La Nuova Sardegna

Peste suina, Laddomada: «Noi tecnici ci siamo sentiti ai margini. Un brutto segnale per l’Ue»

Antonello Palmas
Controlli per l'eradicazione della peste suina, immagine di repertorio
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Controlli per l'eradicazione della peste suina, immagine di repertorio

Il responsabile scientifico sul “caso dimissioni”: «La politica si deve fidare dei tecnici»

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SASSARI. Il no dell’Europa sulla fine dell’embargo per la Sardegna, cui è vietato esportare carni di maiale a causa del presunto perdurare della peste suina africana, ha scatenato reazioni evidentemente legate più alle esigenze politiche che all’esigenza di risolvere il problema, mentre migliaia di allevatori vedono deluse le loro speranze. Ora a parlare è Alberto Laddomada, responsabile scientifico dell’Unità di progetto dimessosi insieme ad Alessandro De Martini, numero uno del pool che in pochi anni ha e debellato il virus. E spiega il perché della scelta (escludendo che si tratti di “problemi personali” come ha dichiarato l’esponente Psd’Az Maieli): «Ci siamo sentiti sempre più marginalizzati – dice Laddomada – dal momento in cui non ero più a capo dell’Istituto zooprofilattico e De Martini non più a capo dell’ufficio di presidenza della Regione, il ruolo stesso dell’Udp è stato messo in discussione. E ciò ci ha impedito di lavorare con la necessaria serenità e soprattutto efficacia».

Il governatore Solinas ha però detto che vi chiamerà.

«Siamo contenti che ci consideri elemento importante di questa partita, dopo che abbiamo letto dichiarazioni di segno opposto anche da esponenti del suo partito. Se arriverà questa telefonata saremo lieti di rispondergli, certo dipenderà anche da cosa ci dirà lui. Il Covid di sicuro non ha aiutato e ha distratto forse l’attenzione di tutti sul tema Psa, in un momento cruciale».

Alla Nuova la commissione europea ha dichiarato che ci sono ancora problemi, come stanno le cose?

«Sin dall’audit del 2016 la Commissione ha sempre dato un parere favorevole sulla creazione e sull’attività dell’Udp. Allora era ancora irrisolto il problema dei bradi, affrontato con grande risolutezza dalla giunta Pigliaru tra il 2017 e il 2019, con gli abbattimenti che terminarono nei giorni stessi delle elezioni regionali a febbraio 2019. Nel giugno 2019 la commissione Ue aveva annotato i grossi progressi fatti, ma anche che c’erano ancora gruppi consistenti di animali bradi. E così quando a novembre il commissario Andriukaitis incontrò Solinas, questi accolse favorevolmente la richiesta di completare l’opera di abbattimento. Che riprese tra novembre 2019 e febbraio 2020, col risultato che oggi il problema è fondamentalmente risolto, anche dal punto di vista socioculturale. Da gennaio a ottobre 2019 sono stati abbattuti oltre 1000 bradi e non abbiamo più trovato il virus (ma solo anticorpi). Per capirci: nell’inverno 2017-18 ne furono abbattuti 2500 ed erano stati riscontrati livelli molto elevati sia di virus che di anticorpi».

Era la conferma che i bradi erano i principali vettori?

«Proprio così, come ipotizzato da studi effettuati con il professor Vizcaino, sapevamo che con gli abbattimenti sarebbero gradualmente venute meno le condizioni di numerosità e densità che facevano di alcune zone del Nuorese e dell’Ogliastra veri serbatoi del virus. Grazie all’azione dell’Udp la situazione è stata drasticamente cambiata. E tutti i dati disponibili indicano che il virus è sparito anche nei cinghiali: ultimo riscontro ad aprile 2019, dopo abbiamo testato quasi 10mila selvatici nella “zona infetta” dell’isola e mai più trovato il virus ma solo le sue tracce, gli anticorpi».

Bene, ma allora perché la Sardegna resta all’indice?

Perché la commissione Ue si è attenuta al rapporto del giugno 2019, e ancora non c’erano i dati sufficienti per dimostrare che la situazione stava evolvendo in modo molto favorevole anche nei cinghiali. Forse si sarebbe potuta fidare di più, visti gli apprezzamenti che ci avevano riservato. Hanno voluto fare come San Tommaso e toccare con mano i risultati: a breve ci sarà un nuovo audit per verificare i miglioramenti. Penso però che solleveranno problemi se non dovessero trovare più l’Udp in grado di operare come prima».

Si sarebbe comunque potuto ottenere già di più dalla Ue?

«Ci sono stati sicuramente problemi di comunicazione. Occorre ricordarsi che la Sardegna era marchiata a fuoco, la feccia d’Europa. Una situazione da cui si viene fuori solo se c’è chiara e forte volontà politica sia a livello regionale che nazionale e una forte organizzazione sul territorio. Se Udp ha funzionato, le venga data uguale possibilità di operare con l’efficacia che ha dimostrato in passato. E ricordo che sulla ventilata intenzione del governo di allora di commissariamento sull’isola pesavano pressioni di paesi come la Russia che criticavano il lassismo Ue nei confronti dell’Italia accusata di eccessiva tolleranza verso la Sardegna. Roma temeva che fosse attuata una chiusura all’export da tutta Italia con grave pericolo per un mercato da 1,5-2 miliardi di fatturato. La lotta alla Psa in Sardegna era diventata un problema nazionale».

Cosa fare ora?

«Assicurarsi che il pascolo brado non riprenda e, dove si ripresenti il problema, l’Udp deve poter intervenire con rapidità ed efficacia, ricreando unità di intenti sia a livello regionale che ministeriale. Cosa che ultimamente non c’è stata, col Covid a complicare le cose. E occorre rafforzare la sorveglianza sui cinghiali, il cui Rt è sceso sotto l’indice 1. Ma dobbiamo rafforzare la sorveglianza. Ci sta lavorando l’Izs».

La Sardegna potrebbe scendere di categoria che significherebbe?

«L’Ue potrebbe dire: ok avete risolto il problema dei bradi, ma resta quello dei cinghiali, quindi passate dal livello 3 al 2 (con facilitazioni sul commercio delle carni e anche degli animali vivi). Ma potrebbe anche considerare la malattia eradicata. Sarebbe l’uscita dal tunnel, finalmente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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