Sanità in Sardegna: abbattere le liste d’attesa, un impegno da 35 milioni

Ai 20 già stanziati il governo ne ha aggiunti altri 15. Bloccate 1,2 milioni di visite

CAGLIARI. La Sardegna è stata l’ultima regione a presentare al ministero il Piano per abbattere le liste d’attesa. Una decina di giorni fa la Giunta ha approvato lo schema preteso dal Governo. Attenzione, però, la controffensiva era pronta da mesi, poi è arrivata la seconda ondata della pandemia e i 20 milioni stanziati a giugno sono stati congelati. Ma ora la dotazione finanziaria sarà più pesante: il Governo ha assegnato alla Sardegna altri 15 milioni per rimettere in linea di galleggiamento l’intero sistema. Un sistema sanitario che, proprio a causa degli effetti devastanti del coronavirus, è davvero saltato per aria dal lockdown in poi. Tant’è che a ottobre aveva fatto scalpore la denuncia del Tribunale del malato: «Sono oltre un milione e 200mila le visite specialistiche rinviate a chissà quando».

Piano triennale. Come preteso dal Governo, ogni Regione ha dovuto scrivere un Piano per far fronte all’emergenza nell’emergenza. Entro il 2021-2022 – si legge – «i tempi di erogazione delle prestazioni sanitarie e ospedaliere dovranno rientrare nella normalità (lo sono mai state?) nel rispetto di quanto previsto dalle tabelle nazionali». Per la verità la Sardegna è stata sempre al di sotto degli standard ministeriali e la pandemia ha addirittura aumentato il divario. Secondo il sindacato dei pensionati: «Dopo il blocco degli ospedali, l’attesa media è aumentata di almeno cento giorni. Se prima l’appuntamento per una mammografia era fissato dopo otto mesi, ora è slittato di altri due».

Le contromosse. Nel Piano regionale sono una ventina le azioni previste per abbattere le liste d’attesa. Alcune molto tecniche, altre più facili da spiegare. A cominciare dall’annunciato potenziamento del Centro unico di prenotazione, con un sistema informatico più avanzato dell’attuale, oltre all’aumento considerevole del personale. Sempre per quanto riguarda i Cup è previsto anche l’avvio della cosiddetta agenda unica. Dovrebbe rendere più efficiente, ad esempio, il rapporto fra la sanità pubblica e quella privata convenzionata. Oltre a evitare continui conflitti fra i due «canali», oggi accade spesso, una sola «agenda» permetterà d’indirizzare subito il paziente verso la struttura meno affollata. Un secondo caposaldo del piano è l’aumento della produttività, con l’apertura la sera degli ambulatori. Toscana e Lazio hanno avviato l’esperimento da marzo in poi e i risultati, stando ai primi report, sono stati ottimi con un taglio netto delle liste d’attesa. È ovvio che far partire le aperture serali sarà indispensabile l’accordo con i sindacati del personale sanitario. Non dovrebbe essere difficile trovarlo. Tempo fa erano state Cisl e Uil a proporre un no stop addirittura di 24 ore, aggiungendo però una clausola: «Serviranno almeno 300 assunzioni per colmare i vuoti in organico». Tra l’altro la controffensiva regionale prevede anche una premialità (fino a 60 euro l’ora per i medici) «a favore di chi contribuirà a ridurre i tempi di attesa» Sempre per quanto riguarda la produttività, il Piano sollecita inoltre che «le grandi apparecchiature di diagnostica per immagini (lo è un tomografo assiale computerizzato) lavorino almeno l’80 per cento del loro potenziale», mentre oggi sono spesso sotto il 50. Altri contributi importanti dovranno arrivare dalla telemedicina (sarà potenziata), dalla ricetta dematerializzata (i medici di famiglia dovranno utilizzarla meglio), e dalla gestione informatica dei percorsi alternativi. Percorsi che «dovranno scattare in automatico «qualora in una struttura sia superato il tempo massimo di attesa».

L’imbuto. Il Piano, però, ha un rovescio della medaglia. Potrà partire a pieno regime – è scritto – solo quando saranno operative le otto Aziende sanitarie locali. Perché? Perché «ogni Asl dovrà adottare al più presto un suo Piano». Ma le Asl non ci sono ancora e quindi qualche intoppo ci sarà almeno fino a febbraio.

La ripresa. Secondo l’assessorato alla sanità l’uscita dal tunnel comunque non sarebbe lontana. Dopo i mesi neri del lockdown, con le prestazioni ridotte a zero, ora il sistema sarebbe ritornato a garantire intorno al 70 per cento del potenziale. Ma la risalita è ancora lunga e il Piano servirà proprio a dare una scossa.

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