La Nuova Sardegna

Non ci sono colpevoli dietro il suicidio di Michela

di Tiziana Simula
Non ci sono colpevoli dietro il suicidio di Michela

Il giudice proscioglie 2 giovani di Porto Torres finiti nei guai per un filmato osè

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TEMPIO. Non si tolse la vita a causa di quel filmato che la riprendeva durante un rapporto sessuale con due ragazzi, Michela Deriu. Furono altre ragioni, e non la diffusione di quelle immagini intime mostrate ad altre persone dagli stessi protagonisti di quel filmato, a spingerla a mettere fine alla sua giovane vita. Morta suicida a 22 anni. Il gup del tribunale di Tempio, Caterina Interlandi, ha prosciolto i due giovani di Porto Torres, Mirko Campus, 26 anni, e Roberto Perantoni, 31 anni, accusati di aver contribuito a determinare la volontà suicida della ragazza con la diffusione del video. Dovevano rispondere, in concorso tra loro, di morte come conseguenza di altro reato e di diffamazione. Il gup ha emesso sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste per il reato più grave, ma è caduta anche l’accusa di diffamazione in quanto la famiglia della vittima – che si era costituita parte civile con gli avvocati Arianna Denule e Gianni Falchi – ha deciso di ritirare la querela.

La vicenda giudiziaria – non certo quella umana – si chiude così. Lo stesso pm Laura Bassani aveva chiesto nell’udienza precedente il rinvio a giudizio per la diffamazione ma non per la morte come conseguenza di altro reato (la diffamazione, appunto). Anche per la Procura che li aveva incriminati – inizialmente con un’accusa ancora più pesante, istigazione al suicidio – non c’erano elementi certi che potessero provare, neppure in un processo, che Michela si fosse tolta la vita a causa di quelle immagini. Ma ieri sono cadute entrambe le accuse. Il gup ha preso atto della decisione della famiglia e ha dichiarato estinto il reato di diffamazione per intervenuta remissione di querela. In aula nessun familiare, era presente solo l’avvocato Arianna Denule. Che, al termine dell’udienza, non ha voluto commentare. Per la difesa è una conclusione coerente con le risultanze processuali. «La sentenza rispecchia pienamente la realtà dei fatti – dice l’avvocato Agostinangelo Marras, difensore insieme alla collega Letizia Forma di Mirko Campus –. Purtroppo, altre sono le ragioni che hanno spinto la giovane a compiere il gesto estremo». «Con il massimo rispetto per la vicenda umana – aggiunge l’avvocato Sabina Piga, difensore di Roberto Perantoni – la sentenza accoglie le richieste formulate in sede di discussione in considerazione delle risultanze degli atti processuali e dell’attività di indagine svolta».

Michela Deriu si era tolta la vita il 4 novembre 2017 nella casa di un’amica che la ospitava, alla Maddalena. I carabinieri della stazione che avevano effettuato i primi accertamenti, avevano trovato vicino al suo corpo due biglietti scritti a mano. In uno di questi, strappato, si parlava di «ricatti e umiliazioni per via di un vecchio film». Un messaggio che rendeva il suicidio di Michela sospetto. Una frase che faceva ipotizzare che quel gesto potesse essere collegato a fatti che provocavano in lei un’umiliazione insopportabile. L’allora procuratore facente funzioni Gianluigi Dettori, aprì l’inchiesta. Indagini delicate e complesse, svolte dai carabinieri di Olbia e Porto Torres. Michela aveva deciso di togliersi la vita perché istigata a farlo? Era successo qualcosa che l’aveva talmente sconvolta da spingerla al suicidio? Oltre cento persone legate in qualche modo alla vittima vennero sentite dagli investigatori, le indagini furono condotte anche attraverso le intercettazioni telefoniche. Poi, saltò fuori il video e i due giovani di Porto Torres e un’altra amica (posizione poi archiviata), vennero iscritti nel registro degli indagati. L’inchiesta andò avanti per mesi. Fino alla conclusione delle indagini preliminari. Reati contestati: diffamazione aggravata e morte quale conseguenza di altro reato. Gli stessi contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio presentata il 18 luglio 2018 dal sostituto procuratore Paolo de Falco. A distanza di due anni e mezzo, le conclusioni sono altre. Michela non si uccise per quel video.

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