A lezione di parità per imparare come far valere i diritti di tutte

«Ma quindi cosa scriviamo nell’articolo per la Nuova? Non so voi, ma io dopo l’incontro mi sono sentita gasata al massimo, del tipo che “ora vado e distruggo il patriarcato senza pietà“». «Sì ti...

«Ma quindi cosa scriviamo nell’articolo per la Nuova? Non so voi, ma io dopo l’incontro mi sono sentita gasata al massimo, del tipo che “ora vado e distruggo il patriarcato senza pietà“». «Sì ti capisco, poi non è stato il solito incontro noioso che ci spiega che le donne valgono quanto uomini (shock!)».

Vi risparmiamo l’intera discussione che ha avuto luogo rigorosamente in videochiamata, in una domenica pomeridiana assonnata e poco incoraggiante. Però abbiamo concluso che sì, prima ancora di trovare le difficoltà nella sfera sociale le troviamo in noi stesse, effettivamente avremmo bisogno di scoprire quanto valiamo non solo in quanto donne ma anche in quanto esseri pensanti e dotati di intelletto che non hanno bisogno di rendere conto a nessuna norma di genere.

La diretta Facebook (e Youtube) organizzata dalla “Rete delle donne di Alghero” ha ribadito il concetto che la società ancora oggi non sia accogliente per le donne, soprattutto per coloro che oggi svolgono ruoli storicamente pensati e costruiti per gli uomini. E e fin qui, niente di nuovo. Ciò che in noi ha acceso la scintilla sono state le sensazioni provate durante il dibattito: inizialmente incuriosite, poi perplesse all’ascolto di certi aneddoti delle vite professionali delle protagoniste, infine grate perché lo spazio dedicato alla divulgazione e all’informazione non è mai spazio sprecato, soprattutto quando il tema è così antico e contemporaneo allo stesso tempo: disparità di genere e i chili di prosciutto sugli occhi di molti che impediscono la visione, ammettiamo, non così splendida, della società. Di questi temi si occupa il libro di Marilisa D’Amico, presentato durante la diretta: “Una parità ambigua. Costituzione e diritti delle donne”. Perché sì, le leggi che regolano lo Stato sembrano tutelarci su ogni aspetto della vita, ma se mettiamo piede nel mondo della realtà, è davvero così? A questo proposito l’avvocata Gavinuccia Arca racconta che «troppo mascolina per essere stata violentata» è una delle oscenità che ha sentito pronunciare in sede di tribunale da parte di chi dovrebbe utilizzare, se non altro, un linguaggio degno al contesto. Per non parlare dei tradizionali “aveva la minigonna? Di notte? Beh dai, un po’ se l’è meritata!». La professoressa Carla Bassu, in forte sintonia con Marilisa D’Amico perché entrambe costituzionaliste, ci racconta che inizialmente si occupava di terrorismo, diritti umani e forme di governo e solo con l’esperienza si è avvicinata alla tematica della parità di genere, una volta provata sulla pelle (soprattutto in quanto donna il cui mestiere e interessi lavorativi non erano socialmente riconosciuti “roba da donne”). Ci racconta di quando lei e un suo collega si presentarono a un consiglio regionale, lei venne coccolata e trattata con affettuoso interesse, mentre il suo collega, niente di simile. Grazie a questo incontro, di cui speriamo vivamente non sia l’ultimo, bensí il primo di una lunga serie, vediamo le cose da una diversa prospettiva.

«Ma scusa cosa intendi?».

«Nel senso che prima che accadesse ciò, ci facevo caso sì, ai diversi tipi mancati di una parità di genere, ma molto meno rispetto ad adesso».

«Ma sai che hai proprio ragione! Mia mamma fa la ministra, ma al lavoro viene sempre chiamata il ministro, al maschile, e ora capisco che sicuramente non viene eletta tale perché è una donna».

«Vedi!! Uffa siamo proprio circondati senza rendercene conto. Ma io mi chiedo perché non essere tutti alla pari? Come quando si era bambini; non importava se tu fossi uomo o donna, la palla che si usava per giocare la usavamo tutti allo stesso modo». «Sìì, wow che bei tempi...senza pregiudizi o differenza di sesso!!! Ti ricordi quando a scuola facevi fare Ken a Giorgio e tu facevi Barbie?? E alla fine del gioco eravate morti dalle risate e diceva che gli piacevano anche "i giochi da femmina"». «Altroché se ricordo! Spero tanto che il mondo diventi proprio così; se tu fai Ken o Barbie non importa, l'importante è il gioco in sé, non il ruolo che si ha nel svolgerlo».

Che questo incontro ci abbia aiutato a ragionare sulla concretezza della disparità è sicuro, come è sicuro il nostro desiderio di partecipare a una seconda diretta perché quest’ultima è come se ci avesse aperto tante porte oltre le quali vediamo il principio di qualcosa che ci appartiene, ci piace e vogliamo conquistare.

Sara, Federica e Sara sono studentesse del liceo Scienze umane “E. Fermi” di Alghero

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