La Nuova Sardegna

Focolaio in Clinica Medica A Sassari è di nuovo allarme

di Luigi Soriga
Focolaio in Clinica Medica A Sassari è di nuovo allarme

Contagiati 14 pazienti e sei operatori sanitari, paura anche in altri reparti Si cerca la falla nel sistema di prevenzione, riflettori puntati sul Pronto Soccorso 

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SASSARI. È un copione che si ripete, nonostante l’esperienza del primo lock-down di primavera. Un focolaio covid all’interno dell’Aou, divampato all’interno del reparto di Clinica Medica: 14 pazienti risultati positivi, in pratica la metà dei ricoverati, e contagiati anche sei operatori tra medici, oss e infermieri. In più uno dei pazienti, successivamente risultato positivo al tampone, era stato trasferito nel reparto di Ortopedia, dove potrebbe aver infettato altre persone. L’Azienda sta procedendo con uno screening a tappeto per cercare di circoscrivere il focolaio. In un primo tempo i 14 pazienti sono rimasti all’interno di Clinica Medica, un’area che durante la fase acuta dei contagi era stata convertita in zona Covid proprio per accogliere i positivi. Ma da qualche settimana era tornato a essere un normale reparto di degenza con 30 posti letto. Poi però la direzione ha preferito smistare i contagiati negli altri reparti specificatamente Covid, allestiti tra l’ospedale civile e le palazzine di viale San Pietro.

La falla, come è accaduto durante la prima ondata, potrebbe essersi creata nel filtro del pronto soccorso. Nelle ultime settimane la pressione covid sulla porta d’accesso dell’ospedale è diventata molto forte, con un sensibile aumento dei casi. In più il pronto soccorso al momento è senza primario, e il personale è nuovamente in affanno. Significa che le maglie del setaccio, in condizioni di lavoro così critiche, potrebbero essersi allargate. Una delle destinazioni frequenti per i pazienti indirizzati dal Pronto Soccorso, è proprio Clinica Medica. Nell'ultimo weekend sono state ricoverate due persone, apparentemente asintomatiche. Ma all’ingresso in reparto sono state sottoposte a test, e in quel momento è scattata l’emergenza: degenti e personale sottoposti a tampone rinofaringeo e 14 ospiti più 6 sanitari sono risultati contagiati.

Lo spostamento dei pazienti covid all’interno dell’ospedale, a quasi un anno dalla pandemia, è ancora estremamente complesso, macchinoso e soprattutto dispendioso. Esempio: per portare un malato dal pronto soccorso a un reparto covid del civile bisogna chiamare l'ambulanza per arrivare ad un ingresso esterno. Ma se il paziente da reparto covid del civile avesse bisogno di rianimazione, il tragitto diventa surreale. Pur essendo un piano sopra la rianimazione, occorre comunque chiamare un’ambulanza, il personale di turno sale su, barella il paziente, rifà il giro dall'esterno ed entra in pronto soccorso, quindi attraverso il percorso sporco sale nella sala di isolamento della rianimazione. A quel punto se il paziente viene stabilizzato, viene rispedito direttamente in reparto. Ma se dovesse invece andare in rianimazione-covid è necessario un nuovo trasferimento. Da notare che tutti questi “movimenti” non sono facili in quanto parliamo di pazienti trattati con caschi cpap. Le cpap hanno flussi di ossigeno altissimi, 30, 40, anche 50 litri e una bombola con quei flussi dura pochi minuti. Spostare un paziente diventa quindi una corsa contro il tempo: è già accaduto, infatti, che siano finite le bombole durante i trasferimenti e il personale è stato costretto a precipitarsi nei reparti più vicini per chiedere in prestito altre bombole. Questi sono gli inconvenienti di una logistica a macchia di leopardo, che non ha previsto la creazione di un’unica area esterna al Santissima Annunziata per la gestione dei pazienti covid.



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