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«Con le catene ha strappato tanti alla morte»

«Con le catene ha strappato tanti alla morte»

Sui social levata di scudi contro la serie tv che condanna i metodi molto duri utilizzati dal fondatore

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SASSARI. Sui social il passaparola è stato velocissimo e su centinaia e centinaia di profili è comparsa questa scritta “Io sono San Patrignano”. Dietro, i visi di ragazzi e adulti, figli e genitori, che nei confronti della comunità di recupero nutrono affetto e riconoscenza, e nei confronti del fondatore Vincenzo Muccioli una sorta di venerazione «perché tutto questo non esisterebbe se non l’avesse creato lui – dice Anna, la madre di una giovane donna che tra quelle mura ha trascorso gli ultimi tre anni – e nessuno mi avrebbe restituito mia figlia». Ecco perché il docufilm su SanPa, come tutti chiamano la comunità, ha suscitato molta indignazione. La produzione Netflix, cinque puntate in cui si racconta il primo periodo, quello della gestione diretta da parte di Vincenzo Muccioli «descrive una situazione lontana dalla realtà – dice Giuseppe Giannasi – sicuramente profondamente diversa da quella che ho conosciuto io». Nel docufilm – realizzato sulla base delle testimonianze di ex ospiti o persone che lì lavoravano – vengono descritti metodi educativi molto forti, come l’utilizzo di catene per impedire ai ragazzi di uscire, le botte, le punizioni da parte di Vincenzo Muccioli, figura molto rispettata ma anche molto temuta. Il fondatore di San Patrignano, morto nel 1995, finì sotto processo con accuse molto pesanti (dalle quali venne assolto in appello) tra cui quella di avere nascosto l’assassinio di un ragazzo da parte di altri tossici. Nonostante questo l’opinione pubblica continuò a dare fiducia all’attività della comunità sostenuta finanziariamente dalla famiglia Moratti, amata in maniera viscerale da Gian Marco, grande amico di Vincenzo Muccioli. «Erano altri tempi – dice Giuseppe Giannasi – Vincenzo è stato un pioniere, il primo a occuparsi di persone così fragili e complesse, a lavorare in una situazione difficilissima. Oggi a San Patrignano non entrano tutti, si fanno colloqui, si cerca di capire se la struttura ha i mezzi e le possibilità per aiutare determinate persone. Prima questi filtri non c’erano, entravano tossici ma anche persone con disturbi psichiatrici, persone pericolose con le quali bisognava rapportarsi in un certo modo. Ma questo posto non è mai stata una prigione, se un tossico in astinenza voleva andarsene Vincenzo lo tratteneva, anche con la forza. E così gli salvava la vita». (si. sa.)

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