Udienza choc a un anno dal femminicidio: il terrore negli occhi delle figlie di Zdenka

Testimoni in Corte d’assise: «Hanno visto l’agonia della madre»

SASSARI. «Ecco, mia mamma era così bianca quel giorno in macchina. Era bianca proprio come questo foglio. E diceva: “sto male, sto male”». Gli occhi sgranati, immersa in un improvviso flashback emotivo davanti a un quaderno bianco aperto, una delle figlie undicenni di Zdenka Krejcikova, raccontò alle psicologhe alcuni momenti di quel 15 febbraio di un anno fa. Quando, insieme alla sorellina gemella, ha visto sua madre morire.



In quel gioco fatto di bambole e ruoli, realizzato in una stanza colorata e accogliente della Neuropsichiatria infantile di Sassari, c’è la drammatica sintesi del trauma vissuto da due sorelline di 11 anni che hanno assistito all’omicidio della propria mamma, uccisa dall’uomo che loro chiamavano “papà”.

Una delle due bambine – entrambe erano state prese in cura subito dopo la tragedia – ha rappresentato attraverso il gioco tutto ciò che aveva dentro, riservando un destino nefasto a tutti i personaggi: «Una mamma veniva uccisa con un coltello dal fidanzato, morivano i cuccioli di cane e un gatto. E morivano anche i bambini. Nel suo gioco tutti i personaggi perdevano la vita».

Ieri mattina si è tenuta una nuova udienza del processo che si sta celebrando davanti alla corte d’assise presieduta da Massimo Zaniboni per l’omicidio della quarantenne ceca Zdenka Krejcikova accoltellata dall’ex compagno Francesco Douglas Fadda in un bar di Sorso dove aveva cercato di rifugiarsi. La psicologa Lorenza Bazzoni e la neuropsichiatra infantile Veronica Dessì – citate come testimoni dal pubblico ministero Paolo Piras – hanno ripercorso in aula i dolorosi momenti dell’arrivo e della permanenza in clinica delle due bimbe, una delle quali è affetta da tetraparesi spastica. Zdenka era stata colpita dal suo assassino proprio mentre inginocchiata e curva, davanti al bancone del bar di Sorso, cercava di proteggere la sua bambina che teneva in braccio.

«Quando la gemellina sana è arrivata da noi – ha raccontato la Dessì – era in una situazione emotiva congelata. Pietrificata dagli eventi cui aveva assistito. Si avvicinava alla sorella malata, la baciava, non si staccava dal suo letto. Si rendeva conto che c’era un declino drammatico delle sue condizioni di salute, la stava vedendo morire, così come poco prima aveva visto morire sua madre. Il peggioramento era quotidiano, non stava più nel passeggino ma solo a letto, rigida come un bastone, la alimentavamo in vena, era sconquassata dagli spasmi. È stato il suo modo di reagire a quel filo che si era spezzato e che le aveva permesso fino ad allora di essere rilassata: aveva perso sua madre. A quel punto l’unica cosa da fare era disporre un immediato trasferimento al Bambin Gesù, altrimenti non sarebbe sopravvissuta. Per mesi, fino all’estate, è rimasta sospesa tra la vita e la morte».



La sorella, invece, dopo una prima fase di negazione, «solo quando è arrivata la nonna da Praga, si è “permessa il lusso” di concedersi il dolore». Un giorno, prima di quel 5 marzo, la dottoressa Bazzoni ha raccontato di essersi preoccupata molto: «La bambina, come in un impeto di rabbia, ha messo a soqquadro tutti i giochi e ha rappresentato una madre che si uccideva. Urlava: “Ecco, lei vuole morire”. E poi mi chiedeva: “Dov’è la mia mamma? È in ospedale? Si è salvata?”». Ma il 5 marzo è come se il suo tormento avesse trovato uno spiraglio: «Quando le dissi che c’era una visita speciale perché era arrivata la nonna mi rispose: “È venuta perché la mamma è morta. Io lo sapevo che non si era salvata, però ci speravo perché c’era l’ambulanza...”. E in quel momento ha pianto tantissimo».

Le due dottoresse hanno anche ricostruito il rapporto della bambina con Fadda. «Il papà, così lo chiamava anche se di fatto non lo era, un po’ era buono e un po’ no. Era percepito come una figura di successo, “aveva la macchina grande”. In realtà era terrorizzata da lui. Spesso, mentre parlavamo, si alzava dalla sedia e correva verso la finestra per controllare che non ci fosse “la macchina bianca”. Che lui non tornasse a prenderla. Aveva bisogno di sapere che non sarebbe uscito dal posto in cui, come le avevamo spiegato, si trovava».

La macchina bianca è la Bmw dove le gemelle hanno assistito all’agonia della mamma. Dopo l’accoltellamento nel bar, Fadda aveva caricato in auto la donna ancora viva e le bambine e aveva raggiunto la casa di un amico a Ossi. Aveva sfondato la porta, aveva abbandonato lì Zdenka, agonizzante, e si era allontanato. Era cominciata allora la folle fuga notturna in auto con le gemelle. Fino all’arresto, la mattina successiva, dopo un inseguimento dei carabinieri a 220 chilometri orari.

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