La rabbia di bar e ristoranti: «Paghiamo gli errori altrui»

Quartu, protesta contro le nuove misure: un drappo nero sull’insegna del locale A Sassari un ristoratore che aveva appena fatto il carico di merce si sfoga sul web

SASSARI. Non è andato giù a nessuno il cocktail arancione servito dal governo sotto forma di due settimane di fermo biologico per bar e ristoranti che potranno lavorare solo con l’asporto. La maggior parte pensa di pagare colpe non sue, significativa la decisione del titolare di un bar di Quartu di coprire l'insegna del locale con un drappo nero. Una specie di lutto. Coro di proteste da Sassari alla Gallura al Nuorese, dall’Oristanese al Sud Sardegna. Con la paura che i dati pessimi del 2020 peggiorino nei prossimi mesi: secondo un report della Confesercenti sono a rischio chiusura tra le 1500 e le 2mila attività.

C’è chi, come Daniele Piseddu, del ristorante Pizzeria Speed Data di Predda Niedda, ha affidato i suoi sentimenti a un video-sfogo su facebook divenuto virale per il calore con cui ha reagito alla notizia della zona arancione. È un fiume in piena, venerdì aveva comprato una gran quantità di merce che rischia di restare inutilizzata: «Non possono avvisarci all’ultimo momento. Questo è un lavoro organizzato da giorni prima, non è come spegnere o accendere un’automobile. Invece i politici sono lontani dalla nostra realtà. E anche per i dipendenti che avevano già programmato di spendere i soldi guadagnati nel fine settimana è un dramma». Dice che i ristoratori sono pronti ad accettare tutto, «anche 3 mesi di stop, ma metti delle regole e falle rispettare». E invita tutti i colleghi a tenere duro. «Quel che più mi fa arrabbiare è che oggi (sabato, ndc) abbiamo lavorato davvero bene, significa che la gente stava recuperando la voglia di uscire. Ora ritornerà la paura».

«La chiusura avrebbero dovuta farla con altre modalità, in maniera dura e prolungata fino a che non si ottengono risultati veri – dice Daniele Dau, (Moon&Sun Cafè di via Luna e Sole, a Sassari) – Non è pensabile chiudere, riaprire, richiudere: così il problema non si risolverà mai. Meglio fare un mese o più a casa, ma costringendo nuovamente i supermercati a fare gli ingressi scaglionati. Perché ormai in quei posti sembra che il pericolo sia scongiurato. Così come non capisco a cosa serva chiudere alle 18 in zona gialla: il risultato che si ottiene è provocare assembramenti negli altri orari. I guadagni sono calati, i pochi aiuti (2mila euro a novembre e gennaio) non sono certo sufficienti a coprire le perdite e servono più che altro per le spese. E ora ci bloccano di nuovo ».

«Dovremmo mettersi in testa – dicono quelli del Juice Bar di via Asproni – che il problema è globale e la differenza la facciamo tutti insieme. Bastano pochi che non rispettano le regole per danneggiare tutti. Pazientiamo e cerchiamo di essere più cauti in attesa che la pandemia si risolva, ma almeno cerchiamo di restare in zona gialla per lavorare quella mezza giornata».

«Non ce l’aspettavamo, non è un provvedimento che meritiamo – afferma Paolo Manca (Pizzeria L’Asfodelo, via Roma) – non è per i ristoranti che si è allargato il contagio». Molti tavoli sono già occupati: «Come vedete qui rispettiamo le distanze, ci sono tutti i dispositivi previsti, non ci sono assembramenti come invece accade altrove (e non spetta a me dire dove...). Sarebbe stato molto più utile essere più rigorosi con i controlli sul rispetto dei protocolli, ma lasciandoci lavorare. Si sarebbero evitati tanti guai e dal punto di vista economico quelli veri li vedremo più avanti: di queste attività ne resteranno aperte forse la metà. È vero che ci sono i ristori, ma servono per le quote dei dipendenti, gli affitti, le bollette».

C’è chi era di fatto già in zona arancione per scelta. Come Sandro Cubeddu, della pizzeria ReMi di via Coradduzza: «Per noi cambia poco, già chiudevamo anche a pranzo, per non dover reintegrare tutto il personale e trovarci a dover far fronte a provvedimenti come questo. Preferiamo tenere in equilibrio le risorse. Noi che diamo un servizio particolare non possiamo certo essere soddisfatti di lavorare solo con l’asporto. Ma ristorazione è socialità, chi viene da noi vuole farlo in serenità e non con la paura o il dovere di rispettare obblighi senza potersi nemmeno stringere la mano. I clienti ci stanno aiutando, è un bel segnale, e qualche ristoro è arrivato aiutandoci molto per le tasse, che non si sono mai fermate. Si può anche chiudere in maniera pesante, ma quando si riapre lo si faccia con delle certezze».

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