«Era un fiume di fango sembrava l’Apocalisse»
di Simonetta Selloni
Bitti, il ricordo delle ore drammatiche: «Ho acceso un cero e ho pregato» Ma il giorno dopo la tragedia tutta la comunità cerca di pulire e ricominciare
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INVIATA A BITTI. L’elegante piazza Asproni è un’ipotesi che bisogna sforzarsi di immaginare, sommersa com’è sotto una coltre di fango sulla quale ci si deve muovere con stivaloni e possibilmente reggendosi al muraglione. Bitti il giorno dopo l’alluvione di fango e detriti arrivati dai tre versanti di Lampione, Rocca di Sant’Elia e Monte Bannittu raduna le sue forze per riemergere. Ma non possono bastare, perché le ferite sono troppe. Il Centro operativo comunale, 300 metri più su, nel Liceo Michelangelo Pira, è il cuore pulsante della macchina operativa coordinata dalla Protezione civile in un paese piegato da un disastro inimmaginabile.
«Verso le 9.30 e fino alle 10.30 ho provato a guardare dalla finestra. Io abito in via Brescia numero 30. Ho visto un fiume, cosa posso dire? questo era, un fiume che scendeva. Macchine, alberi, fango. Nella casa di fronte alla mia l’acqua ha scoperto le fondazioni, fino a 5 metri sotto. Meno male che lì non c’era nessuno». Franca Turtas è un’imprenditrice agricola. Impermeabile azzurro, è una delle formiche di un formicaio operoso che è diventato il centro del paese. Ha preparato panini per aiutare chi sta aiutando. Ognuno fa quel che può per rendersi utile. Quando è arrivata l’apocalisse: «Ho smesso di guardare, ho acceso i ceri e ho pregato la Madonna delle Grazie».
«La luce è tornata, siamo sommersi dall’acqua, ma non c’è acqua corrente», spiega Francesco Delussu. La bottega della moglie Maria Giovanna Ferrandu è al 73 di piazza Asproni. Un negozietto antico: frutta, verdura, alimentari. La targa in ceramica indica che fa parte del Centro commerciale naturale. Ieri mattina, il pavimento non si vedeva più sotto il fango. «Nemmeno nel 2013 così. Abbiamo danni enormi» dice, mentre con una piccola idrovora cerca di buttare fuori l’acqua.
Da via Cavallotti a piazza Asproni, poi e soprattutto via Brigata Sassari, via Brescia, via Musio, via Deffenu e via Mazzini. È il perimetro del disastro. Ovunque, uomini in divisa: Protezione civile, Vigili del fuoco, i militari della Brigata Sassari. Ci sono le terne in funzione perché le strade sono ostruite oltre che dal fango, dalle macchine sollevate come fossero vetturette impazzite delle piste che si regalavano ai bambini per Natale, negli anni Settanta. Il fango e l’acqua ne hanno trasportato almeno cento, di auto.
Volontari con maniche rimboccate e pale in mano. Il grosso si toglie con i mezzi meccanici, per il resto servono mani e attrezzi. «Una macchina arrivata davanti all’ingresso di casa ci ha un po’ protetti», racconta Claudia Dessena. La famiglia è titolare della gioielleria Monni, in via Brigata Sassari, ma il disastro è nei piani di sotto. «Il locale caldaia completamente invaso, sta fuoriuscendo gasolio che finisce giù, in via Musio». Scendendo dalla via Musio per via Brigata Sassari bisogna stare attenti a non farsi inghiottire dalle voragini scavate nelle strade. «Sto liberando la cucina rustica e la cantina, c’era fango alto un metro», spiega Giovanni Burrai. «L’esercito ci ha dato una grande mano», racconta Gabriella Melinu. Con i fratelli ha più attività: una rivendita di mobili, una falegnameria. Fuori, tra macerie di ogni tipo e masserizie arrivate chissà da dove, ci sono militari che spalano fango. «Guardi, ha scardinato il cemento», indica la porta Pietro Melinu. Il mobilificio è giù, a Gorofai: «Ma non ci possiamo arrivare, non c’è più la strada». «Il negozio ha subito danni strutturali, meno male la merce, in qualche modo, si è salvata» dice Giovanni Sanna. Con la moglie Elena Ciccolini vende elettrodomestici. «Un pick-up ci ha sfondato la serranda del negozio e il fango è entrato da lì». Fuori pezzi di vita fatti a brandelli, tra strade interrotte da crepe e macchine sbattute in collocazioni assurde, come in un bizzarro luna park.
«Gradisce un caffè?», chiede la signora con le maniche rimboccate. È commovente, questa gentilezza verso gli estranei piombati a Bitti in un giorno di catastrofe. Una quasi-normalità, in mezzo al fango.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Verso le 9.30 e fino alle 10.30 ho provato a guardare dalla finestra. Io abito in via Brescia numero 30. Ho visto un fiume, cosa posso dire? questo era, un fiume che scendeva. Macchine, alberi, fango. Nella casa di fronte alla mia l’acqua ha scoperto le fondazioni, fino a 5 metri sotto. Meno male che lì non c’era nessuno». Franca Turtas è un’imprenditrice agricola. Impermeabile azzurro, è una delle formiche di un formicaio operoso che è diventato il centro del paese. Ha preparato panini per aiutare chi sta aiutando. Ognuno fa quel che può per rendersi utile. Quando è arrivata l’apocalisse: «Ho smesso di guardare, ho acceso i ceri e ho pregato la Madonna delle Grazie».
«La luce è tornata, siamo sommersi dall’acqua, ma non c’è acqua corrente», spiega Francesco Delussu. La bottega della moglie Maria Giovanna Ferrandu è al 73 di piazza Asproni. Un negozietto antico: frutta, verdura, alimentari. La targa in ceramica indica che fa parte del Centro commerciale naturale. Ieri mattina, il pavimento non si vedeva più sotto il fango. «Nemmeno nel 2013 così. Abbiamo danni enormi» dice, mentre con una piccola idrovora cerca di buttare fuori l’acqua.
Da via Cavallotti a piazza Asproni, poi e soprattutto via Brigata Sassari, via Brescia, via Musio, via Deffenu e via Mazzini. È il perimetro del disastro. Ovunque, uomini in divisa: Protezione civile, Vigili del fuoco, i militari della Brigata Sassari. Ci sono le terne in funzione perché le strade sono ostruite oltre che dal fango, dalle macchine sollevate come fossero vetturette impazzite delle piste che si regalavano ai bambini per Natale, negli anni Settanta. Il fango e l’acqua ne hanno trasportato almeno cento, di auto.
Volontari con maniche rimboccate e pale in mano. Il grosso si toglie con i mezzi meccanici, per il resto servono mani e attrezzi. «Una macchina arrivata davanti all’ingresso di casa ci ha un po’ protetti», racconta Claudia Dessena. La famiglia è titolare della gioielleria Monni, in via Brigata Sassari, ma il disastro è nei piani di sotto. «Il locale caldaia completamente invaso, sta fuoriuscendo gasolio che finisce giù, in via Musio». Scendendo dalla via Musio per via Brigata Sassari bisogna stare attenti a non farsi inghiottire dalle voragini scavate nelle strade. «Sto liberando la cucina rustica e la cantina, c’era fango alto un metro», spiega Giovanni Burrai. «L’esercito ci ha dato una grande mano», racconta Gabriella Melinu. Con i fratelli ha più attività: una rivendita di mobili, una falegnameria. Fuori, tra macerie di ogni tipo e masserizie arrivate chissà da dove, ci sono militari che spalano fango. «Guardi, ha scardinato il cemento», indica la porta Pietro Melinu. Il mobilificio è giù, a Gorofai: «Ma non ci possiamo arrivare, non c’è più la strada». «Il negozio ha subito danni strutturali, meno male la merce, in qualche modo, si è salvata» dice Giovanni Sanna. Con la moglie Elena Ciccolini vende elettrodomestici. «Un pick-up ci ha sfondato la serranda del negozio e il fango è entrato da lì». Fuori pezzi di vita fatti a brandelli, tra strade interrotte da crepe e macchine sbattute in collocazioni assurde, come in un bizzarro luna park.
«Gradisce un caffè?», chiede la signora con le maniche rimboccate. È commovente, questa gentilezza verso gli estranei piombati a Bitti in un giorno di catastrofe. Una quasi-normalità, in mezzo al fango.
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