Prende il Covid in ospedale ora lotta in Rianimazione
di Nadia Cossu
Bosa, 76enne era entrata “negativa” al Mastino per un’ulcera diabetica La drammatica videochiamata alla figlia: «Non lasciatemi morire sola»
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BOSA. «Non piangere, non morirò». Erano le 6.30 del mattino di martedì 30 marzo quando Piergiovanna ha visto e sentito sua mamma per l’ultima volta in videochiamata, prima che un casco la trasferisse in un mondo di suoni ovattati, di solitudine e di paura. «Da quel momento vivo con l’ansia e attendo ogni giorno la solita ora, a fine mattinata, quando gli angeli della Rianimazione di Sassari mi chiamano al telefono e mi dicono come sta mia madre».
Maria Carmina, 76 anni, fa parte di quel gruppo di pazienti rimasti contagiati nel focolaio Covid scoppiato all’ospedale “Mastino” di Bosa e di cui si è avuta notizia lo scorso fine settimana. Uno di quei pazienti è morto, lei è in condizioni molto gravi e gli altri sono stati trasferiti nei vari reparti Covid della Sardegna.
«Mia mamma – racconta la figlia della 76enne bosana – era stata ricoverata al “Mastino” il 19 marzo per un’ulcera diabetica. Naturalmente è entrata con tampone negativo. Col passare dei giorni stava migliorando, tanto che lunedì 22 mi hanno detto che se avesse continuato così l’avrebbero dimessa». Ma sabato 27, improvvisamente, la situazione precipita. «Le è venuta la febbre e allora le è stato fatto un nuovo tampone. Purtroppo è risultata positiva e da quel momento il quadro clinico è peggiorato rapidamente tanto che domenica notte è stata trasportata in ambulanza ad Alghero». Solo una tappa veloce in quell’ospedale: «L’infermiera ci ha messo in contatto con una videochiamata – racconta la figlia di Maria Carmina – Mi ha detto soltanto queste parole: “Non abbandonatemi, non fatemi morire da sola”». La mattina successiva è stata trasferita in Rianimazione, a Sassari.
«Io e mio fratello non ce l’abbiamo con qualcuno in particolare, vorremmo solo capire come sia potuto accadere che nostra madre sia stata contagiata nel posto che più dovrebbe essere sicuro. E dove si va per guarire, non per ammalarsi». È un mix di rabbia e disperazione: «Ogni volta che nel display del cellulare appare una chiamata con il prefisso di Sassari viviamo secondi di angoscia – racconta Piergiovanna – Che si sommano a quelli dell’intera giornata passata senza sapere come sta nostra madre, se ha bisogno di qualcosa, se si sente sola. Oggi la dottoressa ci ha detto che è stazionaria e che sta reagendo alle cure. Domani non sappiamo cosa succederà». Vivono anche loro quel senso di impotenza che accomuna i familiari dei malati Covid, quelli gravi almeno, che hanno necessità di un ricovero nelle terapie intensive e che, inevitabilmente, sono destinati all’isolamento.
Ieri, il sindaco Piero Casula in una nota informativa ha fatto sapere che sono 19 le persone positive nella città del Temo, quattro sono operatori sanitari, già vaccinati. Mentre in merito a quanto successo nel reparto di Medicina, la direzione della Assl di Oristano e la direzione medica del presidio ospedaliero di Bosa fanno sapere che stanno effettuando «tutte le verifiche del caso per accertare l’accaduto. Va chiarito che tutti i pazienti vengono ricoverati in reparto solo dopo l’esito negativo del tampone molecolare – puntualizzano – Non si può escludere però che l’esecuzione del tampone sia avvenuta all’interno del cosiddetto “periodo finestra” o di incubazione (che va dai 3 ai 5 giorni dal momento in cui lo si è contratto) e che quindi il test non abbia rilevato la presenza del virus in uno o più pazienti». E aggiungono anche che, oltre a tampone molecolare negativo, nessuno dei pazienti presentava sintomi riconducibili al Covid. «Ad accreditare questa ipotesi – prosegue la direzione – è anche il fatto che il focolaio all’interno dell’ospedale si sia verificato in un periodo di alta circolazione virale sul territorio della variante inglese che, con ogni probabilità – si sta effettuando in queste ore il sequenziamento – sarebbe quella riscontrata nei pazienti dell’ospedale bosano». Attualmente – conclude la Assl – i pazienti positivi sono stati tutti trasferiti in altri reparti Covid dell’isola e si sta procedendo alla decontaminazione della Medicina per poterne disporre quanto prima la riapertura ai nuovi ricoveri».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Maria Carmina, 76 anni, fa parte di quel gruppo di pazienti rimasti contagiati nel focolaio Covid scoppiato all’ospedale “Mastino” di Bosa e di cui si è avuta notizia lo scorso fine settimana. Uno di quei pazienti è morto, lei è in condizioni molto gravi e gli altri sono stati trasferiti nei vari reparti Covid della Sardegna.
«Mia mamma – racconta la figlia della 76enne bosana – era stata ricoverata al “Mastino” il 19 marzo per un’ulcera diabetica. Naturalmente è entrata con tampone negativo. Col passare dei giorni stava migliorando, tanto che lunedì 22 mi hanno detto che se avesse continuato così l’avrebbero dimessa». Ma sabato 27, improvvisamente, la situazione precipita. «Le è venuta la febbre e allora le è stato fatto un nuovo tampone. Purtroppo è risultata positiva e da quel momento il quadro clinico è peggiorato rapidamente tanto che domenica notte è stata trasportata in ambulanza ad Alghero». Solo una tappa veloce in quell’ospedale: «L’infermiera ci ha messo in contatto con una videochiamata – racconta la figlia di Maria Carmina – Mi ha detto soltanto queste parole: “Non abbandonatemi, non fatemi morire da sola”». La mattina successiva è stata trasferita in Rianimazione, a Sassari.
«Io e mio fratello non ce l’abbiamo con qualcuno in particolare, vorremmo solo capire come sia potuto accadere che nostra madre sia stata contagiata nel posto che più dovrebbe essere sicuro. E dove si va per guarire, non per ammalarsi». È un mix di rabbia e disperazione: «Ogni volta che nel display del cellulare appare una chiamata con il prefisso di Sassari viviamo secondi di angoscia – racconta Piergiovanna – Che si sommano a quelli dell’intera giornata passata senza sapere come sta nostra madre, se ha bisogno di qualcosa, se si sente sola. Oggi la dottoressa ci ha detto che è stazionaria e che sta reagendo alle cure. Domani non sappiamo cosa succederà». Vivono anche loro quel senso di impotenza che accomuna i familiari dei malati Covid, quelli gravi almeno, che hanno necessità di un ricovero nelle terapie intensive e che, inevitabilmente, sono destinati all’isolamento.
Ieri, il sindaco Piero Casula in una nota informativa ha fatto sapere che sono 19 le persone positive nella città del Temo, quattro sono operatori sanitari, già vaccinati. Mentre in merito a quanto successo nel reparto di Medicina, la direzione della Assl di Oristano e la direzione medica del presidio ospedaliero di Bosa fanno sapere che stanno effettuando «tutte le verifiche del caso per accertare l’accaduto. Va chiarito che tutti i pazienti vengono ricoverati in reparto solo dopo l’esito negativo del tampone molecolare – puntualizzano – Non si può escludere però che l’esecuzione del tampone sia avvenuta all’interno del cosiddetto “periodo finestra” o di incubazione (che va dai 3 ai 5 giorni dal momento in cui lo si è contratto) e che quindi il test non abbia rilevato la presenza del virus in uno o più pazienti». E aggiungono anche che, oltre a tampone molecolare negativo, nessuno dei pazienti presentava sintomi riconducibili al Covid. «Ad accreditare questa ipotesi – prosegue la direzione – è anche il fatto che il focolaio all’interno dell’ospedale si sia verificato in un periodo di alta circolazione virale sul territorio della variante inglese che, con ogni probabilità – si sta effettuando in queste ore il sequenziamento – sarebbe quella riscontrata nei pazienti dell’ospedale bosano». Attualmente – conclude la Assl – i pazienti positivi sono stati tutti trasferiti in altri reparti Covid dell’isola e si sta procedendo alla decontaminazione della Medicina per poterne disporre quanto prima la riapertura ai nuovi ricoveri».
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