La Nuova Sardegna

Il monte spaventa Bonorva la frana si avvicina alle case

di Giovanni Bua
Il monte spaventa Bonorva la frana si avvicina alle case

Crollato un primo edificio, gli smottamenti sono a 500 metri di distanza  

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INVIATO A BONORVA. Occhi al cielo verso i nuvoloni neri, che per qualche ora hanno smesso di vomitare pioggia. E testa fissa ai “forni”, sperando che non riprendano, lenti e implacabili, a scivolare. Si sveglia malconcia e impaurita Bonorva, dopo lo smottamento che sta tenendo con il fiato sospeso i residenti della parte alta del paese, adagiato ai piedi di Su Monte. Il monte Cacau, con cui da decenni i bonorvesi ingaggiano una fiera battaglia, fatta di investimenti milionari e tragedie sfiorate. Come nell’ottobre del 2004 quando, dopo giorni di acqua che cadeva rabbiosa, una voragine spaventosa si aprì proprio nel centro del paese. Altra storia, altro versante del monte. Perché che i problemi arrivassero da Furros, come i forni che dall’argilla da lì estratta venivano fatti, nessuno se lo aspettava. «La pioggia incessante di queste settimane – spiega il sindaco Massimo D’Agostino – ha gonfiato le numerose sorgenti sotterranee, dilavando la roccia, e “plastificando” lo strato superiore di argilla. Che ha iniziato ad aprirsi con enormi crepe, da cui l’acqua entra ancora più velocemente. Questo strato di terra sta, lentamente, scivolando. Quello che ci preoccupa però sono gli enormi massi poggiati sopra, sempre più instabili. Che potrebbero franare. Quello è il mio primo pensiero. Che nel giro di qualche giorno va risolto, a qualunque costo».

Mentre racconta di ordinanze firmate, riunioni in programma e imprese pronte a «portar su le macchine», si rigira nelle mani il cellulare, con dentro la foto della prima casa crollata, ieri mattina all’alba, a un passo dal fronte franoso a meno di 500 metri in linea d’aria dalle prime case del paese. «Per fortuna disabitata, come tutte quelle più a rischio. Poco più di un ricovero per gli attrezzi. Ma non è un buon segno».

Sicuramente non per Mauro Puggioni, che a Furros ha la sua azienda. Sei ettari di terra, pecore e cavalli di pregio, che ha già portato al sicuro. È stato il primo a scoprire il disastro, venerdì. «Erano le 5.30 del mattino – racconta –. Ero appena arrivato. Ho visto che c’era qualcosa di strano. Ho aspettato che si facesse giorno e ho avvisato. Siamo saliti su e ho visto le crepe nel costone, i massi che scivolavano. Ho paura, per la mia azienda, il mio futuro. Ma questa maledetta pioggia non smette di scendere. Nessuno si poteva aspettare una cosa del genere».

Sicuramente non i residenti della parte alta del paese, via De Gasperi, Bologna, Pertini, Sa Pala, Pilo, Angius. Case con cantoni a vista alternate a belle villette, orti e giardini, segnate sulla carta dalla linea rossa che nell’ultima ordinanza del sindaco delimita la “zona a rischio”. Tirate su mattone per mattone da una trentina di famiglie, più di settanta persone che già l’altro ieri hanno ricevuto una lettera del Comune che gli dice di essere pronti a fare le valigie, in ogni momento. «Qualcuno si è messo a piangere. Li ho rassicurati, e mi hanno creduto, visto che la prima delle case, quella più vicina al monte, è la mia. Dobbiamo solo essere pronti». Lui è Giampiero Sassu, parte dello staff del sindaco. Dalla sua villetta all’inizio di via De Gasperi mostra il costone che incombe. «Da cui l’acqua è sempre scesa – racconta –. Per fortuna qualche mese fa abbiamo pulito con grande cura il canalone, costruito negli anni ’90 per farla drenare. Sono andato a controllarlo stamattina, è un fiume in piena. Senza quello forse il peggio non sarebbe stato evitato. Sono stato a Bitti con la protezione civile, ho ancora l’orrore negli occhi, anche se lì era diverso, la terra si sgretolava come sabbia».

«Il problema sono le campagne abbandonate a se stesse – tuona Gavino Piu, che la sua bella villetta color ambra di abbandonarla non ha proprio intenzione–. Non scherziamo, qui dentro c’è la mia vita. Ho fiducia che tutto si rimetta a posto. Il problema però è che le campagne sono vuote. E che più che le grandi opere a mancare è la piccola manutenzione quotidiana». «Io nella vita ho fatto il camionista – racconta Angelo Senes – e ho sempre convissuto con la paura. E con l’acqua che scendeva da questa montagna. Ma per tenerla bastava il canale che ho costruito con le mie mani, come questa casa. Mattone per mattone». Gli luccicano gli occhi mentre si dice pronto a trasferirsi dal figlio Tore, presidente dei Cavalieri di S’Ischiglia, quelli delle celebri Pariglias Bonorvesas. «Sarebbe un dolore immenso, perderei un pezzo di me».

Paura e orgoglio, occhi al cielo e allo smartphone, dove tutti hanno una foto o un filmato da mostrare, con le crepe aperte nelle strade di Sa Costa-Furros e Sa Rocca Rutta, la terra che si increspa come una coperta rugosa, scivola, si spacca. I massi di basalto come bombe, pronte a esplodere. «Quello che io devo poter dire ai miei compaesani – dice secco il sindaco – è che non corrono alcun pericolo. E per farlo devo vedere le macchine all’opera, per rimuovere i massi e imbrigliare l’acqua a monte. Poi parleremo delle grandi opere necessarie. Ora c’è solo da mettersi al lavoro».

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