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Suini, l’80% è importato: il settore deve crescere

Suini, l’80% è importato: il settore deve crescere

La Cia: «Il comparto è sottodimensionato: ecco come si può sviluppare»

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SASSARI. È probabile che nel giro di qualche mese la Sardegna possa festeggiare la fine dell’embargo sull’esportazione delle carni suine se, come si spera, la Commissione europea riconoscerà che la peste suina africana è stata definitivamente sconfitta. Logico chiedersi se l’isola è pronta a sfruttare l’enorme occasione che le si spalancherà davanti dopo 40 anni di stop, ora che anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha fatto una precisa richiesta di sblocco alla commissaria europea per la salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, chiarendo la portata dei risultati della campagna di eradicazione svolta dall’unità di progetto regionale.

La Cia nord Sardegna ritiene che l’isola non sia ancora pronta. Il settore è composto per lo più da una miriade di allevamenti di piccole dimensioni, condotti sia in ambito familiare che aziendale, a parte sporadici casi di aziende specializzate, strutturate e di grandi dimensioni. Una polverizzazione che difficilmente consentirebbe di offrire una valida alternativa economica alle altre attività di allevamento (ovini e bovini). A oggi – spiega l’organizzazione – il settore risulta sottodimensionato anche per il mercato isolano che, secondo le stime, tra carni fresche e trasformate, importa circa l’80 per cento del prodotto dal resto d’Italia o da paesi dell’Unione europea.

Le cause del sottodimensionamento – secondo la Cia Sardegna – sono da ricercare principalmente nelle misure di contenimento dovute alla presenza della Peste suina africana, che hanno impedito alle aziende di crescere e strutturarsi. E questo nonostante l’allevamento del suino sia una pratica che affonda le radici nella tradizione agropastorale ed enogastronomica regionale. «La pianificazione dei percorsi di sviluppo – dice la Cia – deve passare dall’applicazione della legge 28/2018 che pone le basi per lo sviluppo della suinicoltura moderna: supporto allo sviluppo della filiera; tutela e valorizzazione della razza sarda; prodotti tipici identitari (porcetto); marchio regionale; formazione continua degli operatori». E dato che «le misure messe in campo con la normativa “Benessere animale” non hanno sortito nessun effetto», l’occasione può essere dettata dall’intervento economico straordinario previsto dall’Ue e dagli stati membri a seguito della crisi provocata dalla pandemia, al fine di predisporre le misure di rilancio: sul settore dello sviluppo rurale, infatti, le risorse stanziate col programma Next Generation Eu e il cofinanziamento nazionale, portano a 3,64 miliardi i fondi aggiuntivi per il biennio 2021-2022.

È quindi il momento di «pensare a misure coraggiose e innovative, incentrate sulla modernizzazione delle strutture di allevamento (adeguamento di quelle esistenti o la creazione di nuove, caratterizzate da elevati indici di qualità, salubrità e sostenibilità ambientale, siano esse di tipo intensivo che semi estensivo); ma deve essere anche prevista «una serie di incentivi sia agli allevatori, per orientare l’attività, nonché per creare aggregazione nell’offerta, sia agli altri attori della filiera per mettere in piedi un distretto regionale caratterizzato da un marchio identitario». (a.palmas)

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