutti, aziende pubbliche comprese, hanno continuato a comprare le mascherine in Cina, dove si pagano anche 3 centesimi l’una. Un prezzo che ci estromette da ogni tipo di ragionamento, anche perché produrre in Cina è molto più facile molto meno costoso». A volte è la scarsa qualità a pagare il prezzo dei ribassi, ma nella situazione attuale sembra quasi un dettaglio passato in secondo piano: «Arrivano nei container e ottengono un marchio “Ce” concesso in deroga che certo non equivale a prove di biocompatibilità, alla misurazione della capacità filtrante e all’analisi della capacità microbica che invece impone l’Iss. Eppure tutti usano le mascherine d’importazione perché sono convenienti – conclude Lorrai –. Noi siamo davvero molto amareggiati e speriamo che la Regione possa dare una mano alle imprese che si sono avventurate in questo settore».
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