Spopolamento, serve subito un piano per aiutare le nascite

Il crollo delle iscrizioni a scuola fotografa perfettamente una situazione drammatica già nota in Sardegna

La Sardegna si guarda allo specchio e si scopre sempre più vecchia, una anziana signora acciaccata che fa fatica a immaginare il futuro. Perché senza bambini non può esserci futuro. Senza di loro manca la prospettiva, il domani da vivere per le generazioni che verranno. Il nuovo crollo delle iscrizioni a scuola fotografa una situazione già nota ma che i numeri aiutano a certificare in tutta la sua gravità: -3600 studenti il prossimo settembre, -10mila dal 2018 sino a oggi. Una emorragia costante e copiosa che non si contrasta con chiacchiere e proclami.  

Serve una strategia, un piano d'azione chiaro e incisivo. Sinora non abbiamo visto niente di tutto questo, nonostante il dramma dello spopolamento e del calo delle nascite siano da sempre all'ordine del giorno della politica e ottimi argomenti su cui imbastire campagne elettorali e incassare facile consenso. Ma la valanga di chiacchiere è necessario che si arresti per lasciare spazio finalmente ai fatti, alla concretezza.

I due temi sono strettamente collegati perché nell'isola delle culle vuote tantissimi giovani fanno la valigia: si trasferiscono altrove, alla ricerca di un lavoro e di quelle soddisfazioni professionali che la Sardegna è ancora incapace di dare. I primi ad andare via sono i giovani nati nei piccoli paesi, nelle zone interne dove per limiti strutturali che ancora oggi appaiono insuperabili - come trasporti inefficienti, digitalizzazione inesistente o inadeguata - è impossibile per molti fare attecchire il proprio percorso lavorativo.

E allora via, per dare gambe ai sogni. Chi parte quasi mai torna e la famiglia se la crea altrove. Chi invece resiste e resta nell'isola fa più fatica e i progetti personali li rimanda sino a che finisce spesso per accantonarli. È per questo che in Sardegna nascono così pochi bambini: neanche uno per donna, dicono le statistiche che da anni classificano l'isola all'ultimo posto in Italia.

Le iscrizioni a scuola confermano questa situazione perché il saldo negativo di anno in anno è più marcato alla scuola materna e alla primaria: all'appello mancano i bimbi più piccoli, la fascia 3-10 anni. A settembre saranno quasi quattromila in meno e la loro assenza potrebbe avere conseguenze a catena soprattutto nei territori più fragili e aggrediti dallo spopolamento, dove le poche scuole rimaste sono ancora aperte per miracolo. E l’unico numero positivo, quello degli studenti delle Superiori, non deve alimentare illusioni: è l’effetto del baby boom dei primi anni Duemila, quando in Sardegna nascevano ancora tanti bambini e i figli unici erano una rarità.

Vent’anni dopo ci si trova di fronte a un bivio con una decisione da prendere in fretta: arrendersi di fronte alla emorragia di nascite, alle scuole che si svuotano e al deserto dei paesi, oppure tentare di fermarla. Il treno sta passando: è quello del Recovery fund dal quale attingere le risorse necessarie per programmare investimenti strategici e affrontare le emergenze storiche dei territori.

In Sardegna può essere l’occasione, nel rispetto delle differenze, per eliminare il gap tra chi vive e lavora in una grande città e chi vorrebbe farlo in un piccolo paese; può essere il mezzo attraverso il quale consentire alle donne di conciliare il lavoro e la famiglia evitando che rinuncino alla loro professione per badare ai figli o, al contrario, che si struggano per il senso di colpa quando amano (anche) il loro lavoro. Se i giovani e le famiglie saranno sostenuti con politiche serie i bambini arriveranno, le scuole si ripopoleranno. E la Sardegna, anziana signora che si guarda allo specchio, dietro le rughe ricomincerà a vedere il futuro.


 

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